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Villafranca Tirrena: Briosa, Bauso e il castello di Dumas

Villafranca Tirrena: il castello di Dumas sul Tirreno

Tre nomi, un unico posto. Un castello che un grande scrittore francese rese protagonista di un romanzo. Un giardino con tre grotte dedicate alla Divina Commedia. Un Museo di Storia della Medicina nascosto in una palazzina liberty. E le Isole Eolie che si vedono dall’orizzonte.

Briosa, Bauso, Villafranca: tre nomi e una sola anima

Ci sono paesi che hanno cambiato nome più volte e in ogni nome hanno lasciato qualcosa di sé. Villafranca Tirrena è uno di questi. Il nome più antico è Briosa, citato già nel Settecento dallo storiografo Francesco Nicotra come il primo appellativo dato al luogo, forse per il sito ridente dove esso nacque. Poi divenne Bauso, il nome del feudo medievale, quello che i siciliani pronunciano ancora Bàusu con quell’accento sulla prima sillaba che ha tutta la musica del dialetto messinese. E infine, nel 1929, arrivò Villafranca Tirrena, con la fusione amministrativa tra Bauso, Calvaruso e Saponara, e il nuovo nome che guardava al Tirreno invece che al passato.

Oggi Villafranca Tirrena è un comune di quasi novemila abitanti sul Tirreno, a circa venti chilometri a ovest di Messina, che di quei tre nomi ha tenuto l’anima di ognuno. Il sito ridente di Briosa è ancora lì, nelle colline peloritane che scendono verso il mare con quella generosità del paesaggio siciliano settentrionale. Il Bàusu medievale è ancora lì, nel castello che domina il paese dall’alto del suo sperone roccioso. E Villafranca è lì nel lungomare, nelle spiagge, in quella modernità tranquilla che il Tirreno porta sempre con sé.

Dal 1271 ai Cottone: sette secoli di feudatari

La storia documentata di Villafranca comincia nel 1271, quando re Carlo d’Angiò assegnò a Pierre Gruyer il feudo Bàusus, precedentemente appartenuto a Enrico de Dissinto. Era il periodo degli Angioini, quella dominazione francese sulla Sicilia che finì undici anni dopo con la rivolta del Vespro del 1282. In epoca aragonese il feudo passò di mano in mano attraverso famiglie nobili: i Manna, i Gioeni, poi Giovanni da Taranto. Nel 1399 ci fu il tesoriere del Regno Nicolò Castagna, alla cui morte il feudo andò in dote alla nipote Pina, e per via femminile passò ai Bonifacio, poi ai Ventimiglia, La Grua, Pollicino, Merulla, Spadafora.

Nel 1548 la baronia di Bauso fu acquistata da Giovanni Nicola Cottone, uno dei mercanti e banchieri più influenti di Messina. Fu suo nipote Stefano Cottone, IV signore di Bauso, a compiere nel 1590 l’atto che avrebbe cambiato per sempre il volto del paese: la costruzione del castello. L’anno successivo, il 1591, l’imperatore Filippo II elevò il feudo di Bauso a contea. Nel 1623 Girolamo Cottone ottenne da re Filippo IV di Spagna il titolo di principe di Castelnuovo, l’altro nome con cui il castello era noto. Era il culmine del potere dei Cottone su questo territorio.

Il potere dei Cottone durò fino al 1819, quando Carlo Cottone Cedronio, l’ultimo della linea, vendette la terra di Bauso e il castello con il titolo annesso di principe di Castelnuovo a Domenico Marcello Pettini, ex giudice della Gran Corte Civile di Palermo, per la somma di 9.000 onze. I Pettini sarebbero stati i nuovi signori di Bauso, e avrebbero lasciato sul castello il loro segno più bello.

Il Castello di Bauso: non una fortezza, una residenza con merlature

Il Castello di Bauso, quello che vedi nella foto, quello che si staglia su uno sperone roccioso che sovrasta sia l’autostrada A20 Messina-Palermo sia il paese sottostante, è uno di quei luoghi che ingannano. Dall’esterno, con le sue mura merlate a coda di rondine, i baluardi angolari, la cinta difensiva, sembra una fortezza medievale. E invece, a guardarlo bene, racconta un’altra storia.

L’epigrafe sul portale del bastione sud-est lo dice chiaramente: a difesa dalle incursioni da terra e dal mare, Stefano Cottone, IV signore di Bauso, eresse le mura dalle fondamenta nel 1590. Ma le dimensioni e la qualità dell’edificio raccontano qualcosa di diverso da una fortezza. Il corpo principale, a due elevazioni con grandi finestre e portalino al centro, era chiaramente una residenza, una casa baronale. La cinta muraria con i tre baluardi era funzionale, ma gli studiosi notano che manca di vere velleità difensive. I Cottone avevano bisogno di un luogo in cui stare quando curavano i loro interessi nel territorio, e costruirono una residenza elegante con una cornice che richiamasse il potere senza doverlo esercitare davvero.

