Si chiamava Auricella, la piccola rocca d’oro, per le presunte cave d’oro che gli antichi cercavano nelle sue rocce. Cinquecento anime sulle pendici orientali dei Nebrodi, affacciate sulla valle dell’Alcantara, con un Gagini nella chiesa madre e una fiera medievale che dal 1463 si tiene ancora ogni agosto. Roccella Valdemone è uno di quei borghi dove il tempo ha rallentato e non se n’è mai più andato.
Quando il viaggiatore Vito Maria Amico, storico siciliano del Settecento, visitò questo borgo e ne scrisse nel suo Dizionario Topografico della Sicilia, annotò che il castello di Roccella era posto in cima a un’eccelsa rupe e già in rovina. Erano i anni intorno al 1750, e già allora il castello sembrava vecchio, sembrava di un altro tempo. Immaginate cosa significa oggi, quelle pietre ancora lì, consumate da altri tre secoli di vento e pioggia dei Nebrodi.
Roccella Valdemone è un piccolo comune della provincia di Messina, meno di seicento abitanti oggi, sul versante orientale dei Nebrodi a 810 metri di altitudine, nel territorio del Parco Fluviale dell’Alcantara. Il suo nome ha attraversato i secoli cambiando forma come cambiano i dominatori: Auricella, per le presunte cave d’oro, poi Castrum Aurichelle nelle cronache medievali di Michele da Piazza del 1358, poi Roccella Mediterranea nel 1676, poi Roccella di Randazzo per distinguerla da altri luoghi con lo stesso nome, e infine Roccella Valdemone, il cui Valdemone rimanda al Vallo di Demenna, quella circoscrizione araba che comprendeva il versante nordorientale della Sicilia.
Il cenobio di San Nicola e le origini medievali
La storia di Roccella come insediamento stabile comincia con i monaci. Nel 1112, nella valle del torrente Pillera a monte dell’odierno abitato, esiste già il cenobio di San Nicola di Pillera, elencato come uno dei trentotto monasteri dipendenti dall’Archimandrita del Santissimo Salvatore di Messina. Un monastero di rito greco, come molti in questa parte della Sicilia che ancora portava i segni della dominazione bizantina, diventato poi basiliano sotto i Normanni. Intorno al monastero è probabile che si sia sviluppato il primo nucleo stabile dell’abitato.
Dal 1296, quando appare nei documenti come feudo della nobile famiglia Spadafora, Roccella attraversa secoli di dominazione feudale che ne modellano il carattere. Gli Spadafora, con qualche interruzione a causa di contese e successioni, ne mantengono il controllo per secoli. Nel 1540, sotto il governo del viceré Ferdinando Gonzaga, il borgo viene saccheggiato da soldati spagnoli rimasti privi di paga da tempo: un episodio di violenza che lo storico Fazello annota con la precisione asciutta di chi ha visto molte cose simili. Nel 1812 l’abolizione del feudalesimo mette fine anche a Roccella all’era dei baroni.
La Matrice, il Gagini e la Madonna dell’Udienza
La chiesa più importante di Roccella Valdemone si chiama A Matrici, la Madre, come i siciliani chiamano da sempre la chiesa principale del paese. È dedicata a San Nicola di Bari, patrono del borgo, ed è costruita nel 1625, anche se la sua fondazione è probabilmente più antica. L’interno è romanico, con tre navate separate da dodici colonne monolitiche in pietra arenaria locale, capitelli corinzi, transetto e tre absidi rettangolari, soffitto ligneo rifatto nel 1935. È uno di quegli spazi in cui la semplicità strutturale produce una qualità dell’aria rara, quella quiete densa che certe chiese di montagna hanno e che le chiese barocche di città non riescono mai a replicare.
Ma nell’abside destra c’è qualcosa che non ci aspetteresti in un borgo di cinquecento anime sui Nebrodi: una pala d’altare marmorea raffigurante la Natività di Gesù, con le statue laterali di Giovanni Battista e Nicola di Bari, commissionata nel 1526 dal barone Giovanni Michele Spadafora ad Antonello Gagini, il più grande scultore siciliano del Rinascimento, quello che ha lasciato il suo marchio in quasi ogni chiesa importante dell’isola. Gagini cominciò l’opera ma non la portò a termine: fu il figlio Giacomo a completarla e consegnarla a Roccella nell’aprile del 1540. Trovare un Gagini qui, in questo borgo così piccolo e così lontano dalle grandi rotte turistiche, è uno di quei momenti in cui ci si ricorda che la bellezza in Sicilia non ha la decenza di stare solo nei posti grandi.
