L’ultima puntata è quella più difficile da raccontare. Non perché le fotografie siano meno belle, anzi. Ma perché questa volta ogni immagine ha una storia dentro, un peso specifico che va oltre il documento. Ci sono momenti di festa e momenti di lutto, c’è il mare e c’è il sangue, c’è la bellezza di una brocca di ceramica e c’è la strada di Avola il giorno in cui la polizia sparò sui braccianti. La Sicilia, tutta intera.
Abbiamo visto le città, abbiamo visto la gente, abbiamo visto i nobili. In questa quarta e ultima puntata non seguiamo più un tema sociale o geografico. Seguiamo le storie. Ogni fotografia qui dentro racconta qualcosa che è successo davvero, in un momento preciso, in un luogo preciso. E alcune di queste storie non si possono guardare con distacco.
Iniziamo dal mare, che in Sicilia è sempre il punto di partenza e di ritorno.
Acitrezza: tre uomini, una barca, i Faraglioni
Tre uomini su una barca di legno, nel golfo di Acitrezza. Sullo sfondo, inconfondibili, i Faraglioni: quegli scogli neri di lava che emergono dal mare come giganti pietrificati, quelli che la mitologia vuole scagliati da Polifemo accecato contro Ulisse in fuga. L’uomo in giacca e cappello di paglia siede con quella compostezza un po’ rigida di chi sa di essere fotografato. Gli altri due, il rematore e il barcarolo, lo guardano con quella disinvoltura di chi il mare lo conosce e non ha bisogno di mettersi in posa.
Acitrezza è il paese di Verga, quello dei Malavoglia, quella famiglia di pescatori che il mare ha preso tutto e che si ostina a restare. Guardando questa fotografia, scattata probabilmente negli anni Venti o Trenta, penso che quei tre uomini non sapevano di stare dentro una storia. Erano solo usciti in barca, come ogni giorno. E qualcuno li ha fermati con un obiettivo, e adesso sono qui, immobili per sempre, con i Faraglioni alle spalle.

La festa di Santa Lucia: Siracusa e la sua patrona
Questa fotografia è una delle più potenti dell’intero archivio. La statua argentea di Santa Lucia, patrona di Siracusa, domina la scena dall’alto del suo fercolo processionale. Intorno a lei, una folla sterminata che riempie ogni centimetro della piazza del Duomo. E in cielo, decine di colombe bianche in volo, quelle che venivano liberate durante la processione come segno di pace e di devozione. In basso a destra si legge la didascalia d’epoca: Festa del Patrocinio di S. Lucia, col tradizionale volo delle quaglie, prima domenica di maggio.
Santa Lucia è Siracusa, e Siracusa è Santa Lucia. Il legame tra la città e la sua martire nata nell’isola di Ortigia nel 283 d.C. è uno di quelli che attraversano i secoli senza indebolirsi. Quella folla, quelle colombe, quella statua d’argento portata a spalla da decine di uomini: è una fotografia di fede collettiva, di identità condivisa, di una città che si riconosce in quel momento più che in qualsiasi altro. Guardandola si capisce cos’è davvero una festa patronale siciliana. Non è folklore. È appartenenza.

La tonnara: il rito antico della mattanza
La mattanza. Una parola che viene dallo spagnolo matar, uccidere, e che descrive uno dei riti più antichi e più brutali del Mediterraneo. Ogni anno, da secoli, i tonni rossi percorrevano le loro rotte migratorie passando lungo le coste siciliane, e i pescatori delle tonnare li aspettavano con le reti e le barche. La camera della morte, la rete finale in cui i tonni venivano intrappolati, si chiudeva su centinaia di animali alla volta, e quello che seguiva era uno spettacolo di sangue e forza che aveva qualcosa di rituale, quasi di sacro.
In questa fotografia si vede la fase finale: i tonni già uccisi sul pavimento bagnato della tonnara, gli uomini che li trascinano, le barche cariche di pesci enormi sullo sfondo. È un’immagine dura, senza abbellimenti. Quelli che si vedono al lavoro sono i tonnaroti, gli uomini della tonnara, che avevano una gerarchia propria, un gergo proprio, canzoni proprie. Erano una corporazione, quasi un esercito, con il Rais al comando, il capo della mattanza, che dirigeva le operazioni con autorità assoluta.
Le tonnare siciliane sono quasi tutte chiuse oggi. Il tonno rosso è diventato raro, la mattanza è stata vietata per ragioni di sostenibilità. Ma per secoli quella fu la vita di migliaia di famiglie lungo la costa. Quella fotografia è un pezzo di un mondo che non esiste più.

