Non i monumenti, non le piazze. Le persone. Il postino con il triciclo delle Poste Italiane, il gelataio con il carretto decorato di frangie, le donne che portano l’acqua in testa, i vicoli con i panni stesi. La Sicilia che non finisce sui libri di storia, ma che era l’anima vera di tutto.
Nella prima puntata ho raccontato le città dall’esterno: le piazze, i porti, le facciate dei palazzi. In questa seconda puntata voglio avvicinarmi. Voglio entrare nei vicoli, fermarmi agli angoli delle strade, guardare in faccia le persone che abitavano quella Sicilia.
Sono fotografie di gente comune, per lo più. Di chi lavorava per strada, di chi portava l’acqua a spalle perché l’acquedotto non arrivava, di chi vendeva gelati su un triciclo decorato come una carrozza di carnevale. Ma ci sono anche le fotografie di chi stava ai margini di quella vita, in una camera senza bagno, con un catino e una brocca come unico conforto. E ci sono le piazze, che erano il vero salotto di ogni paese siciliano, il luogo dove la vita pubblica si svolgeva senza bisogno di un palcoscenico.
Guardiamo insieme.
Il postino delle Poste Italiane
Questa fotografia ha qualcosa di meraviglioso. Un uomo in abito scuro, la cravatta allacciata con cura, posa orgoglioso sul suo triciclo a motore delle Poste Italiane. Sullo sportello della cassa si legge chiaramente la scritta. Dietro di lui, una strada di paese, case basse, qualche bicicletta appoggiata al muro.
Quello che colpisce è la dignità della posa. Quest’uomo sa di fare un lavoro importante. Porta le lettere, porta le notizie, porta i vaglia delle rimesse degli emigrati. In una Sicilia in cui la mobilità era ancora lenta e faticosa, il postino era un personaggio centrale nella vita di ogni comunità. Lo si aspettava, lo si conosceva per nome, ci si fermava a salutarlo. Questo triciclo, con quella cassa grigia sul retro, era qualcosa di moderno in un paesaggio ancora antico.

I gelatai: un mestiere, un rito, un’identità
Il gelato in Sicilia non è mai stato solo un dolce. È un modo di stare al mondo, un rito sociale, un momento di sosta nel caldo schiacciante dell’estate. E il gelataio ambulante, quello con il carretto o il triciclo per strada, era una figura quasi mitologica in ogni città e paese dell’isola.
Questo giovane ad Augusta, appoggiato al suo triciclo con il bancone aperto e i contenitori in metallo pronti, guarda l’obiettivo con una serietà che non lascia dubbi: questo è il suo lavoro, e ne va fiero. Il carretto è decorato con quelle frangie che erano il segno distintivo del gelataio siciliano, quasi un’uniforme, quasi una bandiera. Intorno a lui, una bambina che aspetta, e sullo sfondo le case di un paese che conosce a memoria.

L’altro gelataio, a Marina di Siracusa, ha un’aria diversa: più adulto, più sbarazzino. Il suo triciclo motorizzato porta la scritta ‘Coni Gelati Granite’, e un bambino è già seduto ad aspettare. Sono gli anni Sessanta, si intuisce dalla silhouette delle macchine parcheggiate sullo sfondo. Il gelataio stava diventando imprenditore, il triciclo si stava motorizzando. Ma la sostanza era la stessa: una sosta, una granita, un momento di piacere in mezzo alla giornata.

L’acquaiolo e il venditore di latte: il cibo era per strada
Prima dei supermercati, prima dei frigoriferi, prima della distribuzione organizzata, il cibo e le bevande si compravano in strada. A Palermo, come in ogni grande città del Sud, esisteva la figura dell’acquaiolo: un uomo con un bancone portatile, bottiglie colorate con sciroppi, un’anfora di acqua fresca, bicchieri che veniva passava da una mano all’altra e poi risciacquati nello stesso secchio. La foto Alinari, scattata con quella precisione documentaria che caratterizzava il grande archivio fotografico fiorentino, lo ritrae nel pieno del suo rito quotidiano. C’è qualcosa di quasi cerimoniale nel modo in cui porge il bicchiere al cliente.

La vendita ambulante di latte, fotografata a Palermo nel 1920 da Dante Cappellani, è ancora più sorprendente per noi oggi. Le mucche erano direttamente in strada, si mungevano sul posto davanti al cliente, e il latte passava dalla mammella alla tazza senza nessun intermediario, nessuna catena del freddo, nessun controllo igienico. Era il sistema normale. Era così che funzionava. E in quella fotografia c’è tutta la distanza tra il mondo di allora e il mondo di oggi.

Le portatrici d’acqua: la fatica delle donne
Questa è una delle fotografie più dense di questo archivio. Si legge in basso a sinistra: ‘Costumi Siciliani, portatrici d’acqua’. Un gruppo di donne e ragazze è riunito intorno a una fontana o a un pozzo, ognuna con una giara in testa, alcune molto grandi, quasi più alte di loro. Si reggono senza mani, con quella tecnica che si impara da bambine e che richiede anni di pratica e un equilibrio straordinario.
Le portatrici d’acqua erano una presenza quotidiana nei paesi siciliani fino a tempi relativamente recenti. Non c’erano acquedotti, non c’era acqua corrente nelle case: bisognava andare a prenderla alla fonte pubblica e portarla a spalle. Era lavoro delle donne, come quasi tutto il lavoro di cura. Quelle giare, spesso in terracotta, potevano pesare venti, trenta chili una volta piene. Qualcuna le portava in testa per chilometri. Ogni giorno.

