Per i contadini di Montelepre fu quasi un eroe popolare. Per undici famiglie di Portella della Ginestra resta, ancora oggi, l’uomo che sparò sulla folla il giorno della Festa del Lavoro.
Ci sono storie siciliane che si raccontano volentieri, e storie che si raccontano perché vanno raccontate. Quella diSalvatore Giulianoappartiene alla seconda categoria. Non è un personaggio da leggenda romantica, per quanto la sua vicenda sia stata trasformata in leggenda quasi subito, mentre era ancora vivo e latitante sulle montagne del Palermitano. È una delle pagine più oscure e meno risolte della storia repubblicana, e capirla, con i fatti, non con il mito, aiuta a capire meglio anche la Sicilia di oggi, quella che porta ancora addosso i segni di quegli anni. 1922 – 1943
Un contrabbandiere di grano diventa fuorilegge
Salvatore Giulianonasce a Montelepre, un paese dell’entroterra palermitano, nel 1922, da una famiglia di contadini relativamente benestante: il padre, emigrato per anni a Brooklyn, era riuscito a mettere da parte abbastanza denaro da comprare qualche pezzo di terra attorno al paese prima di rientrare in Sicilia. Il giovane Salvatore, Turiddu, per tutti, cresce lavorando quei campi, in un’isola dove la guerra ha lasciato fame, macerie e un mercato nero che, secondo le stime dell’epoca, arrivava a coprire il settanta per cento degli approvvigionamenti alimentari.
È proprio il contrabbando a segnare la svolta. Nel settembre del 1943, mentre trasporta due sacchi di grano acquistati illegalmente, Giuliano viene fermato da una pattuglia di carabinieri. Nel tentativo di fuga, uno dei militari resta ucciso. Da quel momento, un ragazzo poco più che ventenne diventa un latitante: non più un contadino con qualche precedente per contrabbando, ma un uomo che lo Stato dà la caccia per omicidio. 1944 – 1947
Il Re di Montelepre
Negli anni immediatamente successivi, Giuliano costruisce attorno a sé una banda armata e, insieme, una leggenda. Sfrutta per qualche tempo la copertura dell’EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano, arrivando a fregiarsi, nella sua stessa narrazione, del grado di colonnello. Nelle zone sotto il suo controllo diventa un potere parallelo: per alcuni, soprattutto tra i contadini più poveri, un fuorilegge generoso che ridistribuiva parte dei propri guadagni, un Robin Hood siciliano. Per lo Stato, e per una parte crescente dell’opinione pubblica, un capobanda sempre più vicino ad ambienti mafiosi, monarchici e a settori dei servizi segreti che, nella Sicilia del dopoguerra, avevano tutto l’interesse a tenere in scacco l’avanzata della sinistra.
È un equilibrio fragile e ambiguo, quello tra il mito del “Re di Montelepre” e la realtà di una banda armata che si muove con sempre maggiore disinvoltura tra sequestri, agguati e una dichiarata ostilità verso comunisti e socialisti. Quell’ambiguità esploderà, nella primavera del 1947, nel modo più violento possibile.1° maggio 1947
Portella della Ginestra
Il 20 aprile 1947 il Blocco del Popolo, l’alleanza tra comunisti e socialisti, vince a sorpresa le elezioni per la neonata Assemblea Regionale Siciliana. Dieci giorni dopo, il 1° maggio, circa duemila persone si radunano a Portella della Ginestra, un pianoro di montagna traPiana degli AlbanesieSan Giuseppe Jato, per celebrare insieme la Festa del Lavoro e quella vittoria elettorale, ma anche per chiedere la riforma agraria contro il latifondo.
Pochi minuti dopo l’inizio dei discorsi, la banda di Giuliano apre il fuoco sulla folla dai monti circostanti. In un primo momento, molti dei presenti scambiano gli spari per i tradizionali mortaretti della festa. Poi arriva il panico. Quando tutto finisce, sul terreno restano undici morti e ventisette feriti: contadini, braccianti, donne, bambini.
Nei giorni successivi, la banda colpisce ripetutamente sedi del Partito Comunista e Camere del Lavoro in tutto il Palermitano, rivendicando ogni azione come parte della stessa, dichiarata, ostilità al comunismo.
È la prima strage politico-mafiosa dell’Italia unita: un attacco diretto a un movimento popolare nel momento esatto della sua vittoria democratica. E fin da subito, alle autorità e ai cronisti dell’epoca risulta chiaro che dietro l’esecuzione materiale di Giuliano e dei suoi uomini si muove qualcosa di più grande. 1947 – 1951
I mandanti che nessuno ha mai trovato
Le indagini ufficiali individuano rapidamente gli esecutori materiali: nel giro di pochi mesi vengono arrestati sedici uomini della banda, la maggior parte dei quali confessa. Ma la domanda che conta di più, chi ha ordinato la strage, e perché proprio quel giorno, in quel luogo, resta senza una risposta definitiva per decenni.
Gli storici concordano su un punto: la sola avversione dichiarata di Giuliano per il comunismo non basta a spiegare un’azione di quella portata. Dietro l’eccidio si intrecciano poteri mafiosi, frange dell’autonomismo siciliano deluse dall’esito elettorale e ambienti reazionari interessati a impedire che il nuovo assetto democratico nazionale finisse per premiare la sinistra proprio nell’anno in cui la Sicilia otteneva la propria autonomia regionale.