Avola, la marina: quando il mare era ancora giovane
Avola ha due facce: la città alta, barocca, costruita su pianta ottagonale come Grammichele dopo il terremoto del 1693, e la marina, il lungomare, quello che guarda il mare aperto verso est. In questa fotografia della marina di fine Ottocento si vedono le barche da pesca ormeggiate sulla riva, le case basse sul lungomare, qualche figura in lontananza. C’è una quiete quasi assoluta, quella di un porto che non ha ancora capito cosa diventerà.
Avola oggi è conosciuta soprattutto per le sue mandorle, le Pizzuta d’Avola, tra le più pregiate al mondo, e per il suo vino Nero d’Avola, che è diventato un’eccellenza internazionale. Ma in questa fotografia è ancora solo un paese di pescatori e contadini affacciato sul mare, con quella bellezza semplice e senza pretese che hanno i luoghi prima che qualcuno li scopra.

Avola, 2 dicembre 1968: il giorno in cui la polizia sparò
Questa fotografia non è bella. È necessaria. Mostra una strada di campagna nei dintorni di Avola, il 2 dicembre 1968. Sul selciato ci sono pietre e detriti, un’automobile con il parabrezza in frantumi, uomini in piedi che guardano. Poco prima, la polizia aveva aperto il fuoco sui braccianti agricoli in sciopero che bloccavano la strada, uccidendo due lavoratori, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, e ferendone altri quarantotto.
I braccianti chiedevano un contratto di lavoro uguale per tutta la provincia, senza distinzioni tra i comuni. Una richiesta elementare, che nelle campagne del Nord avrebbe forse trovato risposta in una trattativa. In Sicilia, nel 1968, trovò risposta con i fucili. La strage di Avola scosse l’opinione pubblica nazionale, contribuì ad alimentare quella stagione di lotte che avrebbe portato allo Statuto dei Lavoratori del 1970. Ma Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia erano già morti.
Metto questa fotografia in questo archivio perché la memoria non sceglie solo le immagini belle. La memoria tiene tutto, anche quello che fa male. Soprattutto quello.

La brocca di Caltagirone: quando la bellezza era quotidiana
Dopo la fotografia di Avola, questa brocca di ceramica del Settecento ha il sapore di un respiro. È un pezzo di Caltagirone, la città della ceramica, quella che ha fatto della terracotta dipinta una delle sue identità più profonde. La forma è quella classica dell’anfora a due manici, il corpo panciuto, il collo stretto con il coperchio a cupola e il pomello. La decorazione combina il motivo greco della meandra sul ventre con il blu cobalto di un fiore al centro, in quello stile arabo-normanno-spagnolo che è la firma inconfondibile della ceramica calatina.
Caltagirone produce ceramica da almeno tremila anni. Le sue botteghe erano già famose nel Medioevo. I colori tipici, quel giallo, quel blu, quel verde, erano ottenuti da ossidi naturali che i mastri ceramisti si tramandavano come segreti di famiglia. Una brocca come questa non era un oggetto decorativo: era un oggetto d’uso, serviva per l’acqua, per il vino, per l’olio. La bellezza era dentro la vita quotidiana, non separata da essa.

