Trecentoquarantasette abitanti, 811 metri sul livello del mare, il comune meno popoloso della città metropolitana di Palermo e il terzo più piccolo di tutta la Sicilia. Arroccato su uno sperone roccioso delle Madonie con i ruderi del castello che dominano la vallata tra il Torto e l’Imera, Sclafani Bagni nasconde in un vallone a pochi minuti a piedi dal paese una vasca di acqua termale naturale calda a 37 gradi, gratuita, aperta tutto l’anno, circondata da boschi. E nella chiesa madre custodisce un sarcofago greco-romano del IV secolo avanti Cristo che nessuno si aspetta di trovare fin qui.
Il nome porta con sé due storie. Sclafani viene dalla famiglia che fu padrona di questo territorio per quattro secoli: Matteo Sclafani, conte di Adernò, che nella prima metà del Trecento ricevette il feudo e lo trasformò in un borgo medievale murato, con il castello rinforzato sullo sperone e la cinta difensiva con la porta d’accesso ancora oggi sormontata dallo stemma di famiglia, due gru che si beccano, l’una d’argento in campo nero e l’altra nera in campo d’argento. Il suffisso Bagni è invece moderno: fu aggiunto ufficialmente solo nel 1954 con legge regionale, per evidenziare la presenza delle sorgenti termali. Prima di allora il paese si chiamava semplicemente Sclafani.
Ma l’origine del luogo è molto più antica della famiglia medievale che gli ha dato il nome. Alcuni studiosi identificano Sclafani con l’antica Ambica citata da Diodoro Siculo, teatro nell’inverno del 306 avanti Cristo della battaglia tra Agatocle, tiranno di Siracusa, e Dinocrate, capo degli esuli siracusani. La posizione su uno sperone roccioso naturalmente inespugnabile a controllo delle vie di penetrazione verso l’entroterra siciliano supporta questa identificazione. E un’altra teoria, la più affascinante, vuole che il nome derivi dal greco Asclepianon, il tempio di Asclepio, dio della medicina: il dio a cui si dedicavano i santuari con le acque curative. Se questa etimologia è corretta, le sorgenti termali di Sclafani erano già conosciute e venerate nell’antichità greca. La sorgente nella vallata non sarebbe una scoperta medievale o moderna: sarebbe una tradizione millenaria.
Il primo riferimento certo al borgo risale alla Cronaca di Cambridge, che cita Sclafani in un episodio del 938 nel contesto delle lotte tra fazioni musulmane per il controllo della Sicilia. Dopo la conquista normanna il feudo viene assegnato inizialmente a Giordano d’Altavilla, figlio del conte Ruggero e signore di Noto e Caltanissetta, poi alla sorella Matilda e per linea successoria alla loro figlia Adelasia. Nel Trecento la vera svolta: il feudo passa a Matteo Sclafani, che ne fa una delle piazzeforti più solide del territorio madonita. Il castello rinforzato, le mura alte, la porta soprana con lo stemma di famiglia scolpito nella pietra: Sclafani diventa un centro feudale vero, con una sua identità militare e amministrativa. Dopo la morte di Matteo senza eredi maschi, il feudo passa alle famiglie Peralta e Moncada. Poi il lento declino del sistema feudale, l’abbandono delle funzioni militari, il borgo che rimane aggrappato alla roccia mentre la storia si svolgeva altrove.
Il castello, la Porta Soprana e il borgo medievale
Del castello di Sclafani, rimaneggiato nel Trecento da Matteo Sclafani, rimangono pochi resti ma eloquenti. Una torre a tre piani costruita in pietra non lavorata con mura spesse mezzo metro, con le feritoie strombate rivolte verso sud nei piani inferiori e un’apertura più ampia nell’ultimo piano: una struttura pensata per sparare e non per essere visti. Il portale di accesso della cinta cittadina raccordata al castello è ogivale e reca ancora lo stemma degli Sclafani. In occasione del restauro del 1990 sono stati rinvenuti frammenti ceramici del XV e XVI secolo: il castello era ancora in uso attivo nei decenni successivi alla morte di Matteo. Le rovine sono divise in due nuclei, il Castello Grande e il Castelletto in posizione opposta, collegati dal muro di cinta che è anche il perimetro del borgo: si entra nel paese attraverso la Porta Soprana, unica superstite delle antiche porte medievali, che incornicia il vicolo principale con quell’arco che sembra impossibilmente antico per le sue condizioni di conservazione.
Le vie di Sclafani Bagni sono troppo strette per le automobili. Ci si muove a piedi, tra le case con le mura spesse che trasudano silenzio, con i vicoli che si aprono su scorcetti panoramici sulla vallata sottostante, dove il fiume Imera scende verso il Tirreno e il bosco copre i versanti con un verde che d’autunno diventa arancio. Il paesaggio di Sclafani fu immortalato da Maurits Cornelis Escher durante il suo viaggio in Sicilia del 1930: l’artista olandese ne ricavò un’incisione che cattura quella qualità sospesa, quasi irreale, del borgo arroccato sulla roccia con il vuoto attorno. Chi conosce le opere di Escher e arriva a Sclafani riconosce immediatamente il paesaggio. Chi non le conosce le cerca dopo, perché capisce che quel posto meritava di essere fermato su carta.