Non lontano dalla Matrice c’è la Cappella della Madonna dell’Udienza, la patrona del borgo, festeggiata ogni anno la seconda settimana di agosto. La statua marmorea custodita qui è anch’essa opera del Gagini, eseguita tra il 1540 e il 1543. L’Udienza è una Madonna molto venerata in Sicilia, specialmente nell’area messinese: il nome rimanda all’idea che la Vergine ascolti, che dia udienza alle preghiere dei suoi fedeli.
La Fiera Franca del 1463: una tradizione di oltre cinque secoli
Nel 1463, il re Giovanni II di Aragona concesse a Roccella Valdemone il privilegio di tenere una Fiera Franca annuale, con esenzione dai dazi doganali per i mercanti che vi partecipavano. Era una concessione preziosa, quella che trasformava un borgo in un centro commerciale temporaneo, che attirava mercanti e compratori da tutto il territorio circostante. La fiera durava giorni, aveva un cerimoniale preciso: la sera dell’undici agosto, un ragazzino scelto tra le famiglie notabili del paese, parato a festa e scortato dalla squadra baronale, entrava a cavallo tra le campane e gli spari di moschetteria portando una bandiera da piantare sul campanile di Santa Maria dell’Udienza, a segnale dell’inizio delle franchigie commerciali.
Quella fiera si tenne per oltre quattrocento anni, poi si perse. Ma dal 2016 l’Associazione Culturale Auricella l’ha riportata in vita sotto forma di rievocazione storica, con il nome di Fiera Franca di Roccella 1463. Ogni agosto, il corteo storico, i costumi medievali, i mercanti, la bandiera sul campanile. È uno di quei recuperi di memoria che in Sicilia funzionano quando sono fatti con cura e partecipazione popolare vera, non per il turismo ma per sé stessi, e poi il turismo arriva da solo.
Il castello, il bosco di Malabotta e l’Alcantara
I ruderi del castello feudale dominano Roccella dall’alto della rupe, consumati e bellissimi. La sua origine è incerta, probabilmente bizantina o normanna, costruito per controllare la fiumara del torrente Roccella che era possibile via d’accesso verso l’interno dei Nebrodi. In cima alle due rocce che incombono sul borgo, la rocca piccola a 797 metri e la rupe più alta, c’è ancora quella presenza pietrosa che cambia aspetto con la luce: d’estate dorata nel tramonto, d’inverno scura e umida di pioggia.
Il territorio di Roccella è un punto di accesso al Bosco di Malabotta, una delle foreste più importanti dei Nebrodi orientali: querce, cerri, faggi, una biodiversità ricca e ancora intatta. I sentieri che percorrono questa area sono tra i più selvatici e silenziosi del parco, quelli dove si incontra la martora e si sente il picchio nero lavorare nel bosco. E poi l’Alcantara, quel fiume di origine greca il cui nome in arabo significa il ponte: le sue gole basaltiche, le sue acque fredde e verde scuro, il suo canyon scavato nella lava nel corso di millenni.
A tavola: soppressata, funghi dei Nebrodi, dolci di nocciola
La gastronomia di Roccella Valdemone è quella dell’entroterra messinese di montagna, povera di ingredienti e ricchissima di sapore. La soppressata artigianale, il salume di maiale pressato e stagionato che ogni famiglia faceva con il proprio maiale nel mese di novembre, è il prodotto della tradizione domestica che resiste. I funghi porcini dei Nebrodi, in autunno, si trovano nei boschi intorno al paese e finiscono sulla pasta fresca, trifolati in padella, sott’olio. La ricotta di pecora fresca, calda, consumata appena fatta: è il tipo di prodotto che fuori da questi borghi di montagna non si riesce a trovare uguale.
Per i dolci, le nocciole sono l’ingrediente principe: croccanti, dolcetti al cioccolato fondente, creme spalmabili artigianali. La Sagra delle Nocciole che si tiene ogni ottobre celebra questo prodotto con degustazioni e stand dei produttori locali. Il vino del territorio è quello dei Colli Messinesi, con il Nerello Cappuccio e il Nocera, varietà autoctone che danno vini di carattere, ruvidi e profondi come il paesaggio che li produce.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: da Messina, A20 direzione Palermo, uscita Brolo-Capo d’Orlando Est, poi SS 116 verso Randazzo e deviare per Roccella Valdemone.
Da Catania: SS 120 verso Randazzo, poi SS 116 in direzione Bronte-Floresta, indicazioni per Roccella.
Il paese è a circa 30 km da Taormina, facilmente abbinabile a una visita.
La Fiera Franca di Roccella 1463 si tiene ogni anno ad agosto: controllare le date precise sull’Associazione Auricella.
Per escursioni nel Bosco di Malabotta, consultare il Parco Fluviale dell’Alcantara per mappe e guide.
Centro storico visitabile a piedi in mezza giornata; abbinare con le Gole dell’Alcantara a 20 minuti di auto.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
