Un labirinto di cipressi, poi un giardino dei principi di Biscari, poi il polmone verde più amato di Catania. Settantadue mila metri quadrati di ficus centenari, palme, il Chiosco della Musica in ghisa e un orologio floreale che si rinnova ogni giorno. Benvenuti a ‘a Villa.
‘A Villa: il salotto verde di Catania
Ci sono luoghi in una città che non appartengono a nessuno in particolare e appartengono a tutti insieme. Luoghi che nessun catanese chiamerebbe con il nome ufficiale, perché il nome ufficiale è per le guide turistiche e per i forestieri. I catanesi la chiamano semplicemente ‘a Villa. Non Villa Bellini, non Giardino Bellini. ‘A Villa. L’articolo determinativo e basta, come se non ci fosse bisogno di aggiungere altro, come se a Catania ci fosse una sola villa e quella villa fosse questa. Ed è così: per i catanesi è quella, e solo quella.
Si trova su Via Etnea, l’arteria principale della città che sale dritta verso il vulcano, al numero 192. Si estende su una superficie di quasi settantaduemila metri quadrati, sviluppata su due colline naturali collegate da un sistema di viali, scalinate e ponticelli che ne fanno un paesaggio in miniatura più che un semplice parco. È il giardino pubblico più antico di Catania, quello che vide nascere generazioni intere di catanesi, quello in cui i nonni portavano i nipoti e i nipoti portano i loro figli. Una continuità di affetto che dura da quasi centoquarant’anni, e che non accenna a interrompersi.

Il Labirinto del Principe di Biscari
La storia di Villa Bellini comincia molto prima del 1883, la data ufficiale di inaugurazione, e molto prima del 1854, l’anno in cui il Comune di Catania acquistò la proprietà. Comincia nel Settecento, quando il principe Ignazio Paternò Castello, il Principe di Biscari, uno dei nobili più colti e più raffinati della Catania del XVIII secolo, fece realizzare su questo terreno un giardino privato secondo le mode dell’epoca.
Lo chiamavano il Labirinto, e il nome non era metaforico. Un quarto del giardino era piantato tutto di cipressi disposti in viottoli che facevano tante giravolte, tante svolte e tornanti tra le siepi alte, che era difficile ritrovare il cammino e uscire da quell’intricato labirinto vegetale. Era un gioco, uno spettacolo, un’attrazione per gli ospiti illustri che il Principe riceveva nella sua residenza. C’erano statue, fontane a zampillo con i loro giochi d’acqua, siepi geometriche tagliate con la precisione del giardinaggio barocco. Era il giardino di un uomo che aveva viaggiato in Europa, che conosceva Versailles e i grandi giardini italiani, e che voleva qualcosa di paragonabile nella sua Catania.
Quel giardino rimase di proprietà privata per oltre un secolo. Nel 1820 venne proposto in vendita, ma solo dopo un lungo periodo di trattative, il 29 settembre 1854, il Labirinto fu acquistato dal Comune di Catania dagli eredi del principe per la somma concordata. Il marchese Antonio Paternò del Toscano, capo dell’amministrazione cittadina, scrisse nel 1858 a corredo del suo Progetto di un pubblico passeggio: «Non una città che fosse pur di terz’ordine manca nel continente di una pubblica villa, ove i cittadini trovano l’opportunità di respirare l’aria ossigenata delle piante e il convegno sicuro di tutta quella gente che vuol divertirsi». Quella frase semplice e diretta è il manifesto del progetto, e dice tutto sul motivo per cui quel giardino doveva diventare pubblico.
Landolina, Fichera e trent’anni di cantiere
Trasformare un giardino privato di una famiglia nobile in un parco pubblico per trecentomila persone non è un’operazione semplice. Non lo era nel 1854, non lo sarebbe oggi. Il Comune di Catania dovette affrontare ostacoli di ogni tipo: acquistare i terreni privati adiacenti necessari ad ampliare la superficie, risolvere i problemi di dislivello tra le due colline naturali del sito, trovare le risorse, trovare i professionisti giusti.
Fu affidato all’architetto catanese Ignazio Landolina il compito di trasformare il Labirinto in parco pubblico. Ma fu l’ingegnere Filadelfo Fichera, uno dei maggiori esperti di ingegneria sanitaria dell’epoca, a trovare la soluzione elegante al problema principale: collegare le due colline di diversa altezza e i nuovi terreni acquisiti con un sistema di scalinate, ponticelli e viali che desse al giardino la sua impostazione attuale. A Fichera si devono quei ponticelli e quelle scalinate che ancora oggi sono tra gli elementi più caratteristici e più fotografati di Villa Bellini, quell’architettura del passeggio che trasforma il dislivello in opportunità.
I lavori si protrassero per quasi trent’anni. Nel 1880 fu inaugurato il Viale degli Uomini Illustri con i busti dei personaggi più famosi della storia italiana e catanese, e già nel 1875 era stata collocata all’ingresso la statua in bronzo di Giuseppe Mazzini, opera dello scultore Francesco Licata. Infine, il 6 gennaio 1883, Epifania, la nuova Villa fu inaugurata e aperta alla città. Quel giorno d’inverno di centoquarant’anni fa, le famiglie catanesi entrarono per la prima volta nel loro giardino pubblico. La tradizione vuole che fosse un giorno di grande festa.

