Vai al contenuto

Savoca: il borgo dalle sette facce che conquistò Coppola, con 37 mummie in cripta

Savoca: il borgo dalle sette facce che conquistò Coppola, con trentasette mummie in cripta e la granita che rese schiavo Al Pacino

Sui Monti Peloritani, in provincia di Messina, un borgo di poco più di mille abitanti custodisce uno dei patrimoni più straordinari e più contraddittori della Sicilia. Un castello costruito dai Pentefur, popolazione forse fenicia di cui non si sa quasi niente. Trentasette mummie di notabili in abiti dell’Ottocento in una cripta sotterranea. Affreschi bizantini nella chiesa madre. I resti di una sinagoga medievale in un vicolo che ancora si chiama Strada della Judeca. E un bar dove nel 1971 Al Pacino si sedette sotto un pergolato di viti e bevve la granita al limone con lo zibibbo finché non divenne una sua passione quotidiana. Francis Ford Coppola, che cercava una Corleone che Corleone non era più in grado di essere, aveva trovato quello che cercava.

Il nome di Savoca ha almeno tre spiegazioni, nessuna del tutto certa. La prima, la più immediata, lo ricollega al sambuco, savucu in dialetto, la pianta che cresceva spontanea sui colli e che ancora campeggia nello stemma medievale del paese. La seconda lo fa derivare dall’arabo sabak, che significa unire, con riferimento al mandamento militare con cui i Saraceni raggrupparono i castelli della zona. La terza, quella che più stuzzica la fantasia, lo legge come una trascrizione di Kalat Zabut, rocca del sambuco in arabo, a sottolineare la doppia presenza, quella della pianta e quella della fortezza. Tre storie che coesistono senza escludersi, come spesso accade nei paesi siciliani nati da stratificazioni di popoli diversi. Leonardo Sciascia, che visitò Savoca nel 1962 e ne scrisse su Il Giorno il 12 maggio di quell’anno, aveva trovato il motto giusto nel proverbio locale: Supra na rocca Sauca sta, setti facci sempri fa. Il paese dalle sette facce, perché ogni volta che si gira lo sguardo il paesaggio offre una veduta diversa, dall’azzurro del Mar Ionio alla costa calabra, dai Peloritani all’Etna, dalla roccia ai vicoli dove cresce il cappero.

Le origini di Savoca affondano in un’antichità che la documentazione storica riesce solo in parte a illuminare. I Pentefur, la comunità forse fenicia o forse greca che si stanziò sul colle che ancora porta il loro nome, costruirono la prima fortezza in posizione dominante sulla vallata. Poi vennero gli Arabi, che la rafforzarono trasformandola in uno dei nodi del loro sistema difensivo costiero, e poi i Normanni che la ereditarono, ampliarono e fecero funzionare come presidio militare della costa jonica. Il 30 novembre 1355 il re Federico IV di Sicilia, pochi mesi dopo la sua ascesa al trono, elevò il Castello di Pentefur a Castello Regio. Il Trecento portò anche la Peste Nera, che dimezzò la popolazione. Il Quattrocento fu invece un secolo di rinascita: le famiglie nobili arrivarono a stabilirsi stabilmente nel borgo, la cinta muraria si espanse, nacquero i nuovi quartieri di Lu Burgu e Sant’Antonio fuori dalle mura antiche. Savoca assunse quella fisionomia di piccolo centro nobile, con le sue chiese e i suoi palazzi, che ancora oggi si legge nell’impianto urbanistico.

Il castello di Pentefur e le mura normanne

Quello che resta del castello di Pentefur si trova su uno dei due colli su cui è arroccato il paese, in posizione tale da dominare visivamente tutta la fascia costiera tra Messina e Taormina. Le mura merlate, la torre trapezoidale di cui rimangono porzioni significative, la vista a trecentosessanta gradi sui Peloritani e sul mare: anche ridotto a rudere il castello racconta la funzione che aveva. Dal castello partivano gli ordini per tutti i fortini e le torri di avvistamento della costa, parte di quel sistema difensivo costiero commissionato alla fine del Cinquecento dall’architetto Camillo Camilliani per il viceré Marcantonio Colonna. Era una macchina militare precisa, costruita per vedere prima di essere visti, per dare l’allarme prima che le galere nordafricane potessero sbarcare i loro uomini.

La cinta muraria normanna, di cui sopravvive la Porta della Città, un arco a sesto acuto in pietra locale che introduce al centro storico, racchiudeva un abitato che nei secoli di massimo splendore contava una presenza nobiliare e religiosa sproporzionata rispetto alle dimensioni del borgo. Quattro ordini monastici scelsero Savoca come sede: i Frati Minori Conventuali Francescani, i Gesuiti, i Frati Predicatori Domenicani e i Frati Minori Cappuccini. La presenza simultanea di ordini così importanti in un paese tanto piccolo è la misura di quanto Savoca contasse, nel Medioevo e nella prima età moderna, nella gerarchia religiosa e culturale della provincia messinese. Una presenza che lasciò chiese, conventi e opere d’arte che ancora oggi, in scala ridotta, fanno impressione.

