Un paese nato da un posto di guardia, da una trazzera e da una cappella. Un paese che ha imparato a vivere accanto al vulcano, a piantare le viti nella sua terra nera, a distillare il vino in grappa, a sopravvivere ai terremoti e a rialzarsi ogni volta.
La guardia al confine
C’è una strada che nell’antichità collegava Messina a Catania lungo la costa ionica. Si chiamava Via Valeria, e i viandanti che la percorrevano sapevano che in certi punti dovevano fermarsi a pagare il dazio. Uno di quei punti era alla base orientale dell’Etna, dove il territorio del Senato di Jaci, la potente città di Acireale, confinava con la Contea di Mascali. Le guardie acesi erano lì, presidio permanente, a riscuotere il tributo da chi passava.
Da quel presidio nacque Santa Venerina. Non da un decreto feudale, non da una battaglia, non da una migrazione. Da un posto di guardia al confine, da qualche soldato che si fermò più a lungo del previsto, che costruì una casa, che mandò a prendere la moglie. Nel 1735 i deputati della cappella di Santa Venera di Acireale istituirono una fiera franca a Bongiardo, una delle frazioni della zona, per raccogliere fondi. Quell’investimento funzionò. La gente cominciò ad acquistare terreni, a costruire case, a restare. Nel 1747 fu edificata la prima vera chiesa, dedicata naturalmente a Santa Venera, la patrona di Acireale. Attorno a quella chiesa crebbe il paese.
È un’origine umile, praticamente priva di eroi o di gesta memorabili. Ma è un’origine onesta, che dice molto di come i paesi siciliani sono nati davvero: non dai grandi disegni dei nobili, ma dai piccoli gesti di chi cercava solo un posto dove stare.
La cuba di Santo Stefano e i Bizantini
Santa Venerina è comune autonomo solo dal 1934, staccata da Acireale, Giarre e Zafferana Etnea. Ma il suo territorio era abitato molto prima. I Romani ci avevano lasciato tracce di insediamenti e terme. E i Bizantini ci avevano costruito qualcosa di straordinario, che ancora oggi si può vedere: la Cuba di Santo Stefano.
È una piccola chiesa del VII-IX secolo dopo Cristo, uno di quei rarissimi esempi di architettura paleocristiana a pianta trilobata che si trovano sparsi per la Sicilia orientale come eredità del lungo dominio di Bisanzio. La cuba di Santo Stefano di Santa Venerina è una di quelle presenze silenziose che il paesaggio siciliano custodisce senza fare rumore, in mezzo ai vigneti, quasi invisibile a chi non sa dove guardare. Chi la conosce la considera una delle cubbe più integre e meglio conservate dell’isola.
Il terremoto, il vulcano e la resilienza
Santa Venerina ha conosciuto il dolore dei disastri naturali in modo diretto e ripetuto. Il terremoto del 1879 danneggiò gravemente la chiesa madre. L’alluvione del 1881 fece crollare muri appena ricostruiti. Il terremoto del 1894 obbligò a interventi urgenti di consolidamento. Il terremoto del 1908, quello di Messina, il più devastante della storia italiana moderna, arrivò fino qui con la sua onda sismica.
Ma ogni volta il paese si è rialzato. Non con rassegnazione, ma con quella determinazione pratica che i paesi dell’Etna hanno sviluppato nel corso dei secoli vivendo accanto a un vulcano che non chiede il permesso. L’Etna è a soli venticinque minuti di strada da Santa Venerina, e la sua terra nera è dappertutto: nei campi, nei muri delle case, nella composizione del suolo che dà ai vini di questa zona quel carattere minerale che i sommelier riconoscono al primo sorso.
Il Nerello Mascalese e la Strada del Vino
Santa Venerina è una delle tappe della Strada del Vino dell’Etna, quell’itinerario che percorre le pendici del vulcano da Riposto verso l’interno, attraversando vigneti terrazzati, cantine storiche, paesaggi agricoli che sembrano dipinti. Il terreno vulcanico dell’Etna è tra i più fertili al mondo per la viticoltura. Le radici delle viti affondano nella lava solidificata e trovano minerali che non esistono altrove. Il risultato è un vino che porta il vulcano dentro il bicchiere.