I vicoli con i panni stesi: la vita all’aperto
I panni stesi tra i palazzi sono uno dei simboli più fotografati della Sicilia povera. Ma in questa fotografia c’è qualcosa di più di un’immagine pittoresca: c’è la vita. Le donne sedute davanti alle porte, i bambini che giocano sul selciato, qualcuno che passa in fondo al vicolo. I panni, stesi a decine tra le finestre, filtrano la luce e trasformano il vicolo in qualcosa di quasi intimo, quasi domestico.
Questi erano i quartieri popolari di Palermo, quelli che ancora oggi si chiamano Ballarò, il Capo, la Vucciria. Case piccole e buie dove si stava fuori il più possibile, dove la strada era il prolungamento naturale del poco spazio che si aveva dentro. Dove la vita privata era per forza di cose anche vita pubblica. Dove tutti sapevano tutto di tutti, e forse era anche un modo di non essere soli.

Il carretto e il mulo: il trasporto di ogni giorno
Una donna in nero si ferma accanto a un abbeveratoio di pietra, mentre il mulo beve. Sul carretto, carico di frasche e rami, siede un uomo immobile. Sullo sfondo, le mura di pietra di un vicolo di paese, un portone antico, qualche pianta arrampicata sui muri.
Il carretto a trazione animale era, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, il principale mezzo di trasporto nelle campagne siciliane. Non solo quello decorato con le scene dei paladini, quello che finisce nei musei etnografici, ma anche quello semplice, da lavoro, con cui si trasportavano la legna, le olive, il grano, il fieno. Un carretto come questo era uno strumento essenziale, la differenza tra riuscire a portare il raccolto al mercato e non riuscirci. Quella donna in nero, quella sosta all’abbeveratoio, raccontano una giornata di fatica ordinaria, senza nulla di straordinario. E per questo vale mille volte una fotografia di cerimonia.

La camera povera: la Sicilia che non si mostrava
Questa fotografia non mostra un bagno. Mostra una camera da letto, con quel che serviva per lavarsi: un catino di ceramica bianca, una brocca, uno specchio appeso alla parete, un asciugamano. In basso, ancora un catino più grande posato a terra. Il letto con la testiera in legno intarsiato, il comodino con l’orologio e la lampada a olio. Una porta socchiusa.
Era così che ci si lavava in moltissime case siciliane fino agli anni Cinquanta e Sessanta, e in alcune zone rurali anche oltre. Non c’era il bagno come lo intendiamo noi, con l’acqua corrente e gli scarichi. C’era questo: una brocca d’acqua, un catino, la cura quotidiana ridotta all’essenziale. È una fotografia pudica, silenziosa. Non mostra miseria urlata, ma una dignità povera, quella di chi sa arrangiarsi con quel che ha e lo tiene in ordine.

La campagna siciliana: un uomo, un mulo, una torre
Un uomo a cavallo percorre una strada di campagna. Alle sue spalle, i campi arati a perdita d’occhio, e su un costone di roccia la sagoma di una torre medievale in rovina. Il cielo è basso, il paesaggio è duro, quasi brullo. Sembra un fotogramma di un film western, ma è la Sicilia interna, probabilmente l’area nissena o agrigentina, negli anni Cinquanta.
Questo paesaggio di campi e torri abbandonate racconta la Sicilia del latifondo, quella che Danilo Dolci e altri avrebbero documentato con occhi di denuncia sociale in quegli stessi anni. Quella terra era di pochi, e la lavoravano in molti, spesso in condizioni durissime. Quell’uomo sul mulo, che percorre quella strada senza nome, porta con sé tutto il peso di una storia secolare.

La piazza: il salotto di ogni paese
Anni Cinquanta. Una piazza siciliana vista dall’alto. Uomini seduti sulle sedie fuori da un bar, altri in piedi ai margini, qualcuno che cammina, una bancarella nell’angolo, due moto parcheggiate sul selciato. Le donne, si nota, non ci sono. La piazza era il territorio maschile per eccellenza, il luogo dove si discuteva di politica, di lavoro, di calcio, dove si passava il tempo senza che sembrasse ozio.
Questa fotografia è un documento sociologico perfetto. C’è tutto: la gerarchia degli spazi, chi siede e chi sta in piedi, chi guarda e chi è guardato. E c’è quella qualità del tempo che nelle piazze del Sud aveva un ritmo tutto suo, lento e denso allo stesso tempo, che non assomigliava al ritmo di nessun altro posto.

Una famiglia siciliana: davanti al cancello
Fine Ottocento. Un gruppo di persone si dispone davanti a un cancello di pietra in aperta campagna. Gli abiti dicono già molto: le donne con cappelli piumati, ombrellini, abiti da passeggio borghesi, gli uomini in giacca e cravatta. E poi due o tre ragazzi con vestiti più semplici, forse i figli dei contadini che lavoravano la proprietà, o giovani domestici.
Quella mescolanza di abiti, quella convivenza di mondi diversi davanti allo stesso cancello, dice molto della Sicilia di fine Ottocento. Una società rigidamente divisa per ceti, dove le distanze erano chiare a tutti ma dove la vicinanza quotidiana tra le famiglie dei proprietari e quelle dei lavoratori era inevitabile e costante. Chi sono queste persone? Non lo sappiamo. Ma si guardano nell’obiettivo con una consapevolezza comune: sanno che quella fotografia resterà.

La prossima puntata sarà dedicata ai nobili e al potere: i palazzi, i balli in costume, le carrozze della domenica, gli stemmi scolpiti sulla pietra. Il rovescio della medaglia di questa Sicilia popolare che avete appena visto.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
