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Una società malata che finge di star bene

Una società malata che finge di stare bene

Viviamo in una società malata che finge di stare bene. Una società che sorride nelle pubblicità, brinda negli spot, corre nei SUV lucidi da centomila euro e poi, appena spegni la televisione, ti lascia solo davanti al conto corrente in rosso.

Una società malata

È una società drogata da un’illusione di benessere che riguarda sempre qualcun altro. Ci raccontano un Paese che consuma, viaggia, compra, prenota, investe, parte, si diverte. Ma poi guardi la vita reale, quella che non finisce nei servizi patinati dei telegiornali, e trovi persone che fanno i conti con bollette, assicurazioni, mutui, affitti, rate, spesa, benzina, tagliandi, revisioni e stipendi che sembrano evaporare appena arrivano.

Passano in televisione pubblicità di auto enormi, SUV potenti, macchine elettriche di lusso, interni in pelle, sorrisi perfetti e famiglie felici che attraversano paesaggi immaginari. Promettono libertà, prestigio, avventura. Poi vivi in un Paese dove se superi di poco il limite ti arriva una multa salata, se compri un’auto nuova devi prepararti a bollo, assicurazione, manutenzione e rate, e se hai uno stipendio normale ti accorgi che quella libertà venduta in TV è soltanto un’altra trappola confezionata bene.

Ti vendono la potenza, ma ti tolgono la possibilità di usarla. Ti vendono la libertà, ma ti controllano ogni chilometro. Ti vendono il sogno, ma poi ti lasciano il conto da pagare.

Il Paese delle vetrine piene e delle tasche vuote

Sui giornali leggiamo del boom del turismo, degli hotel pieni, dei ristoranti esclusivi a Capri, Taormina, Portofino, Venezia, delle file davanti ai locali alla moda, delle spiagge private prenotate, degli aperitivi costosi, dei resort pieni di gente elegante e sorridente.

E allora viene spontaneo chiederselo: ma chi sono? Dove vivono? Che lavoro fanno? A quale Italia appartengono?

Perché l’Italia che conosco io è un’altra. È l’Italia di chi aspetta lo stipendio per respirare due giorni e poi ricomincia subito a contare. È l’Italia di chi rimanda il dentista, di chi sceglie il supermercato in base alle offerte, di chi spegne il condizionatore anche se fa caldo, di chi guarda il prezzo della benzina prima di decidere se muoversi.

È l’Italia di chi quest’estate non potrà permettersi neanche un weekend. Non una vacanza lunga, non un viaggio esotico, non una crociera. Un semplice weekend. Due giorni. Una notte fuori. Una cena senza guardare troppo il conto. Una piccola pausa dalla fatica quotidiana.

E invece niente. Tagliando, revisione, assicurazione e bollo ti divorano lo stipendio. La macchina, che dovrebbe darti autonomia, diventa un pozzo senza fondo. Il conto va in rosso. E tu ti ritrovi a pensare che il problema non è nemmeno più andare in vacanza: il problema è arrivare alla fine del mese senza sentirti sconfitto.

La ricchezza raccontata come normalità

Il punto più disgustoso non è che esistano ricchi. I ricchi sono sempre esistiti. Il problema è che oggi la ricchezza viene raccontata come se fosse la condizione normale di tutti.

La televisione, i social, i giornali, le pubblicità e persino certi discorsi politici mostrano un Paese che sembra vivere sopra le proprie possibilità. Tutti al ristorante, tutti in viaggio, tutti con il telefono nuovo, tutti con l’auto nuova, tutti vestiti bene, tutti sorridenti, tutti in movimento.

Ma questa non è l’Italia reale. Questa è l’Italia esibita, selezionata, filtrata, venduta. È una scenografia.

L’Italia reale è fatta di lavoratori stanchi, pensionati che aiutano figli e nipoti, famiglie che tagliano sulle spese, giovani che restano a casa perché non possono permettersi un affitto, coppie che rinviano progetti, padri e madri che sorridono davanti ai figli ma dentro fanno i conti con l’ansia.

L’Italia reale non la vedi negli spot. Non la vedi nei servizi sulle località di lusso. Non la vedi nei video patinati degli influencer. L’Italia reale sta dietro le quinte, con il cellulare in mano a controllare il saldo disponibile.

Turismo da copertina e cittadini esclusi

Ci raccontano che il turismo va bene. Che le città d’arte sono piene. Che i ristoranti sono prenotati. Che gli stranieri spendono. Che le località famose fanno numeri importanti.

Bene. Ma a chi porta davvero benessere tutto questo?

Perché se un Paese diventa una vetrina per chi può permetterselo, mentre i suoi stessi cittadini vengono lentamente espulsi dalla possibilità di viverlo, allora non siamo davanti a una vittoria. Siamo davanti a un fallimento mascherato da successo.

Che senso ha vantarsi degli hotel pieni se un lavoratore italiano non può permettersi due notti fuori? Che senso ha celebrare i ristoranti esclusivi se una famiglia normale deve pensarci tre volte prima di ordinare una pizza? Che senso ha parlare di ripresa se la ripresa la vedono sempre gli altri?

Il turismo di lusso non può diventare l’unica fotografia del Paese. Non può essere la coperta elegante sotto cui nascondere la povertà crescente, la precarietà, la fatica, la frustrazione.

Una nazione non sta bene perché i ricchi continuano a spendere. Una nazione sta bene quando anche chi lavora normalmente può vivere con dignità.

La vergogna silenziosa di chi non ce la fa

La cosa più crudele è che chi non ce la fa spesso si sente pure in colpa. Come se il problema fosse suo. Come se non avesse lavorato abbastanza, risparmiato abbastanza, programmato abbastanza.

