Quaranta fotografie arrivate come un dono inaspettato. Qualcuno le aveva conservate, sapendo che prima o poi avrebbero trovato il modo di raccontare ancora. Questo è il primo dei quattro capitoli in cui le ho divise: le città, quelle che erano e che in parte non sono più.
Quando mi sono arrivate queste fotografie, la prima cosa che ho fatto è stata metterle sul tavolo e guardarle in silenzio. Sono immagini in bianco e nero, alcune ingiallite, alcune nitidissime nonostante i decenni. Sono la Sicilia di un secolo fa, e dentro ci sono le strade, le piazze, i porti, le facce di un’isola che stava cambiando pelle senza ancora saperlo.
Ho deciso di pubblicarle in quattro puntate, divise per tema. Questa prima è dedicata alle città. A quello che si vedeva alzando gli occhi, camminando per un corso, affacciandosi su un porto. A quello che è rimasto e a quello che è sparito per sempre.
Messina prima del silenzio
Questa fotografia è un documento rarissimo. Mostra il lungomare di Messina così com’era prima del 28 dicembre 1908, quando il terremoto più devastante della storia italiana moderna rase al suolo la città in meno di quaranta secondi. La fontana del Nettuno al centro, i palazzi eleganti sul fronte mare, i velieri ormeggiati alla banchina, le persone che camminano ignare di quello che sta per accadere.
Guardandola si capisce perché chi sopravvisse non riusciva a credere a quello che aveva davanti agli occhi il mattino del 29 dicembre. La città che si vede qui, quella luminosa e ordinata, non esisteva più. Al suo posto c’erano solo macerie. Quella fontana, il Nettuno, fu tra le poche cose a resistere. È ancora lì, sul lungomare rifatto, come un testimone che non può smettere di ricordare.

Palermo, cuore barocco e anima di strada
Palermo è la città che in questo archivio fotografico ha lasciato più tracce, e non mi sorprende. Era la capitale, il centro del potere, il luogo dove si incrociavano i mondi. E nelle fotografie si vedono entrambe le facce di questa città doppia: quella monumentale e quella popolare, quella dei nobili e quella di chi vendeva acqua per strada.
I Quattro Canti, l’incrocio barocco tra via Maqueda e via Vittorio Emanuele, era già allora il centro simbolico della città. Nella fotografia si vedono i tram, i primi automezzi, le carrozze, tutto insieme nello stesso fotogramma: un momento di transizione in cui il vecchio e il nuovo si guardavano in faccia senza ancora sapere chi avrebbe vinto.

La Cala, il porto antico di Palermo, era ancora nel pieno della sua vita nel primo Novecento. I velieri ormeggiati fianco a fianco, gli edifici che si specchiano nell’acqua, quell’atmosfera da porto mediterraneo che oggi si fa fatica persino a immaginare. Era un luogo di lavoro, di scambi, di odori forti. Non il porto turistico che cerchi oggi sulle guide.

Via Ruggero VII, oggi via Ruggero Settimo, era già allora il salotto buono di Palermo. Nella fotografia si vedono le prime automobili mischiate alle carrozze, il teatro Politeama sullo sfondo, le persone ben vestite che passeggiano su un marciapiede bagnato di pioggia. C’è qualcosa di molto europeo in questa immagine, qualcosa che ricorda le grandi città del continente. Palermo, nei primi anni del Novecento, ci credeva davvero di potercela fare.

Porta Castelnuovo, nel 1920, si affacciava su una città che si stava espandendo verso nord. La quadriga in primo piano, quella che decora la fontana del Garofalo, domina la veduta verso via della Libertà. Sullo sfondo, tra le palme e i palazzi, si intuisce già la direzione che prenderà Palermo nei decenni successivi.

Il Palazzo d’Orléans era già nel 1920 uno dei luoghi del potere cittadino. Oggi è la sede della Presidenza della Regione Siciliana. Nella fotografia si vede la facciata neoclassica con il grande pino mediterraneo in primo piano, e qualche passante che cammina senza fretta davanti al cancello in ferro battuto. Un’eleganza sobria, quasi austera, molto diversa dal barocco che domina altrove in città.

Mondello: quando il mare era dei privilegiati
Lo stabilimento balneare di Mondello è uno degli edifici Liberty più belli di tutta la Sicilia, forse d’Italia. Costruito nel 1913 su progetto dell’architetto belga Robert Gloesener, galleggia sull’acqua su una struttura di pali come un palazzo di favola. In questa fotografia degli anni Venti, scattata dal Barone Cuticchi, lo si vede nel pieno della sua giovinezza: le pinnacole bianche, le grandi vetrate, i signori in abito elegante sulla terrazza.
Il mare, allora, era una conquista recente per la borghesia palermitana. Mondello era stata fino a pochi decenni prima una zona paludosa e malarica. La bonifica la trasformò in una stazione balneare per i ceti agiati, con un trenino che partiva da Palermo e portava gli ospiti fino in riva al mare. Quello stabilimento era il simbolo di un’aspirazione: godersi la vita, stare bene, assomigliare all’Europa.

Augusta: la città che vive sull’acqua
Augusta è una città costruita su un’isola, collegata alla terraferma da ponti. Lo si capisce guardando queste due fotografie, così diverse tra loro eppure così complementari. La prima mostra la Piazza Duomo, con la cattedrale e il palazzo municipale che si fronteggiano nello spazio aperto della piazza, la gente che cammina, le insegne, l’Italia degli anni Cinquanta ancora visibile nei dettagli.

La seconda fotografia di Augusta è più antica e più drammatica. Mostra i Ponti e la Porta Spagnola, le mura che per secoli hanno definito i confini della città. Il porto militare sullo sfondo, con le gru e la sagoma scura di una nave, ricorda che Augusta era anche, e soprattutto, una base strategica. Lo è ancora oggi. Quella porta di pietra, aperta sul mare, ha visto passare secoli di storia mediterranea.

Grammichele: la città che si costruì da zero
Grammichele è una storia straordinaria. Nel 1693, un terremoto catastrofico distrusse la città di Occhiolà, nell’entroterra catanese. I sopravvissuti decisero di non ricostruire sulle rovine: vollero ricominciare da capo, progettando una città nuova secondo i principi razionali dell’urbanistica del tempo. Ne risultò una pianta esagonale, con sei raggi che partono da una piazza centrale verso sei porte, come i raggi di una ruota.
In questa fotografia di inizio Novecento si vede quella piazza centrale, la Piazza della Libertà, con il Palazzo Municipale neoclassico e la torre della Cattedrale che si fronteggiano. Intorno, la gente in abiti scuri di un giorno di festa o di mercato. È una piazza che sembra disegnata con il compasso, e in effetti lo era. Grammichele è ancora oggi uno degli esempi più puri di urbanistica razionalista barocca in Sicilia, e pochi la conoscono come meriterebbe.

Queste sono le città. Alcune le riconoscete subito, altre forse meno. Alcune esistono ancora così, cambiate solo in superficie. Altre sono sparite sotto le macerie o sotto il cemento del secondo dopoguerra. Ma tutte, in queste fotografie, respirano ancora.
La prossima puntata è dedicata alla gente. Non ai monumenti, non alle piazze, ma alle persone: il postino, il gelataio, le donne con le giare, i bambini in un vicolo, un uomo a cavallo su una strada di campagna. Quella Sicilia che non finisce mai sui libri di storia, ma che era la vera anima di tutto.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