Quello che rende unico il castello è la sua storia successiva, quella che la famiglia Pettini scrisse nel corso dell’Ottocento. Furono loro ad arricchire l’edificio con rilievi marmorei, busti con ritratti di antenati, medaglioni con i ritratti dei membri della famiglia. Furono loro a decorare le stanze interne con camini rinascimentali, ritratti di poeti e le raffigurazioni delle Quattro Stagioni. E furono loro, soprattutto, a creare intorno al castello qualcosa di straordinario.

Il giardino all’italiana con le tre grotte della Divina Commedia

Se il castello già da solo vale la visita, il giardino che i Pettini crearono intorno ad esso è qualcosa che non ti aspetti e che non dimentichi. Era un giardino all’italiana, con la cura formale e la simmetria che quel tipo di giardino richiede. Ma i Pettini, che evidentemente avevano un gusto raffinato e una vena letteraria spiccata, lo arricchirono con qualcosa di unico.

Una passerella collegava direttamente il castello a un laghetto artificiale. Dal laghetto partiva una serie di canali con fontanelle che creavano giochi d’acqua e davano vita alle cascate di tre grotte artificiali. Le tre grotte erano intitolate ai tre Canti della Divina Commedia: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Per la costruzione del giardino furono utilizzate pietre di colore diverso e vetri multicolori. E al suo interno insisteva anche la Fontana dei Quattro Leoni, opera attribuita allo scultore fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli, che aveva lavorato anche alla fontana di Orione a Messina.

Di quel giardino magnifico rimangono oggi solo tracce. Ma l’attuale amministrazione comunale ha ottenuto un finanziamento di 650.000 euro per ripristinarlo in tutta la sua magnificenza, creando un eco-museo naturale e collegandolo al castello con un passaggio pedonale. Quando il restauro sarà completato, Villafranca Tirrena avrà un patrimonio paesaggistico e culturale che pochi comuni siciliani possono vantare.

Alexandre Dumas, Pascal Bruno e la testa nella gabbia

La storia del Castello di Bauso non sarebbe completa senza quella di Pasquale Bruno e del romanzo che Alexandre Dumas gli dedicò. Ed è una di quelle storie che solo la Sicilia sa produrre, con quella miscela di violenza, onore, amore e tragedia che è la firma della letteratura romanticamente siciliana.

Dumas, durante i suoi viaggi in Sicilia nell’Ottocento, passò per Bauso. Qualcuno gli raccontò una storia: quella di Pasquale Bruno, un bandito locale che aveva scelto quella strada per vendicare un torto subito dalla sua famiglia. Il padre era stato condannato a morte dal Conte di Bauso dopo aver cercato di vendicarlo per il reato di ius primae noctis esercitato sui suoi familiari. La testa del padre era stata messa in una gabbia sulle mura del castello. Pasquale Bruno, cresciuto in esilio con la madre a Barcellona Pozzo di Gotto, tornò a Bauso da adulto e divenne un fuorilegge che combatteva le prepotenze del Conte. Alla fine si arrese per amore del suo paese, che la Contessa minacciava di bruciare. E andò incontro a una morte violenta che fece di lui una leggenda.

Dumas trasformò questa storia in un romanzo, Pascal Bruno, pubblicato nel 1837. Scrisse nel suo diario di viaggio quella celebre raccomandazione che ancora oggi si trova incisa nella memoria di chi conosce Bauso: Ascoltate, non dimenticate di fare una cosa quando andrete da Palermo a Messina per mare o per terra. Fermatevi al piccolo paese di Bauso, vicino alla punta di Capo Bianco. Di fronte ad un albergo troverete una strada in salita che termina a destra con un piccolo castello a forma di cittadella. Alle mura di quel castello si trovano appese due gabbie: una è vuota, nell’altra biancheggia da vent’anni la testa di un morto. Domandate al primo viandante che incontrerete la storia dell’Uomo a cui appartenne quella testa. Quella storia, resa immortale da Dumas, è ancora qui. Il castello è qui. E chi viene a Villafranca Tirrena sente ancora nell’aria qualcosa di quella leggenda.

Il Museo di Storia della Medicina Ottavio Badessa

Villafranca Tirrena ha un tesoro nascosto che pochi conoscono e che merita attenzione: il Museo di Storia della Medicina Ottavio Badessa, inaugurato nel 2004 grazie a una convenzione tra l’Amministrazione Comunale e il medico Paolo Badessa. Si trova in una palazzina in stile liberty di Via Rovere, una di quelle costruzioni di fine Ottocento che in Sicilia si trovano nei posti più inaspettati.

Il museo raccoglie una collezione di strumenti e apparecchi elettromedicali storici, libri e documenti scientifici, che documentano l’evoluzione della medicina e delle sue pratiche nel corso dei secoli. È uno di quei musei che non trovereste mai nei circuiti turistici standard, che richiedono di sapere dove cercarli, e che per questo fanno parte di quella Sicilia autentica e inaspettata che è sempre la più interessante da scoprire.