Il vitigno simbolo è il Nerello Mascalese, un’uva a bacca nera autoctona dell’area etnea che negli ultimi vent’anni ha conquistato i mercati internazionali, un vitigno che i produttori di tutto il mondo vengono a studiare, un rosso di grande complessità che non smette di sorprendere. A Santa Venerina ci sono cantine che lo lavorano con metodi tradizionali e cantine che sperimentano. Entrambe meritano una visita.
La Distilleria dell’Etna dei Fratelli Russo, le cui origini risalgono al 1870, è l’unica distilleria attualmente attiva nella Sicilia orientale. Produce grappe e distillati da vinacce etnee con una continuità di tradizione che supera i centocinquant’anni. Sorge su una collina ai piedi del vulcano e si visita su appuntamento, con degustazione.
Il Museo del Palmento e la civiltà del vino
A Santa Venerina si trova uno dei musei più particolari della Sicilia etnea: il Museo del Palmento, che documenta la civiltà della vinificazione tradizionale attraverso gli antichi palmenti, le vasche di pietra lavica in cui si pigiava l’uva con i piedi prima dell’invenzione dei macchinari moderni. Il museo si trova nella zona sud del paese, al confine con la frazione di Guardia, con un attiguo forno per la lavorazione della ceramica. I proprietari hanno costruito un posto in cui arte e archeologia enologica convivono con quella naturalezza che solo la passione vera sa creare.
Il Museo della Civiltà Enologica completa il quadro, documentando l’evoluzione della produzione vinicola nell’area etnea dal periodo antico fino ai giorni nostri. Due musei dedicati al vino in un paese di ottomila abitanti: a Santa Venerina la serietà con cui si tratta questa materia non è una questione di marketing. È identità.
Le chiese, la Roverella e Santa Venera
Il centro storico di Santa Venerina custodisce otto chiese, più altre quattro sparse nelle frazioni. La Chiesa Madre di Santa Venera è attiva dal 1749, con una facciata simmetrica e un campanile che ha resistito a terremoti e restauri. La chiesa di Cosentini, edificata tra il 1856 e il 1860 su progetto dell’ingegnere Nicola Musmeci, conserva un altare maggiore del maestro marmista Carlo Calì da Catania di grande eleganza.
Ma c’è un posto a Santa Venerina che non è una chiesa né un museo, e che merita una visita almeno quanto i monumenti storici. Il Parco Cosentini ospita una Roverella secolare, una quercia nana dalla chioma enorme che gli esperti stimano avere diverse centinaia di anni. È un albero monumentale che ha visto nascere il paese, che era lì quando ancora non c’era nessuno, che sarà lì quando nessuno di noi ci sarà più. Certi alberi insegnano qualcosa sulla proporzione tra la vita umana e il tempo della natura.
La festa di Santa Venera, la prima domenica di agosto, è l’appuntamento più sentito dell’anno. Le strade si riempiono di processioni, bande musicali, luminarie e stand gastronomici. Per un giorno Santa Venerina torna ad essere il presidio di confine di un tempo, con tutta la gente di passaggio che si ferma a celebrare.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Dove si trova: Santa Venerina, città metropolitana di Catania. Pendici orientali dell’Etna, 337 m s.l.m. Circa 25 km da Catania, 40 minuti dall’aeroporto di Catania Fontanarossa, 30 minuti da Taormina.
In auto: Autostrada A18 Messina-Catania, uscita Giarre, poi SS per Santa Venerina. La SS 114 costiera con deviazione è alternativa panoramica.
In treno: Stazione sulla linea Messina-Siracusa, con fermata a Santa Venerina. Comodamente raggiungibile da Catania e Messina.
Cosa visitare: Cuba di Santo Stefano (VII-IX sec.), Chiesa Madre di Santa Venera, chiesa di Cosentini, Museo del Palmento, Museo della Civiltà Enologica, Museo Artium dei Mestieri Antichi, Roverella secolare nel Parco Cosentini, Distilleria Fratelli Russo (su appuntamento).
Nei dintorni: Parco dell’Etna (già nel tuo blog), Zafferana Etnea, Giarre, Acireale, Riposto (già nel tuo blog), Taormina.
Quando andare: Tutto l’anno. Vendemmia in settembre-ottobre per chi ama il vino. Prima domenica di agosto per la Festa di Santa Venera. 20 gennaio per la Festa di San Sebastiano.
Prodotti tipici: Vino Nerello Mascalese, Etna DOC, grappa e distillati etnei, olio extravergine, agrumi, pistacchio, prodotti da forno tradizionali.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