Ti fanno credere che se non puoi permetterti una vacanza è perché hai sbagliato qualcosa. Se non riesci a comprare casa è colpa tua. Se non arrivi a fine mese è perché non sai gestire i soldi. Se non cambi auto è perché sei rimasto indietro. Se non esci, non consumi, non viaggi, non sorridi, allora sei tu a non essere abbastanza.

Ma non è così.

C’è un pezzo enorme di società che lavora, paga, rispetta le regole e nonostante questo resta sempre in affanno. Gente normale, non fannulloni. Persone che si alzano la mattina, fanno il loro dovere, pagano tasse, multe, bollette, contributi, carburante, spese impreviste, e poi vengono trattate come se il loro disagio fosse un difetto personale.

Non è un difetto personale. È un problema collettivo.

Quando una persona che lavora non riesce più a permettersi una pausa, non è quella persona a essere fallita. È la società a essere malata.

Spiagge libere, cene in casa e sogni ridimensionati

Parlando con amici e colleghi, la realtà è sempre la stessa. Si parla di spiagge libere, di panini portati da casa, di cene tra amici per spendere meno, di gite in giornata, di “quest’anno niente”, di “vediamo più avanti”, di “magari a settembre”, sapendo già che settembre non cambierà nulla.

E non c’è niente di male nella semplicità. Una spiaggia libera può essere bellissima. Una cena in casa può essere più vera di mille ristoranti. Una giornata al mare può bastare per respirare.

Il problema è quando la semplicità non è una scelta, ma l’unica possibilità rimasta.

Il problema è quando il risparmio non è virtù, ma sopravvivenza. Quando il “facciamo qualcosa di semplice” significa in realtà “non possiamo permetterci altro”. Quando anche il piccolo piacere deve essere calcolato, misurato, ridotto.

Allora la libertà diventa una parola vuota. Perché una società in cui milioni di persone non possono permettersi neanche un fine settimana di respiro non è una società sana. È una società che ha imparato a nascondere la propria malattia sotto uno strato di pubblicità.

Il benessere degli altri

Siamo circondati dal benessere degli altri. Lo vediamo sui social, nei servizi televisivi, nelle vetrine, nei parcheggi degli hotel, nelle località da cartolina. Tutto sembra pieno, tutto sembra ricco, tutto sembra felice.

Ma quel benessere non ci appartiene. Lo guardiamo da fuori, come si guarda una festa a cui non siamo stati invitati.

E intanto dobbiamo continuare a fingere. Fingere che vada tutto bene. Fingere che sia normale lavorare e non potersi permettere nulla. Fingere che sia normale pagare sempre di più per avere sempre meno. Fingere che il Paese sia in ripresa mentre le persone sono sempre più stanche.

La verità è che molti non vivono più: resistono. Resistono con dignità, con rabbia, con vergogna, con silenzio. Resistono perché non hanno alternative, perché devono mandare avanti la famiglia, perché devono pagare, perché devono reggere.

Ma resistere non è vivere.

Una recita grottesca

L’Italia di oggi sembra una grande recita grottesca. Sul palco ci sono pochi privilegiati che fanno la parte dei ricchi, dei vincenti, dei felici, dei sempre in vacanza. Dietro le quinte ci sono milioni di persone che reggono il teatro, puliscono, servono, lavorano, pagano, guidano, consegnano, insegnano, curano, riparano, aspettano.

Poi qualcuno accende le luci solo sul palco e dice: “Guardate come siamo messi bene”.

No. Non siamo messi bene.

Una società non può misurare la propria salute dalle vetrine del lusso, dagli alberghi pieni o dai ristoranti esclusivi. Deve misurarla dalla vita quotidiana delle persone comuni. Dal loro potere d’acquisto. Dalla loro serenità. Dalla possibilità di curarsi, muoversi, mangiare bene, riposare, viaggiare ogni tanto, concedersi una piccola gioia senza sentirsi irresponsabili.

Se tutto questo diventa un privilegio, allora il problema non è individuale. È politico, economico, culturale e morale.

Il diritto a una vita normale

Non stiamo parlando di yacht, ville, champagne o resort a cinque stelle. Stiamo parlando di una vita normale.

Una macchina mantenuta senza dissanguarsi. Una bolletta pagata senza paura. Una spesa fatta senza calcolatrice mentale. Un weekend ogni tanto. Una pizza fuori. Un gelato con i figli. Una gita al mare. Una visita medica senza rimandare. Una casa dignitosa. Un po’ di respiro.

Chiedere questo non è invidia sociale. Non è vittimismo. Non è rancore. È chiedere dignità.

Il problema è che oggi persino la normalità sembra diventata lusso. E quando la normalità diventa lusso, significa che qualcosa si è rotto profondamente.

Conclusione: smettiamo di fingere

Forse dovremmo iniziare da qui: smettere di fingere.

Smettere di raccontare un Paese che non esiste. Smettere di confondere il lusso di pochi con il benessere di tutti. Smettere di chiamare ripresa ciò che per molti è soltanto sopravvivenza. Smettere di usare le località piene, i ristoranti esclusivi e le pubblicità di auto costose come prova che tutto va bene.

No, non va tutto bene.

C’è un’Italia che non parte, non prenota, non consuma, non protesta nemmeno più. Un’Italia stanca, silenziosa, che tira avanti con il freno a mano tirato. Un’Italia che lavora e resta povera, che paga e resta scoperta, che guarda gli altri vivere e si accontenta di non crollare.

Questa è l’Italia reale. E finché continueremo a ignorarla, saremo davvero una società malata che finge di stare bene.

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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