La Chiesa Madre, il Bamparizzu e la vita del borgo

Il castello non è l’unico monumento di Villafranca Tirrena. La Chiesa Madre di San Nicolò di Bari, patrono del paese, fu costruita nell’Ottocento probabilmente sui resti di un edificio ecclesiastico precedente. All’interno custodisce una croce dipinta del XVI secolo attribuita a Mariano Riccio, una Madonna con Bambino di bottega Calameccana, e due sculture lignee, tra cui la statua di San Nicola di Bari eseguita nel 1859 dal messinese Mollica. C’è anche una lapide marmorea con una poesia di Felice Bisazza dedicata a Maria Antonietta Pettini, la moglie del Conte Francesco, morta a soli ventissei anni nel 1844. Una presenza commovente, quella di questa donna giovane ricordata da un poeta e da una lapide nella chiesa del paese che i Pettini avevano fatto loro.

La festa più sentita del paese è il Bamparizzu del 5 dicembre, un grande falò in onore di San Nicolò che si svolge nella Piazza Castello, antistante la Chiesa Madre e il Palazzo Baronale. Ma c’è un momento della festa patronale che è unico e teatralmente straordinario: dalla Piazza Castello parte la Corte Principesca in costume storico, preceduta da ragazzi vestiti da alabardieri e archibugieri e da cavalieri a cavallo. I pescatori e i nobili si incontrano davanti al Palazzo Municipale, e lì avviene la consegna delle chiavi del Castello di Bauso da parte del Principe ai pescatori, in segno di benevolenza e rispetto. Poi la corte e i pescatori proseguono insieme fino alla piazza dove li aspetta il falò. È un rito che racconta tutto quello che Villafranca è stata: il castello, il principe, il mare, i pescatori, e un accordo antico tra il potere e il popolo che si rinnova ogni anno.

Il lungomare, le spiagge e le Isole Eolie all’orizzonte

Villafranca Tirrena è anche mare. Il lungomare che si sviluppa lungo la costa tirrenica è uno di quelli in cui si passeggia volentieri in qualsiasi stagione, con il profumo dell’aria marina e quella vista sull’orizzonte che in giornate limpide regala lo spettacolo delle Isole Eolie. Vulcano, Lipari, Salina, Stromboli: tutte visibili, nelle giornate più limpide, da questa costa che è il confine naturale tra il Tirreno e lo Stretto di Messina.

Il lungomare di Villafranca Tirrena

Le spiagge sono quelle di una costa tirrenica siciliana ben tenuta: ciottoli e sabbia, fondali puliti, acqua limpida. La spiaggia di Villafranca è frequentata principalmente dai residenti e dai turisti di prossimità, con quella qualità degli accessi facili e dei servizi presenti senza la sovraffollamento tipico delle mete più blasonate. È il tipo di spiaggia in cui si sta bene in agosto, e in cui si sta meglio ancora in giugno e settembre.

Il fondaco di Piazza Dante, attivo già nel Cinquecento come punto di sosta lungo la direttrice Palermo-Messina, dice molto su questo posto. Villafranca Tirrena è sempre stata un luogo di passaggio e di sosta. I viceré spagnoli che andavano da Palermo a Messina si fermavano qui. I viaggiatori del Grand Tour si fermavano qui. Alexandre Dumas si fermò qui e scrisse un romanzo. Chi si ferma oggi non trova meno di quello che trovarono loro: un castello, una storia, un mare, e quella qualità rara del luogo che non ha ancora dimenticato di essere se stesso.

COME ARRIVARE E COSA SAPERE

📍 Dove si trova
Villafranca Tirrena, città metropolitana di Messina. Costa tirrenica, circa 18 km da Messina, 90 km da Palermo.

🚗 Come arrivare
Da Messina: autostrada A20 direzione Palermo, uscita Villafranca Tirrena, circa 15 minuti. Da Palermo: A20 direzione Messina, uscita Villafranca Tirrena. La stazione ferroviaria di Villafranca Tirrena-Saponara è sulla linea Palermo-Messina con buoni collegamenti regionali.

🏛️ Cosa vedere
Castello di Bauso con merlature a coda di rondine e vista sul Golfo di Milazzo (visitabile, sede di eventi culturali), parco-giardino del castello in restauro, Chiesa Madre di San Nicolò di Bari con la croce del XVI sec. e le sculture lignee, Museo di Storia della Medicina Ottavio Badessa in Via Rovere (palazzina liberty), Santuario Ecce Homo di Calvaruso, Museo della Devozione nel Chiostro del Monastero di Calvaruso.

📅 Feste ed eventi5 dicembre: Bamparizzu, grande falò in onore di San Nicolò patrono, con la Corte Principesca in costume storico e la consegna delle chiavi del castello ai pescatori. Estate: eventi culturali nel castello (mostre, concerti, manifestazioni).

🌊 Mare e spiagge
Lungomare sul Tirreno con vista sulle Isole Eolie nelle giornate limpide. Spiagge di ciottoli e sabbia, fondali puliti, frequentazione prevalentemente locale. Ideale in giugno e settembre.

🌿 Nei dintorni
Messina con il Duomo e la Vara (18 km), Capo Milazzo e Milazzo (25 km, traghetti per le Eolie), Saponara (5 km), Barcellona Pozzo di Gotto (20 km), Tindari (30 km).

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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