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La Sicilia è bellissima, ma muoversi è un’altra storia

Non denunciare per indignare. Raccontare per capire e migliorare

La viabilità siciliana raccontata senza sconti: autostrade rimaste a metà, la Siracusa-Gela nata negli anni ’60 è ancora ferma a Modica, statali e provinciali che reggono un traffico che non è più quello di allora.

C’è una domanda che chiunque viva in Sicilia orientale si è fatto almeno una volta guidando sulla statale 115, incolonnato dietro un camion, con nessuna fretta di arrivare comunque, perché tanto non si arriva presto: possibile che non ci sia un modo migliore per andare da Siracusa a Gela?

La risposta, tecnicamente, esiste da quasi sessant’anni. Si chiama autostrada A18 Siracusa-Gela. Il problema è che esiste soprattutto sulla carta.

Questo articolo apre la serie Sicilia Reale, che affianco da oggi ai miei racconti di viaggio su questo blog. Non è un cambio di rotta: è un completamento. Chi mi segue sa quanto amo raccontare i borghi, le coste, le rovine di quest’isola. Ma amare un territorio, per me, significa anche avere il coraggio di guardarlo negli occhi quando qualcosa non funziona. Non per indignarsi e basta, l’indignazione sui social dura un giorno e non sposta un metro di asfalto, ma per capire come siamo arrivati fin qui, e magari, insieme, iniziare a immaginare come uscirne. Si parte dalla viabilità, perché è la prima cosa che chiunque arrivi in Sicilia impara sulla propria pelle, e l’ultima che chi ci è nato smette di sopportare in silenzio.

La promessa degli anni ’60

Il progetto dell’autostrada Siracusa-Gela nasce alla fine degli anni Sessanta, in un momento in cui la Sicilia sud-orientale viveva la stagione dell’industrializzazione: i poli petrolchimici di Siracusa, i cantieri di Ragusa, il porto industriale di Gela. L’idea era collegare rapidamente questi tre motori economici con un’autostrada di 114,6 chilometri. Il costo previsto era di sessantasei miliardi di lire. La data di completamento, fissata nero su bianco, era il 1973.

1968-69 – Viene redatto il primo progetto: 114,6 km da Siracusa a Gela, completamento previsto per il 1973.

1974 – Il progetto definitivo è approvato dal Ministero dei Lavori Pubblici.

1983 – Apre il primo tratto: appena 9,5 km, da Siracusa a Cassibile.

2021-23 – L’autostrada arriva fino a Modica: 59,1 km totali aperti al traffico.

2026 – I restanti 72 km, da Modica a Gela, risultano ancora “allo stato di progetto”.

Il 1973 è passato da tempo. Ne sono passati altri cinquanta, di anni, e l’autostrada che doveva unire Siracusa a Gela oggi si ferma a Modica: nemmeno a metà strada. Non è un ritardo. È una categoria diversa di problema.

Mezzo secolo dopo, il capolinea è Modica

Oggi la A18 Siracusa-Gela è, di fatto, un’autostrada che non arriva da nessuna parte in particolare. Parte da Siracusa, tocca Cassibile, Noto, Avola, Rosolini, e si esaurisce allo svincolo di Modica, dove confluisce nella statale 194. L’ultimo tratto, quello tra Rosolini e Modica, è stato inaugurato il 7 dicembre 2023: cinquant’anni dopo la data di completamento originaria, e con anni di ulteriori ritardi dovuti, tra le altre cose, alla pandemia e al rincaro dei materiali da costruzione.

59,1 km: i chilometri realmente aperti al traffico, su 114,6 previsti

72 km: quelli tra Modica e Gela, ancora fermi allo stadio progettuale

~52%: la quota dell’opera originaria ancora da costruire, oltre mezzo secolo dopo

Ragusa e Agrigento restano, non a caso, gli unici due capoluoghi di provincia siciliani che un’autostrada non la vedono proprio.

Modica-Scicli: l’estensione che non parte mai davvero

Il caso del prolungamento verso Scicli, appena undici chilometri oltre l’attuale capolinea di Modica, è quasi un manuale di come un’opera pubblica possa restare sospesa senza mai essere né viva né morta. Gli espropri sono partiti, il progetto esecutivo è stato più volte annunciato come “in fase di ultimazione”. Ma il finanziamento originario di 350 milioni di euro è saltato, e da allora il territorio, sindacati, imprese, amministratori locali, si mobilita periodicamente per chiedere che le risorse promesse vengano finalmente trovate.

A complicare ulteriormente il quadro, nella primavera del 2026 un’inchiesta giudiziaria sul filone degli “incentivi” ha portato alla sospensione di due dirigenti del Consorzio Autostrade Siciliane, tra cui il direttore dei lavori del cantiere Rosolini-Modica. Senza quella figura, l’impresa che si è aggiudicata l’appalto ha dovuto fermare tutto il cantiere: centocinquanta persone tra dipendenti diretti e indotto sono rimaste in bilico, con i sindacati a chiedere una sostituzione rapida prima che scattasse la cassa integrazione. Nel frattempo restava non pagato uno stato di avanzamento lavori da sette milioni di euro.

Non è mancanza di progetti. È la distanza, spesso enorme, tra un progetto annunciato e un progetto finanziato, appaltato, cantierato e infine concluso.

Solo nei mesi più recenti si è tornati a parlare di bandi concreti: lavori sugli svincoli di Cassibile, Noto, Avola e Rosolini da un lato, e sugli svincoli di Ispica e Modica dall’altro, con tempistiche di alcuni mesi. Passi veri, non solo annunci. Ma parliamo di interventi sugli svincoli già esistenti, non del prolungamento verso Gela: la parte che manca davvero, quella che serviva a collegare i tre poli industriali del progetto originario, resta sostanzialmente dov’era.