Il Chiosco della Musica in ghisa: l’opera che ha reso la villa famosa
Tra tutti gli elementi di Villa Bellini, quello che è diventato il suo simbolo visivo, quello che tutte le fotografie cercano, quello che compare su tutti i siti e tutte le guide, è il Chiosco della Musica in ghisa lavorata, costruito nel 1879 in stile moresco sulla sommità della collina nord. È esattamente quello che si vede nella copertina di questo articolo: quella struttura ottagonale di ferro battuto con le sue decorazioni goticheggianti, le sue colonne sottili, il tetto a cupola con le punte ricamate, le lampade sferiche bianche che di sera illuminano il palco dall’interno.
Era il palco dei concerti, quello in cui le bande musicali catanesi si esibivano nelle sere estive davanti al pubblico seduto sul prato circostante. Nei primi decenni del Novecento, le serate musicali al Chiosco della Musica erano uno degli appuntamenti più attesi della vita sociale catanese. Negli anni Quaranta, nel 1942, il giardino ospitò una rappresentazione della Turandot di Puccini, un evento che ancora si ricorda. E poi, con il declino che investì il giardino dalla metà degli anni Settanta, anche il Chiosco cadde in disuso, e quel palco che aveva sentito tanta musica rimase muto per decenni.
Nel settembre del 2010, nel giorno del 23 settembre, anniversario della morte di Vincenzo Bellini, il giardino fu riaperto al pubblico dopo quattro anni di chiusura per lavori. La cerimonia inaugurale includeva un concerto della banda dei carabinieri tenuto nel Chiosco della Musica, che tornava a fare quello per cui era stato costruito dopo vent’anni di silenzio. È uno di quei momenti in cui la storia di un luogo si chiude in un cerchio.
Il 1932: l’ingresso monumentale e le quattro stagioni
Il secondo grande momento costruttivo nella storia di Villa Bellini arrivò quasi mezzo secolo dopo l’inaugurazione, nel 1932, con la realizzazione dell’ingresso monumentale su Via Etnea su progetto degli architetti Autore, Samonà e Gesugrande. Fu un intervento di grande impatto visivo che trasformò radicalmente il rapporto tra il giardino e la città.
L’ingresso si presenta attraverso una lunga scalinata affiancata da aiuole che conduce a un piccolo piazzale con al centro una vasca. La scalinata è pavimentata con ciottoli bianchi e neri disposti a mosaico, uno di quei dettagli artigianali che rendono i percorsi siciliani qualcosa di più di un semplice passaggio. L’anno successivo alla sua inaugurazione, nel 1933, alla sommità dello scalone furono collocate le quattro statue monumentali che rappresentano le Arti, opera dello scultore Domenico Maria Lazzaro, e le Stagioni, opera dello scultore Tino Perrotta. Quelle otto figure in pietra che guardano i visitatori dall’alto della scalinata sono diventate parte dell’identità visiva della villa quasi quanto il Chiosco della Musica.
Sulla collinetta che fa da sfondo alla vasca d’ingresso, un grande orologio il cui quadrante è costituito da piantine sempreverdi e viene modificato ogni giorno è uno degli elementi che i visitatori cercano appena entrati. Accanto all’orologio, un datario floreale aggiornato quotidianamente. Sono gli elementi di quel giardinaggio decorativo degli anni Cinquanta che creava veri e propri disegni ed iscrizioni nelle aiuole: l’elefante Liotru simbolo di Catania, la lira e la chiave di violino in omaggio a Bellini, la Trinacria simbolo della Sicilia.

Lo zoo, l’elefante del circo Orfei e gli anni del declino
Negli anni Sessanta Villa Bellini visse la sua stagione più bizzarra e per certi versi più amata: quella del piccolo zoo. Intorno al 1960, per circa un decennio, il giardino si arricchì di voliere con uccelli esotici, anatre e cigni nelle vasche, pavoni in libertà che passeggiavano tra i viali, rettili e serpenti in apposite gabbie, scimmie e altri piccoli animali in un recinto apposito.
Ma il personaggio più celebre di tutti fu un elefante indiano, donato alla città dal circo Orfei di passaggio a Catania. Che un circo lasciasse il suo elefante alla città è già di per sé una storia straordinaria. Che quella città fosse Catania, il cui simbolo è l’elefante di pietra lavica in Piazza del Duomo, aggiunge una coincidenza che sembra inventata e invece è vera. L’elefante indiano di Villa Bellini divenne uno dei simboli viventi della città, un’attrazione che i catanesi mostravano con orgoglio ai visitatori. Morì alla metà degli anni Ottanta, ultimo sopravvissuto dello zoo che si era lentamente spento per mancanza di fondi e di attenzione.
