Sui Monti Nebrodi, tra querce millenarie e felci che esistevano prima dei dinosauri, c’è un posto che l’isola ha tenuto gelosamente per sé. Entrare nel Bosco di Malabotta significa capire come doveva essere la Sicilia prima che arrivassimo noi.
C’è un momento, percorrendo i tornanti che salgono verso Montalbano Elicona, in cui la Sicilia che conosci sparisce. Il mare resta giù, lontano, come un ricordo. I trulli di pietra cedono il posto alle querce. La luce cambia, si fa più densa, filtrata da rami così antichi che sembrano avere memoria propria. E poi, quasi senza preavviso, sei dentro. Dentro il Bosco di Malabotta. E capisci subito che qui le regole del tempo sono diverse.
Malabotta non è una delle mete che si trovano sulle guide patinate della Sicilia. Non ci sono lidi attrezzati, non ci sono aperitivi con vista, non ci sono influencer in posa davanti a uno sfondo instagrammabile. C’è qualcosa di più raro e molto più difficile da trovare oggi: c’è un posto rimasto quasi com’era. Una foresta vera, densa, viva, che respira secondo i propri ritmi e non si preoccupa minimamente dei tuoi.
Il Bosco di Malabotta non ti accoglie. Ti assorbe. Ed è la differenza più bella del mondo.
Una storia che inizia prima della storia
Per capire cosa si ha davanti entrando a Malabotta bisogna fare un passo indietro, anzi molti. Decine di migliaia di anni indietro, all’ultima glaciazione, quando il clima del Mediterraneo era radicalmente diverso e le foreste di faggio crescevano dove oggi c’è il sole cocente di agosto. Quei faggi arrivarono dal nord Europa, spinti dalle correnti fredde, e si stabilirono sui Nebrodi. Poi il clima cambiò ancora, il caldo tornò, ma i faggi di Malabotta restarono. Sopravvissero. Si adattarono. Sono ancora lì.
Questo spiega perché gli studiosi chiamano le faggete di Malabotta ‘extrazonali’: crescono a latitudini e altitudini dove, in condizioni normali, non dovrebbero esserci. Sono un’anomalia botanica, un relitto vivente di un’era climatica sepolta nel tempo. Camminare tra quei faggi significa camminare in un paesaggio che esisteva prima che l’uomo costruisse le prime città.
E non sono soli. La riserva, istituita nel 1997 e oggi estesa su oltre tremila ettari tra i comuni di Montalbano Elicona, Roccella Valdemone, Malvagna, Francavilla di Sicilia e Tripi, ospita una delle concentrazioni di biodiversità più straordinarie dell’intera penisola. Cerri, castagni, aceri, lecci, agrifogli, pioppi neri, salici. Un inventario vegetale che leggi sulla carta e non riesci a immaginare finché non ci sei dentro.
I Patriarchi: gli alberi che hanno visto tutto
Se c’è una ragione sola per venire a Malabotta, è questa: i Patriarchi del Bosco. Così li chiamano, e il nome non è esagerato. Sono querce roverelle di età pluricentenaria, con fusti che superano i due metri di diametro e chiome che toccano i trenta metri di altezza. Alberi che erano già adulti quando la Sicilia era un’altra cosa, quando i vicerè spagnoli governavano Palermo e le carovane percorrevano le trazzere dei Nebrodi.
Il Sentiero dei Patriarchi è il percorso più celebre della riserva, e si capisce perché. Non è tecnicamente difficile, è alla portata di chiunque abbia un paio di scarpe comode e la voglia di camminare. Ma l’esperienza che regala è difficile da spiegare a parole. Ci si avvicina a uno di quegli alberi e si ha la sensazione precisa, fisica, di essere piccoli in un modo che non si riesce normalmente a percepire. Non è disagio. È prospettiva.
Davanti a una quercia di cinquecento anni capisci che la natura non ha fretta. E che forse dovresti impararlo anche tu.
Lungo il sentiero, il bosco cambia continuamente volto. Si passa dalla frescura ombrosa del cerro alle radure aperte dove la luce entra a fasci obliqui, dalle rive umide del torrente Licopeti alle zone più rupestri dove crescono il biancospino e la rosa selvatica. In primavera, le praterie si riempiono di peonie selvatiche, un tappeto rosa e cremisi che sembra dipinto da qualcuno con troppa voglia di stupire.
La felce che viene dal Terziario
C’è una pianta a Malabotta che merita un discorso a parte, perché è semplicemente incredibile. Si chiama Woodwardia radicans, felce bulbifera, e appartiene a una famiglia di piante la cui origine risale al periodo Terziario, più di due milioni di anni fa. Le sue fronde possono raggiungere i tre metri di lunghezza. Cresce lungo i corsi d’acqua, nei punti più umidi e ombreggiati della riserva, e ha un aspetto così esotico e primitivo che sembra fuori posto in un bosco siciliano. O forse è il bosco siciliano che, grazie a lei, sembra finalmente nel posto giusto.