La chiesa madre, il sarcofago greco e l’organo seicentesco
La Chiesa Madre di Santa Maria Assunta, nella zona più elevata dell’abitato, custodisce due tesori che nessuno si aspetta in un borgo di meno di quattrocento abitanti. Il primo è il sarcofago greco-romano in marmo bianco, con un bassorilievo raffigurante satiri e baccanti, databile al IV secolo avanti Cristo: un pezzo di antichità classica conservato con ordinaria naturalezza in una chiesa di montagna, senza didascalie eccessive, come se fosse sempre stato lì e fosse normale che fosse lì. Il secondo è l’organo seicentesco di Antonino La Valle, uno strumento ancora funzionante con la sua cassa di legno intagliato e le canne metalliche che il tempo ha patinato di grigio. Il portale ogivale trecentesco della chiesa, con le sue nervature gotiche che richiamano il gusto francese introdotto dagli Angiò, anticipa al visitatore la qualità di quello che troverà all’interno.
La Chiesa di San Giacomo, del XVI secolo, decorata da stucchi preziosi, è purtroppo in condizioni di pericolo statico e non sempre agibile. Qui le due grandi confraternite del Seicento e del Settecento, quella di San Giacomo e quella di San Filippo, avevano il loro centro di vita associativa e devozionale: erano loro a pagare i rifacimenti degli interni, a commissionare le opere d’arte, a gestire la vita religiosa del borgo. Le mattonelle in ceramica di Collesano del Seicento conservate nella Chiesa di San Filippo sono un frammento di artigianato locale di raffinata qualità: il blu cobalto e il giallo ocra su fondo bianco, con quei disegni geometrici e floreali che ricordano la tradizione islamica filtrata attraverso la ceramica siciliana. La Chiesa di San Giacomo è stata trasformata in auditorium: una riconversione che almeno preserva lo spazio e lo rende fruibile.
Le terme libere nella natura: la vasca a 37 gradi sul bordo del bosco
La storia delle terme di Sclafani è una storia di tentativi e di sfortuna. Il primo stabilimento termale fu costruito nel 1748 dalla Casa Ducale di Fernandina, che aveva riconosciuto il valore terapeutico delle acque solfo-bromo-jodiche che sgorgano nella vallata a temperatura di 37 gradi. Fu ricostruito da Matteo Sclafani nel 1846, ma nel 1851 una frana lo travolse completamente: uno studio scientifico del 2017 ha ricostruito la dinamica dell’evento, classificandolo come uno dei più significativi crolli idrotermali della storia recente della Sicilia. Ricostruito più a valle, lo stabilimento fu rimaneggiato negli anni Quaranta del Novecento e rimase attivo fino alla fine degli anni Ottanta, quando fu chiuso per problemi sanitari. Da allora l’edificio è abbandonato, ancora visibile dall’esterno con quel fascino decadente delle cose che un tempo erano importanti.
Ma le acque continuano a sgorgare. E in quel vallone, a poche centinaia di metri dall’antico stabilimento in rovina, c’è ancora la sorgente naturale: una vasca all’aperto, nell’acqua calda a 37 gradi, completamente gratuita, immersa nel bosco con il panorama che si apre a nord sulla vallata verso l’Imera e a sud sullo strapiombo roccioso su cui si aggrappa il borgo. Non c’è biglietto, non ci sono orari, non c’è personale: solo l’acqua calda che sgorga, il bordo di pietra, il bosco intorno e il silenzio. La pozza termale di Sclafani Bagni si trova lungo la Via Palermo-Messina, la variante montana della Via Francigena siciliana: i pellegrini che percorrono il tracciato usano questa sosta come recupero delle energie prima di affrontare gli ultimi chilometri verso il borgo. Una funzione terapeutica e rigenerativa che dura da almeno duemila anni, e che non ha smesso di funzionare.
Il laghetto di Bomes, la riserva del Bosco di Favara e il panorama sulle Eolie
A pochi chilometri da Sclafani Bagni, nella Riserva Naturale Orientata Bosco Favara e Bosco Granza, si trova il laghetto naturale di Bomes: uno specchio d’acqua piccolo e quasi segreto circondato da lecci, querce da sughero e macchia mediterranea, con il gracchiare delle rane al tramonto e quella biodiversità tipica degli ambienti umidi di montagna. Il sentiero per raggiungerlo è panoramico, e nelle giornate di cielo limpido si vedono le Isole Eolie all’orizzonte. La riserva è percorribile con sentieri di diversa difficoltà, dal fondovalle fino ai pianori più alti, con una flora che include specie rarissime delle Madonie.
Dal borgo stesso, dalla terrazza naturale formata dallo sperone roccioso su cui si appoggiano le case, il panorama abbraccia la vallata che scende verso il Torto e l’Imera, con i boschi e le coltivazioni che si alternano sui versanti e il profilo delle Madonie che chiude l’orizzonte a est. È uno di quei punti panoramici che si capiscono stando fermi a guardare per qualche minuto, senza fretta: il tipo di panorama che i costruttori medievali sceglievano per i loro castelli non solo per la difendibilità ma anche, senza saperlo articolarlo, per la bellezza.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: autostrada A19 Palermo-Catania, uscita Scillato o Tremonzelli. Poi SS 120 verso Caltavuturo, poi SP 58 verso Sclafani Bagni. Da Palermo circa 80 km, 1h30 circa.
Le terme libere si raggiungono a piedi dal paese (sentiero panoramico, circa 20 minuti in discesa) o in auto (indicazioni per ‘Terme’). Ingresso completamente gratuito, tutto l’anno.
Il laghetto di Bomes è nella Riserva Naturale Orientata Bosco Favara e Bosco Granza: accesso dal borgo a piedi o in auto con strada sterrata.
La Chiesa Madre è nella zona più elevata del paese: verificare orari per visitare il sarcofago e l’organo.
La Porta Soprana e i ruderi del castello sono visitabili liberamente.
Festa patronale dell’Ecce Homo: 25 settembre, con processione e spettacolo musicale serale.
Periodo migliore: primavera per i boschi fioriti e le terme; autunno per il foliage e il panorama sulle Eolie.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
