Nelle puntate precedenti abbiamo visto le città e la gente. Adesso cambiamo piano. Saliamo nei saloni, entriamo nei palazzi, guardiamo le carrozze della domenica e i balli in costume. L’altra faccia della stessa isola: quella che comandava, che possedeva, che viveva in un mondo separato a pochi metri da chi faticava ogni giorno.
La Sicilia del primo Novecento era ancora una società profondamente feudale nel suo immaginario, anche dopo che il feudalesimo era stato abolito da quasi un secolo. L’aristocrazia isolana, una delle più antiche e ramificate d’Europa, continuava a occupare i palazzi, a fare sfoggio di blasoni e portantine, a passeggiare in carrozza la domenica lungo le vie eleganti di Palermo. Era un mondo che stava finendo, anche se non tutti se ne accorgevano.
Lampedusa lo avrebbe raccontato da dentro, con quella lucidità malinconica del Gattopardo. Ma queste fotografie lo raccontano dall’esterno, con la precisione neutra dell’obiettivo. E la distanza, a volte, dice più di qualsiasi parola.
Il ballo in costume nel palazzo del Principe di Butera
Questa fotografia è straordinaria. Siamo nei primi anni del Novecento, nel palazzo del Principe di Butera a Palermo, durante un ballo in costume. Al centro della scena, due portantine, quelle sedie chiuse portate a spalla che erano il mezzo di trasporto delle dame nell’epoca barocca, usate qui come scenografia per una festa a tema settecentesco. Nelle portantine siedono la principessa Sofia di Trabia e Butera e la contessa di Mazzarino.
Intorno a loro, uomini in parrucca incipriata e abiti con alamari dorati, donne in costumi da Settecento con ventagli e guanti lunghi. È una messa in scena elaboratissima, costosa, curata nei minimi dettagli. Quello che mi colpisce, guardandola, è la consapevolezza: questi nobili sanno di recitare un passato che non tornerà. Quel ballo in costume non è la vita di tutti i giorni, è già nostalgia. È già un ricordo di qualcosa che non si è mai davvero posseduto.
E fuori dal palazzo, a poche centinaia di metri, c’erano le donne con le giare in testa che andavano a prendere l’acqua alla fontana.

La passeggiata domenicale dei nobili in via della Libertà
Ogni domenica mattina, nei primi anni del Novecento, la via della Libertà di Palermo si trasformava in un lungo palcoscenico. Le famiglie nobili e della grande borghesia uscivano in carrozza, si muovevano lentamente lungo il viale alberato, si salutavano, si mostravano. Era un rito sociale preciso, con le sue regole non scritte: chi aveva la carrozza più bella, chi portava il cappello più elegante, chi sedeva dove.
In questa fotografia si vede quella processione in tutto il suo ordine quasi militare. Le carrozze si susseguono in fila lungo la strada bianca di polvere, i cocchieri in livrea sul cassetto, i passeggeri seduti con quella compostezza che si impara fin da bambini. Sullo sfondo, ancora campagna aperta: via della Libertà stava ancora crescendo verso nord, e i palazzi che oggi la bordano erano di là da venire.
Era un mondo che si guardava vivere. E questa fotografia, scattata quasi di nascosto da qualcuno che aveva capito che valeva la pena fermare quell’attimo, è uno dei documenti più precisi di come funzionava il potere sociale nella Sicilia di inizio Novecento.

Palazzo Bruno di Belmonte: la domus magna di Ispica
Ispica, nel ragusano, è una delle città più belle della Sicilia barocca, e lo sa chi ci è stato e chi l’ha percorsa a piedi senza fretta. In questa fotografia si vede il Palazzo Bruno di Belmonte, che la didascalia d’epoca chiama con l’espressione latina Domus magna, la casa grande. E grande lo è davvero: una torre che si innalza sopra il corpo principale dell’edificio, finestre con cornici lavorate, un fronte che domina la strada con quella sicurezza tranquilla di chi non ha bisogno di urlare per farsi notare.
I Belmonte erano una delle famiglie più potenti del territorio ibleo. Il loro palazzo era uno dei simboli della città, non solo per le dimensioni ma per quello che rappresentava: la continuità di un potere che si tramandava di padre in figlio, che si leggeva nella pietra e nei blasoni, che pesava sulla vita di centinaia di famiglie di contadini e artigiani che da quella famiglia dipendevano. Oggi il palazzo esiste ancora, restaurato, come testimonianza di un’epoca che non torna.