Il declino del giardino cominciò proprio in quegli anni, dalla metà degli anni Settanta, quando i fondi stanziati per la manutenzione iniziarono a ridursi progressivamente. Le piogge rovinarono le aiuole in pendenza, le piante mal curate inselvatichirono, i cigni sparirono dalla vasca d’ingresso, le decorazioni floreali scomparvero. Un incendio di origine non chiara distrusse totalmente il padiglione cinese sulla sommità della collina nord, con tutto il suo contenuto di libri e documenti. Fu una perdita culturale prima ancora che paesaggistica, uno di quei danni irreversibili che fanno capire quanto sia fragile il patrimonio che non si cura.

Il patrimonio botanico: 106 specie, ficus centenari e araucarie
Nonostante le vicissitudini, il patrimonio botanico di Villa Bellini è ancora oggi uno dei più ricchi e diversificati dei giardini pubblici italiani. Tra alberi e arbusti si contano almeno 106 specie, con prevalenza di palme, araucarie e ficus, con diversi esemplari ultracentenari che sono monumenti naturali a tutti gli effetti.
Il Ficus macrophylla è la star indiscussa del giardino: un esemplare di proporzioni straordinarie le cui radici aeree pendono come tende dai rami, creando una dimensione quasi surreale. Le Araucarie, quelle conifere dalla forma piramidale perfetta che sembrano sculture più che alberi, si distribuiscono in vari punti del giardino. Le palme di diverse specie creano l’atmosfera subtropicale che si sente appena si entra. E poi i platani, i fichi d’india, i pini marittimi, e le specie mediterranee come querce, ulivi e cipressi. Una collezione botanica che qualunque museo del verde del mondo potrebbe invidiare.
La guida turistica di Catania pubblicata nel 1899, che è anche il documento più eloquente dello splendore originale del giardino, lo descriveva in questo modo: la sua posizione è incantevole. Per questa diversità di panorami che offre, il Giardino di Catania è considerato come uno dei migliori d’Europa. Diversi ponticelli, costruiti con vera eleganza, i sottopassaggi, un tunnel, le aiuole fiorite, i praticelli erbosi e ricchi di ogni specie di fiori, la fontana, il piazzale che divide le due colline, tutto si fonde per trasformare questo meraviglioso giardino in un luogo di delizie. Quella descrizione è ancora in parte vera, anche se il tempo e la trascuratezza hanno lasciato il loro segno.
Vincenzo Bellini e il busto del 1866
Il nome del giardino è quello di Vincenzo Bellini, il compositore catanese nato nel 1801 e morto a Puteaux nel 1835, uno dei più grandi operisti della storia italiana. Il Bellini di Norma e di La Sonnambula, di Beatrice di Tenda e dei Puritani, quello che Chopin amava e che Wagner rispettava. Il catanese più famoso del mondo, quello che Catania celebra con un teatro, un aeroporto, una piazza, un museo e questo giardino.
Il monumento marmoreo a Bellini, opera dello scultore napoletano Tito Angelini, è nel giardino dal 1866, e occupa la posizione d’onore nel piazzale centrale. Non è il busto di un personaggio storico lontano: è il ritratto di un catanese che i catanesi sentono ancora vicino, che la città considera suo figlio più illustre, che anche qui, tra i ficus centenari e le araucarie, viene ricordato con quella familiarità affettuosa che il dialetto siciliano sa dare a chiunque ami davvero.
| COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Dove si trova Via Etnea 192, Catania. Ingresso principale su Via Etnea. Secondo ingresso su Piazza Roma, raggiungibile dal Viale Regina Margherita o Corso Italia. Terzo ingresso su Via Tomaselli. 🕘 Orari di visita Aperto tutti i giorni dalle 7:00 al tramonto (orario variabile per stagione). Ingresso gratuito. Presenza di bambinopoli, attrezzature sportive inclusive, servizi igienici, chiosco-bar. 🌿 Cosa vedere Chiosco della Musica in ghisa stile moresco (1879), orologio floreale e datario aggiornato quotidianamente, Viale degli Uomini Illustri con busti storici, monumento marmoreo a Vincenzo Bellini di Tito Angelini (1866), statue delle Arti di Lazzaro e delle Stagioni di Perrotta (1933), Ficus macrophylla centenario, scalinata d’ingresso in mosaico di ciottoli, vasca centrale, ponticelli e tunnel di Fichera. 🌳 Il patrimonio botanico Almeno 106 specie di piante tra alberi e arbusti: Ficus macrophylla monumentale, Araucarie, palme di varie specie, platani, pini, cipressi, ulivi, Ficus religiosa. Esemplari ultracentenari in tutto il parco. 📅 Quando andare Tutto l’anno. Primavera per le fioriture. Estate per i concerti e gli eventi serali. Autunno per i colori. La mattina presto per il giardino silenzioso con i catanesi anziani che leggono il giornale sulle panchine. 🌿 Nei dintorni Orto Botanico dell’Università (Via Etnea 397, 10 min a piedi), Monastero dei Benedettini UNESCO (10 min), Piazza del Duomo con la Fontana dell’Elefante (15 min), Teatro Romano (15 min), Via Etnea per lo shopping. |
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