Siracusa: il porto piccolo e il Palazzo delle Poste
Siracusa è una città che si porta dentro tutta la storia del Mediterraneo. Fondata dai Corinzi nel 734 a.C., fu per secoli la città più potente della Magna Grecia, rivale di Atene e di Cartagine. In questa cartolina degli anni Cinquanta si vede il porto piccolo, quello che separa l’isola di Ortigia dalla terraferma, con le barche ormeggiate in fila e il Palazzo delle Poste in primo piano a destra, uno dei pochi edifici razionalisti della città, costruito negli anni Trenta del Novecento.
C’è qualcosa di commovente in questa fotografia. Siracusa qui è una città normale, con le sue barche da pesca, il suo palazzo delle poste, i suoi anni Cinquanta italiani. Non il museo a cielo aperto che viene mostrato nelle guide, non il Teatro Greco o la Fonte Aretusa: la città vera, quella che vive intorno ai monumenti e qualche volta se ne dimentica. Quella Siracusa esiste ancora, basta cercarla.

Ispica: quattro fotografie per una città che cambiava
Chiudo questa serie con Ispica, e non è una scelta casuale. Ispica è nel ragusano, nel cuore del Val di Noto, ed è una di quelle città che conosco bene, con quella familiarità che si costruisce camminandoci dentro nel tempo. Queste quattro fotografie la raccontano in momenti diversi, e insieme danno il senso di come cambia una città nel corso di un secolo.
La prima è del 1943 e mostra via Duca d’Aosta dopo la demolizione del muro dell’orto del Principe. La didascalia è scritta da qualcuno che c’era: indica con frecce colorate l’antico mercato, Palazzo Denaro, e poi in basso a destra una freccia verso Palazzo Blanco con la scritta, commovente nella sua semplicità, io sul triciclo. Qualcuno ha fotografato la sua strada da bambino, e ha conservato quella fotografia per decenni, e ha scritto quella didascalia perché la memoria restasse.

La seconda fotografia mostra la stessa via Duca d’Aosta qualche anno prima o dopo, dall’altra direzione. Al centro della strada, un palazzo con un timpano elegante che sembra emergere dal disordine delle demolizioni. Gli alberi stradali sono ancora giovani, le mura abbattute lasciano intravedere spazi aperti. La città si stava ridisegnando, pezzo per pezzo, sull’onda dei cambiamenti del dopoguerra.

La terza fotografia mostra il Corso Duca degli Abruzzi negli anni Sessanta: macchine parcheggiate, un motorino che passa, gente che cammina sul marciapiede, un distributore BP sullo sfondo. È l’Italia del boom economico arrivata anche qui, con i suoi negozi, le sue insegne, il suo traffico di Fiat 600 e Lambrette. La stessa strada che nel 1943 era ancora polvere e muri abbattuti è diventata un corso animato, moderno, ottimista.

La quarta fotografia chiude il cerchio. Il corso principale di Ispica visto dall’alto in una fotografia di inizio Novecento: la strada che sale verso la chiesa madre in cima, i palazzi signorili ai lati, qualche automobile antica, persone che camminano. Una città che ha già la sua forma, che sa già chi vuole essere. Quella chiesa in cima alla strada, con la sua facciata che chiude la prospettiva, è ancora lì. Le città che hanno un centro, un punto verso cui guardare, non si perdono facilmente.

Quaranta fotografie. Quattro puntate. Un’isola che è stata molte cose insieme: nobile e povera, antica e moderna, devota e ribelle, bella e feroce. Non ho voluto fare una storia della Sicilia, non ne sarei capace e non era questo il punto. Ho voluto semplicemente guardare, e raccontare quello che vedevo.
Grazie a chi ha conservato queste immagini e ha avuto la generosità di condividerle. Le fotografie non appartengono a chi le ha scattate, né a chi le conserva. Appartengono a chi è dentro, e a chi le guarda. Appartengono al tempo.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