Fiancheggia i torrenti insieme all’agrifoglio, altra pianta relitta di ere climatiche precedenti, testimone vivente di quando la Sicilia aveva un clima tropicale. Anche l’agrifoglio, con le sue bacche rosse accese nell’inverno grigio del bosco, racconta una storia più lunga di quella che siamo abituati ad ascoltare.
Il cielo sopra Malabotta
Alzare gli occhi a Malabotta è un esercizio a sé. Il cielo qui non è mai vuoto. Sopra le vette più alte, il monte Croce Mancina che tocca i 1341 metri, l’aquila reale disegna le sue traiettorie lente e precise, sorvegliando un territorio che considera suo da molto prima che qualcuno pensasse di proteggerlo con un decreto regionale.
Insieme a lei, il falco pellegrino, la poiana, lo sparviero, il gheppio. E poi, al calar del sole, il turno degli uccelli notturni: civette, allocchi, assioli, barbagianni e gufi. Malabotta è uno di quei posti in cui l’ornitologia smette di essere una disciplina accademica e diventa qualcosa di più immediato, quasi viscerale. Senti prima di vedere. Il richiamo di un rapace che rimbalza tra i versanti è una delle cose più belle che si possono sentire, in silenzio, con le spalle appoggiate a una quercia secolare.
Nei boschi più fitti vivono anche il gatto selvatico, la martora, la donnola, il cinghiale, la volpe. Animali che raramente si mostrano, ma la cui presenza si sente nel modo in cui il sottobosco si muove, nel modo in cui certi rami si spezzano lontano dal sentiero, nel modo in cui ogni tanto ti femi con la sensazione precisa di essere osservato.
L’Argimusco: quando la foresta incontra il mistero
A pochi chilometri dall’ingresso del bosco, percorrendo la stessa strada che porta a Malabotta, si apre un paesaggio completamente diverso. L’altopiano dell’Argimusco, a oltre mille metri di quota, è un pianoro brullo e ventoso su cui si ergono enormi monoliti di calcare modellati dall’erosione. Assumono forme che sembrano quasi deliberate: un’aquila, un volto umano, una figura femminile, simboli della fertilità.
Lo chiamano la Stonehenge siciliana, e pur con tutte le differenze del caso, l’accostamento rende l’idea. L’origine dei megaliti è naturale, il vento e la pioggia hanno fatto il loro lavoro per millenni. Ma l’effetto che producono, specialmente al tramonto quando le ombre si allungano e il vento porta le nuvole rasoterra, è qualcosa a metà tra il sacro e l’ancestrale. Non sorprende che il luogo sia stato teatro di riti e leggende da epoche remote.
Malabotta e l’Argimusco insieme raccontano una Sicilia che non ha bisogno di inventarsi niente. Ha già tutto.
Il nome e la leggenda
Prima di andarsene, vale la pena fermarsi sul nome. Malabotta. Un nome che suona come una maledizione, o come il titolo di una storia. E in effetti una storia c’è: la leggenda vuole che un ricco possidente di Montalbano Elicona, proprietario di questo vasto territorio boschivo, lo abbia perso in una partita a carte. Una ‘mala botta’, appunto, uno schiaffo del destino che gli costò tutto.
Non si sa quanto ci sia di vero. Ma il nome è rimasto, e ha qualcosa di perfetto: un bosco che sfida i secoli, che ha attraversato glaciazioni e siccità, colonizzazioni e abbandoni, porta il nome di una sconfitta umana. Come a ricordare che la natura, alla lunga, vince sempre. Che i possedimenti passano di mano, le fortune si perdono ai tavoli da gioco, ma le querce continuano a crescere, silenziose e indifferenti, verso il cielo.
Perché andarci adesso
Il Bosco di Malabotta è aperto tutto l’anno, e ogni stagione offre qualcosa di diverso. In primavera le peonie e i fiori selvatici trasformano le radure in qualcosa di improbabile, quasi teatrale. In estate la frescura del bosco è un rifugio dal caldo che altrove in Sicilia diventa insostenibile. In autunno i colori dell’acero e del castagno rendono il bosco una tavolozza che nessun filtro fotografico riesce a migliorare. In inverno, con la neve sulle vette più alte, Malabotta assume un silenzio ancora più denso, quasi irreale.
I sentieri principali sono il Sentiero dei Patriarchi, ad anello e accessibile a tutti, e il Sentiero della Trota, che costeggia il torrente Licopeti nei punti in cui, nei mesi giusti, si può scorgere la trota macrostigma, specie endemica presente solo in poche acque siciliane. Entrambi si percorrono con scarpe comode, acqua e la voglia di non avere fretta.
Ecco il punto, in fondo. Malabotta chiede una cosa sola: il tempo. Non quello compresso di un weekend ottimizzato, non quello delle tappe da spuntare su una lista. Il tempo lento di chi si ferma ad ascoltare un bosco, di chi alza gli occhi quando sente un’ala battere nell’aria, di chi appoggia la mano sulla corteccia di una quercia di trecento anni e lascia che il silenzio faccia il suo lavoro, di chi ha rispetto per la natura.
La Sicilia ha mille facce. Quella di Malabotta è tra le più vere, e tra le meno conosciute. Forse è giusto così. O forse è arrivato il momento di andarla a cercare.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