Anni più tardi, durante il processo di Viterbo per la strage, sarà lo stesso luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta, a fare i nomi: due deputati monarchici e due esponenti democristiani, accusati da Pisciotta di aver incontrato Giuliano per incaricarlo dell’azione. Accuse pesantissime, mai tradotte in una verità processuale definitiva. 1947 – 1950
La caccia e il tradimento
Dopo Portella della Ginestra, la caccia a Giuliano diventa una priorità nazionale. A dirigerla viene chiamato il colonnello dei carabinieriUgo Luca, che imposta una strategia paziente, fatta di infiltrazioni e, soprattutto, di un lavoro sottotraccia sugli uomini più vicini al bandito. È proprio lì che si consuma il tradimento decisivo:Gaspare Pisciotta, cugino e luogotenente di Giuliano, comincia a collaborare con le forze dell’ordine.
Nella notte tra il 4 e il 5 luglio 1950, Giuliano viene trovato morto nel cortile di una casa aCastelvetrano. La versione ufficiale, diffusa immediatamente, parla di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Ha ventisette anni.
La verità, quando arriva, arriva da chi meno ci si aspetterebbe: l’uomo che gli era stato più vicino.
Solo in seguito, durante il processo di Viterbo, sarà lo stesso Pisciotta a raccontare un’altra versione: di aver ucciso Giuliano nel sonno, con due colpi di pistola a bruciapelo, e che il corpo sia stato in seguito ricomposto dai carabinieri per far credere a uno scontro armato che non c’era mai stato. 1950 – 2016
Un mistero che l’Italia ha tenuto chiuso per decenni
Attorno alla morte di Giuliano circolarono, nei mesi successivi, almeno cinque versioni diverse. Ancora oggi, ripercorrerle una accanto all’altra dà la misura di quanto quella vicenda sia rimasta, per lo Stato italiano, più comoda da lasciare sfumata che da chiarire fino in fondo.
1Conflitto a fuoco con i carabinieri nel cortile di Castelvetrano — la versione ufficiale diffusa nell’immediato.
2Omicidio nel sonno per mano di Gaspare Pisciotta, con il corpo ricomposto in seguito dai militari.
3Un’esecuzione concordata tra Pisciotta e i vertici delle forze dell’ordine, per chiudere un capitolo scomodo.
4Il coinvolgimento di uomini della mafia locale nella fase finale della cattura.
5L’ipotesi, mai confermata, che il corpo ritrovato non fosse davvero quello di Giuliano.
Sul destino di chi avrebbe potuto raccontare di più, la storia non è più clemente. Il 9 febbraio 1954, mentre è detenuto nel carcere palermitano dell’Ucciardone in attesa di ulteriori interrogatori, Gaspare Pisciotta muore avvelenato: qualcuno ha messo della stricnina nel suo caffè. Nessuno pagherà mai per quella morte. E una parte della documentazione relativa all’intera vicenda, indagini, rapporti, carte riservate, è rimasta coperta da segreto di Stato fino al 2016.
Tra mito e verità processuale
Nella memoria popolare siciliana,Salvatore Giulianoresta una figura scomoda da inquadrare: per alcuni un ribelle romantico, quasi un simbolo della resistenza dei più poveri contro un potere lontano, per altri un uomo che, qualunque fosse la sua storia personale, ha impugnato un’arma automatica contro una folla di lavoratori disarmati. Non sono due verità equivalenti. Il mito è nato dalla capacità di Giuliano di raccontare se stesso, le interviste concesse ai giornalisti stranieri, le lettere inviate persino al presidente americano Truman per chiedere l’annessione della Sicilia agli Stati Uniti. La strage di Portella della Ginestra è, invece, un fatto processualmente accertato: undici morti, ventisette feriti, un giorno di festa trasformato in lutto.
Raccontare questa storia oggi, per me, non significa alimentare la leggenda del bandito buono. Significa riconoscere che la Sicilia del dopoguerra ha attraversato una stagione di violenza politica di cui portiamo ancora le tracce, e che capire quella stagione, con i nomi, le date, i processi, anche con ciò che è rimasto irrisolto, è parte dello stesso esercizio di onestà con cui provo a raccontare quest’isola in ogni articolo di questo blog: la bellezza, senza nasconderne la storia più difficile.
Portella della Ginestra, oggi, è un luogo di memoria: ogni anno, il 1° maggio, ci si ritrova ancora lì per ricordare. Chi visita quella zona della Sicilia occidentale può fermarsi anche a Montelepre, dove il museo dedicato a Giuliano racconta, con tutte le sue contraddizioni, questo pezzo di storia.
Questo mio articolo suSalvatore Giuliano, di cui io da piccolo sentivo raccontare le sue gesta, vuole essere il primo di una serie, all’interno di questa nuova categoria, che ho voluto denominare “Storie di Sicilia“. La mia intenzione è quella di raccogliere, in questa categoria, i racconti che hanno segnato il destino dell’isola e lasciato un’impronta nella memoria collettiva. Dai grandi fatti di cronaca alle vicende che hanno cambiato la società siciliana, passando per personaggi controversi, eventi storici, tragedie, atti di coraggio e storie di riscatto, questa nuova sezione offrirà uno sguardo approfondito sulla Sicilia attraverso i suoi momenti più significativi.
InStorie di Siciliatroverai articoli dedicati a vicende come la storia del bandito Salvatore Giuliano, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, la lotta alla mafia, ma anche episodi meno conosciuti che hanno contribuito a plasmare l’identità della Sicilia. Un viaggio tra passato e presente per comprendere meglio una terra ricca di fascino, contraddizioni e straordinaria forza.Storie di Sicilia, un racconto onesto del territorio, per capire e ricordare.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia Reale attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