Il paradosso del pedaggio su una strada incompiuta

C’è un dettaglio che racconta più di ogni statistica lo scollamento tra la percezione di chi amministra e quella di chi guida ogni giorno su quei chilometri: mentre l’opera resta ferma a metà, il Consorzio Autostrade Siciliane ha annunciato l’introduzione del pedaggio sul tratto Siracusa-Modica, finora gratuito, con obiettivo la fine dell’estate 2026. Tutti gli svincoli sono già dotati di caselli, costruiti, mai attivati, e sono stati pubblicati i bandi per completare gli impianti di esazione.

Per chi percorre quella tratta ogni giorno per andare al lavoro, la notizia è arrivata con la sensazione, non irragionevole, di dover pagare per un servizio che non è mai stato consegnato per intero. Non è un’autostrada che collega Siracusa a Gela: è un’autostrada che collega Siracusa a un semaforo di Modica. Le tariffe siciliane restano tra le più basse d’Italia, questo è vero, ma il paragone che conta per chi vive qui non è con il costo al chilometro di altre regioni, è con la promessa che quei chilometri avrebbero dovuto essere il doppio.

Non è solo l’autostrada

Concentrarsi solo sulla Siracusa-Gela rischierebbe di far sembrare un caso isolato quello che, in realtà, è un tratto strutturale della viabilità siciliana. La rete autostradale dell’isola è quasi interamente a due corsie per senso di marcia, in larga parte gestita da due enti diversi, il Consorzio Autostrade Siciliane e l’ANAS, con tratti che versano in condizioni di manutenzione non sempre all’altezza: manto stradale usurato, vegetazione ai bordi della carreggiata, segnaletica datata.

E poi ci sono le statali e le provinciali, che nella provincia di Ragusa come in tante altre zone dell’isola restano l’unica alternativa reale per chi deve spostarsi tra un centro e l’altro. Strade progettate, quando va bene, negli anni Sessanta e Settanta, per un traffico che oggi è tutt’altra cosa. I dati dell’Osservatorio Traffico ANAS parlano chiaro: a giugno 2026 il traffico in Sicilia è cresciuto del 6,6% rispetto al mese precedente e del 3,7% rispetto allo stesso mese del 2025, con i mezzi pesanti in aumento del 7% su base annua. È l’effetto della stagione turistica che si somma al traffico ordinario, su una rete che non è stata pensata per assorbirlo.

Il risultato è una viabilità a due velocità: da un lato i grandi assi (Palermo-Catania, Messina-Catania, Messina-Palermo) relativamente funzionali; dall’altro un reticolo di statali e provinciali che regge il peso quotidiano di pendolari, mezzi agricoli, autobus turistici e tir, spesso su carreggiate strette, prive di corsie di emergenza adeguate, con curve e attraversamenti di centri abitati che le rendono lente e, in troppi casi, pericolose.

Cosa significa, per chi ci vive ogni giorno

Dietro ogni statistica su questa pagina c’è una vita organizzata attorno a un chilometraggio che in qualsiasi altra regione italiana richiederebbe la metà del tempo. Studenti che si spostano ogni giorno tra provincia e capoluogo su strade che allungano il tragitto di un’ora. Aziende agricole e manifatturiere del Ragusano che devono calcolare, nei costi di trasporto, un’inefficienza strutturale che le loro concorrenti del Nord Italia semplicemente non hanno. Turisti che arrivano entusiasti a Siracusa o Noto e poi scoprono che raggiungere Ragusa, Modica o Scicli, gioielli assoluti del barocco ibleo, richiede più tempo di quanto la distanza sulla mappa lasci immaginare.

C’è poi un aspetto che raramente entra nei titoli dei giornali ma che chi vive qui conosce bene: la sicurezza. Strade pensate per un traffico di cinquant’anni fa, con manutenzione discontinua e prive di adeguate corsie di emergenza, non sono solo scomode: sono un fattore di rischio che si somma, giorno dopo giorno, a ogni spostamento ordinario.

Raccontare per capire, non per indignarsi

Non ho scritto questo articolo per aggiungere un’altra voce arrabbiata al coro di chi si lamenta della Sicilia. Ne esistono già abbastanza, e da sole non hanno mai spostato un cantiere di un metro. L’ho scritto perché credo che capire con precisione come siamo arrivati fin qui, un progetto del 1968, una scadenza del 1973 mai rispettata, mezzo secolo di rinvii, un cantiere fermato da un’inchiesta giudiziaria, un pedaggio in arrivo su un’opera incompiuta, sia il primo passo per pretendere, con cognizione di causa, che le cose cambino.

La Sicilia che racconto da anni su questo blog, quella dei borghi dimenticati, delle coste segrete, delle storie che meritano di essere conosciute, è la stessa Sicilia che ogni giorno fa i conti con questa viabilità. Le due cose non sono in contraddizione: sono la stessa isola, vista da due angolazioni necessarie. Continuerò a raccontare la bellezza, perché è vera e perché è la ragione per cui seguo questa passione. Ma da oggi, in questa nuova rubrica, racconterò anche quello che non funziona, non per indignazione fine a se stessa, ma perché sono convinto che amare davvero un territorio significhi anche avere il coraggio di guardarlo in faccia quando qualcosa va cambiato.

Sicilia Reale continuerà nelle prossime settimane con altri temi che riguardano la vita quotidiana di chi abita quest’isola. Se c’è un aspetto della Sicilia reale di cui pensi valga la pena parlare, scrivimi: è da qui che nascono i prossimi articoli. Sicilia Reale, un racconto onesto del territorio, per capire e migliorare.

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia Reale attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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