Lo stemma di Floridia: il potere scolpito nella pietra
A Floridia, in provincia di Siracusa, sulla facciata della chiesa del Giardinello, c’è questo stemma. Due leoni rampanti reggono uno scudo con le insegne nobiliari, sovrastato da una corona. Sotto, una lapide in latino la cui iscrizione, parzialmente leggibile, riporta una data: MDCCXX, il 1720. Qualcuno ha voluto che il suo nome e il suo potere restassero incisi nella pietra per sempre.
Era una pratica comune nell’aristocrazia siciliana: finanziare la costruzione o il restauro di una chiesa, di una cappella, di una fontana, e in cambio ottenere il diritto di apporre le proprie armi sull’edificio. Era mecenatismo, certo, ma era anche un modo di legare il proprio nome al sacro, di rendere eterno ciò che altrimenti sarebbe stato solo ricchezza. Quegli stemmi erano messaggi ai posteri: qui siamo passati noi, qui abbiamo contato.
Tre secoli dopo, quei leoni di pietra guardano ancora la strada. Le famiglie che li hanno messi lì, spesso, non esistono più.

La fattoria ragusana: il potere nella pietra dell’Iblei
Il potere nobiliare in Sicilia non si esercitava solo dai palazzi di città. Si esercitava soprattutto dalla campagna, dalle masserie e dalle fattorie che punteggiavano il territorio come piccoli fortilizi. Questa fotografia mostra il cortile interno di una fattoria ragusana: il pozzo al centro, gli archi del portico, il pavimento di ciottoli, le mura di pietra calcarea che portano i segni del tempo. Una formalità architettonica sobria, quasi monastica, che non ha nulla dell’ostentazione dei palazzi palermitani ma dice ugualmente di una proprietà solida, radicata, antica.
Nelle fattorie come questa si decideva il destino di intere comunità. Si fissava il prezzo del grano, si stabiliva chi avrebbe lavorato e a quali condizioni, si tenevano i libri contabili di cui i contadini spesso non capivano nulla. Era il feudalesimo travestito da azienda agraria, e andò avanti così fino alle grandi lotte del dopoguerra e alla riforma agraria degli anni Cinquanta. Quel pozzo, quel cortile, quei sassi levigati, portano tutto quel peso dentro.

Piazza Mazzini a Misterbianco: il potere in piazza
Misterbianco, alle porte di Catania, a fine Ottocento aveva già la sua piazza principale con il monumento equestre e il palazzo municipale di fronte. In questa fotografia si vede quella piazza nel suo momento di vita ordinaria: una carrozza con il cocchiere, un gruppo di persone intorno al monumento, bambini, donne, qualche uomo in piedi. La scritta sul carretto, in basso a destra, identifica il luogo con quella semplicità diretta che avevano le fotografie cartolina dell’epoca.
Il monumento in piazza, il palazzo municipale, la chiesa: erano i tre poli del potere in ogni paese siciliano. Lo Stato, la storia locale, Dio. Tutto concentrato in quello spazio aperto che era insieme teatro e agorà, dove si celebravano le feste e si annunciavano le leggi, dove si mostrava chi comandava e dove, a volte, ci si ribellava. La piazza italiana, e quella siciliana in particolare, non è mai stata solo un luogo di passaggio.

Guardare queste fotografie insieme, la principessa in portantina e la donna con la giara in testa, il palazzo con la torre e la camera con il catino, mi fa pensare a quanto quella Sicilia fosse due mondi sovrapposti che raramente si guardavano davvero in faccia. Due Sicilie che abitavano lo stesso spazio, parlavano la stessa lingua, pregavano nelle stesse chiese, ma non condividevano quasi nient’altro.
La quarta e ultima puntata è quella forse più personale: le storie. La tonnara, la festa di Santa Lucia, la strage di Avola, i Faraglioni di Acitrezza, le strade di Ispica. Le fotografie che raccontano non un luogo o una classe sociale, ma un momento preciso, un’emozione, qualcosa che è successo e che vale la pena non dimenticare.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
