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Touch grass: la rivolta silenziosa di chi ha smesso di guardare lo schermo

Touch grass: perché i giovani scappano nel bosco per ritrovare se stessi

Da insulto di internet a filosofia di vita: come un meme è diventato il movimento culturale più onesto del decennio. Il problema non è lo schermo. Il problema è che abbiamo dimenticato cos’altro esiste.

Immagina questa scena. Una ragazza di venticinque anni, in mezzo a un bosco, alberi alti, luce che filtra, silenzio quasi totale. Tiene il telefono sollevato, inquadra le foglie, registra trenta secondi di natura pura, poi scrive nella didascalia: “Finalmente staccata da tutto.” E posta su TikTok.

Non c’è niente di ipocrita in questa scena. O meglio, c’è qualcosa di profondamente umano, quella contraddizione tra il bisogno di fuggire e l’abitudine di documentare, tra il desiderio di silenzio e la difficoltà di abitarlo senza condividerlo. Quella ragazza nel bosco sta facendo esattamente quello che una parte crescente della sua generazione sta facendo: touch grass. Tocca l’erba. Letteralmente.

Touch grass è nato come un insulto. È diventato una diagnosi. E adesso sta diventando una risposta.

Da insulto a movimento: la storia di due parole

Tutto inizia, come spesso accade, con una cattiveria. Nei forum di internet, “go touch grass” era un modo sprezzante per dire a qualcuno di uscire di casa, di smettere di perdere tempo online, di tornare nel mondo reale. Un insulto diretto a chi passava troppe ore davanti allo schermo, incapace di staccarsi. Ironicamente, quasi tutti quelli che lo usavano si trovavano nella stessa identica situazione.

Poi qualcosa è cambiato. Verso il 2022 e il 2023, la frase ha iniziato a girare in modo diverso. Non più come insulto, ma come autoironia, come confessione, come promessa. “Devo andare a toccare l’erba” detto da qualcuno che riconosce di aver passato troppo tempo online e ha voglia di smettere, almeno per un po’. Il tono è passato dall’aggressivo al vulnerabile. E quella vulnerabilità ha risuonato.

Oggi touch grass è un hashtag con decine di milioni di visualizzazioni, una filosofia informale di vita, un modo di descrivere un bisogno che la generazione più connessa della storia ha difficoltà a nominare altrimenti. Il bisogno di stare fuori, di stare fermi, di stare zitti. Di sentire qualcosa che non arrivi da uno schermo.

I numeri di un esaurimento collettivo

Non serve molta immaginazione per capire perché questo bisogno sia così diffuso. Basta guardare qualche numero, e lasciarli fare il loro lavoro.

Nel 2025 il tempo medio giornaliero trascorso davanti allo schermo dalla generazione Z ha raggiunto le sette ore e quarantatré minuti, in crescita rispetto all’anno precedente. Sette ore e quarantatré minuti di luce blu, notifiche, scroll infinito, confronti, performance, contenuti ottimizzati per catturare l’attenzione nel più breve tempo possibile. Quasi la metà delle ore di veglia.

In parallelo, l’Istituto Superiore di Sanità ha inserito l’uso eccessivo dello smartphone tra le principali questioni da affrontare in materia di salute mentale nel 2025, dedicandogli la sua prima raccomandazione ufficiale dell’anno. Non un’associazione di genitori preoccupati, non un opinionista nostalgico del telefono a gettoni. L’istituto pubblico di riferimento per la salute in Italia.

E poi c’è un dato che, più di tutti gli altri, racconta dove siamo arrivati: oltre il quarantadue per cento delle esperienze che le persone descrivono come più significative e appaganti avviene completamente offline. Una passeggiata, una cena cucinata insieme, un libro di carta, una conversazione senza telefoni sul tavolo. Cose banali, cose normalissime, che sono diventate il lusso più ricercato del decennio.

La scienza che dà ragione all’erba

C’è un esperimento che bisogna conoscere per capire quanto il fenomeno touch grass sia fondato su qualcosa di reale e non su romanticismo nostalgico. I ricercatori hanno messo a confronto gli effetti del contatto fisico con erba naturale e con erba artificiale. Il risultato è stato netto: chi toccava l’erba vera mostrava una riduzione misurabile dell’ansia. Chi toccava quella sintetica, niente. Un risultato piccolo nei numeri, enorme nelle implicazioni: il corpo distingue. Sa riconoscere la natura reale e risponde di conseguenza, a livello ormonale, nervoso, fisiologico.

Non è una sorpresa per chi studia il legame tra natura e benessere da decenni. In Giappone esiste una pratica medica chiamata shinrin-yoku, che significa letteralmente bagno nella foresta, e che consiste nel camminare lentamente tra gli alberi, respirare, ascoltare, stare presenti senza obiettivi. Non è meditazione, non è sport, non è escursionismo. È semplicemente stare in un bosco con attenzione. I benefici documentati includono la riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress, l’abbassamento della pressione sanguigna, il miglioramento dell’umore e della qualità del sonno. Lo shinrin-yoku è oggi una pratica prescritta da alcuni medici giapponesi come integrazione terapeutica.

Il bosco non è uno sfondo per fotografie. È una medicina. E funziona anche se non la documenti.

Il problema è che in Occidente questa consapevolezza è arrivata tardi, e in forma di trend prima che di cultura. Si va nel bosco per il contenuto, non per il cortisolo. Si fa trekking per le storie su Instagram, non per il silenzio. E il paradosso è che anche così, anche con il telefono in tasca, qualcosa funziona. Il corpo prende quello di cui ha bisogno anche quando la mente è ancora agganciata allo schermo. Ma quanto di più potrebbe prendere, se lasciassimo perdere la geolocalizzazione per un’ora?

Il paradosso della disconnessione documentata

Eccolo, il nodo che nessuno vuole affrontare davvero. Il movimento touch grass esiste prevalentemente online. I suoi contenuti più visti sono video di persone che camminano nei boschi, che guardano albe senza dire niente, che mostrano le mani nell’erba bagnata con la didascalia “questo è tutto ciò di cui ho bisogno”. Bellissimi, genuini, spesso commoventi. E poi si chiude l’app e si torna nella stessa vita di prima.

Non è cinismo dire che c’è qualcosa di paradossale qui. È onestà. La disconnessione è diventata un contenuto come tutti gli altri, soggetta alle stesse logiche di engagement, agli stessi meccanismi di validazione. Il silenzio si misura in visualizzazioni. La solitudine si condivide. E il telefono, anche nel bosco, resta acceso.

Questo non significa che il desiderio sia falso. Significa che il sistema in cui viviamo rende quasi impossibile uscirne davvero, anche quando lo si vuole. Le app di benessere digitale propongono timer per limitare l’uso dello schermo, e poi mandano notifiche push per ricordartelo. La soluzione è dentro il problema. E cambiarla richiede qualcosa di più di un weekend in montagna.

Una domanda che sta diventando politica

Ci sono paesi che non stanno aspettando che le persone si autoregolino. La Francia ha introdotto restrizioni all’uso dei social per i minori. L’Australia ha approvato una legge che vieta l’accesso ai social network sotto i sedici anni, la più stringente al mondo tra i paesi occidentali. Il dibattito si è aperto anche in Italia, con proposte che vanno dal divieto in classe alla limitazione dell’accesso per fasce d’età.

Non è nostalgia. Non è paternalismo. È la risposta istituzionale a un fenomeno che i dati descrivono con chiarezza: le generazioni cresciute con lo smartphone in mano mostrano livelli di ansia, depressione e isolamento significativamente più alti di quelle precedenti. Il nesso causale è dibattuto tra gli esperti, la correlazione è sotto gli occhi di tutti.

Touch grass, in questo senso, è qualcosa di più di un trend. È un segnale che sale dal basso, dalla generazione che ha vissuto il problema sulla propria pelle, e che dice ad alta voce che qualcosa non funziona. Non con un manifesto, non con una petizione, ma con un video di trenta secondi di un bosco in silenzio che accumula milioni di visualizzazioni perché tocca qualcosa che tutti riconoscono come vero.

Quando un insulto diventa un desiderio collettivo, vale la pena fermarsi a capire cosa sta dicendo davvero.

Le ricerche che cambiano rotta

C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi analisi culturale dove sta andando questa tendenza: le ricerche di soggiorni vicino a un parco nazionale sono cresciute del trentacinque per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente. Non capanne senza wifi, non ritiri di meditazione estrema. Semplicemente, posti vicini alla natura. Posti dove alzare gli occhi e vedere un albero invece di un palazzo.

Le piattaforme di prenotazione registrano una crescita costante della categoria che alcuni chiamano “slow travel”, il viaggio lento, quello che non ottimizza le tappe ma le assapora, quello che sceglie un posto e ci resta abbastanza a lungo da sentirsi parte di qualcosa. Borghi, rifugi, agriturismi con gli orti, case nel bosco senza televisione. Non prodotti di nicchia per pochi privilegiati: la fascia demografica che li prenota è sempre più giovane.

Qualcosa si sta muovendo, e non solo nei comportamenti individuali. Stanno cambiando le aspettative, stanno cambiando le priorità, sta cambiando quello che si considera una buona giornata. Una buona giornata non è necessariamente quella in cui si è stati produttivi, connessi, aggiornati su tutto. Può essere quella in cui si è camminato abbastanza da sentire le gambe. In cui si è guardato il cielo senza fotografarlo. In cui si è stati abbastanza silenziosi da sentire i propri pensieri.

La rivolta vera non è nel bosco

Touch grass, alla fine, non è una soluzione. È una diagnosi. Il bosco non risolve il problema dello schermo, così come una camomilla non risolve il problema dell’insonnia cronica. Aiuta, certo, e vale la pena andare nel bosco, vale la pena toccare l’erba vera, vale la pena sedersi su una pietra e guardare il cielo senza documentare niente.

Ma la rivolta vera, quella che il trend sfida senza riuscire ancora a compierla, è più profonda e più difficile. È la riorganizzazione delle priorità. È scegliere di costruire una vita in cui la natura non sia l’eccezione di un weekend ben riuscito, ma il tessuto ordinario dei giorni. In cui il silenzio non sia una destinazione di viaggio ma una qualità dell’attenzione quotidiana. In cui lo schermo sia uno strumento e non un ambiente.

Questa scelta non la fa un hashtag. Non la fa nemmeno un bosco, da solo. La fa la decisione, ripetuta ogni giorno, di preferire la cosa reale alla sua rappresentazione. Di scegliere l’esperienza invece del contenuto. Di stare nel bosco senza raccontarlo, almeno per un’ora, almeno una volta, almeno per vedere com’è.

Com’è, in genere, è meglio di qualsiasi video. Ma per scoprirlo bisogna lasciare il telefono in tasca. Spento.

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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