La chiesa madre, gli affreschi bizantini e la Strada della Judeca

La Chiesa Madre di Santa Maria in Cielo Assunta, costruita in età normanna nel XII secolo, è monumento nazionale dal 1910. La facciata a doppio spiovente con il portale centrale rinascimentale non prepara alle sorprese dell’interno: affreschi murali tardo-medievali di iconografia bizantina sono affiorati durante i restauri recenti, tra cui un dipinto di San Giovanni Crisostomo, padre della chiesa cristiana d’Oriente, che testimonia la lunga osmosi tra il rito romano e quello greco-ortodosso in questa parte della Sicilia. Il soglio ligneo della cattedra dell’Archimandrita, con lo stemma archimandritale effigiato nel legno, ricorda che Savoca fu sede di una delle istituzioni ecclesiastiche più antiche della Sicilia orientale. Nella cripta della chiesa si praticava la mummificazione naturale dei defunti prima che la funzione venisse trasferita al Convento dei Cappuccini: sfruttando un gioco di correnti d’aria, i corpi venivano essiccati in sessanta giorni in un procedimento che i frati chiamavano del putridarium.

Accanto alla chiesa madre, la Casa con bifora medievale del Quattrocento, citata nei testi storici locali per il suo stile greco, introduce a un quartiere del centro storico che ancora porta il nome di quello che fu. La Strada della Judeca, il vicolo della comunità ebraica, testimonia che nel Quattrocento Savoca ospitava tra i duecentocinquanta e i trecento Ebrei: abili tessitori, artigiani del ferro e agricoltori che vivevano nel quartiere di Castelvecchio, con la loro sinagoga costruita alle pendici dell’altura del Castello di Pentefur, accanto alla chiesa duecentesca di San Michele. La sinagoga medievale esiste ancora, ridotta a rudere ma identificabile. La comunità ebraica sparì nel 1492, con l’editto di espulsione degli Ebrei dalla Sicilia voluto dalla monarchia spagnola. Il vicolo rimase, con il suo nome, come prova che certi strati del passato non si cancellano del tutto neanche dopo cinque secoli.

Le trentasette mummie dei Cappuccini e la Madonna dell’acqua

Il Convento dei Cappuccini fu fondato a Savoca nel 1574 sul sito di un convento più antico abbandonato nei primi anni del Seicento. L’attuale complesso, costruito nel 1614, comprende la chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi e, sotto il sagrato, la cripta realizzata agli inizi del Settecento che custodisce trentasette cadaveri mummificati. Patrizi, avvocati, notai, possidenti, preti, monaci, abati, un marchese, un medico fisico, un poeta, magistrati, una nobildonna e tre bambini: tutta l’aristocrazia savocese tra il XVIII e il XIX secolo, vestita con gli abiti della propria epoca, in piedi nelle nicchie di parete o distesa nelle bare aperte. Il notaio Pietro Salvadore, la mummia più antica, era nato nel 1708. Il sacerdote Don Giuseppe Trischitta-Nicòtina, la più recente, morì nel 1876. L’ultima mummificazione a Savoca coincide quasi esattamente con l’anno in cui la pratica veniva ufficialmente vietata.

Il procedimento era preciso e costoso, accessibile solo alle famiglie benestanti. Il corpo veniva immerso per due giorni in una soluzione di sale e aceto, poi trasferito nel putridarium della chiesa madre dove le correnti d’aria lo essiccavano in sessanta giorni. Una volta completata l’essiccazione, la mummia veniva elegantemente vestita e portata in processione solenne fino alla cripta dei Cappuccini. Un rito che mescolava il senso cristiano della resurrezione della carne con un’idea tutta aristocratica dell’immortalità: restare visibili, riconoscibili, in abiti da cerimonia, dopo la morte. Ercole Patti, Leonardo Sciascia e Mario Praz visitarono la cripta e ne scrissero, ognuno con la propria sensibilità. Nel 2015 un team internazionale in collaborazione con il National Geographic e la Soprintendenza di Messina ha studiato le mummie, scoprendo che i savocesi mummificati consumavano cibi ad alto contenuto proteico, bevevano alcol e soffrivano prevalentemente di gotta. Nel 1985 un atto vandalico notturno imbrattò con vernice verde quindici delle diciassette mummie esposte nelle nicchie. L’intervento conservativo ha richiesto trent’anni.

Nella chiesa del convento si conserva anche il Velo del miracolo: secondo la tradizione, nel XVII secolo una donna di Savoca, oberata di debiti, chiese alla Madonna del Loreto che i suoi bachi producessero più seta del solito. Ne ottenne di più di quanto promesso e, per sciogliere il voto, promise di portare in dono alla Madonna un velo di seta di sua produzione. Non lo fece, e i bachi smisero di produrre. Quando tornò a pregare e promise di mantenere il voto, i bachi ripresero a lavorare e produssero spontaneamente il velo, intessendolo direttamente intorno alla Madonna. Il velo è ancora lì. La Madonna del Loreto del convento, attribuita ad Antonino Giuffré o a Antonio di Saliba nipote di Antonello da Messina, è chiamata dai savocesi Madonna dell’acqua perché nei secoli di siccità veniva portata in processione per le strade del paese per invocare la pioggia, che poi arrivava.

Coppola, il barone di Floristella e come Savoca diventò Corleone

Nel 1971 la Paramount Pictures stava cercando una Corleone siciliana per le scene de Il Padrino che nel romanzo di Mario Puzo erano ambientate nel paese palermitano. Coppola e il suo team vennero in Sicilia, alloggiarono a Taormina e si trovarono subito davanti al problema: Corleone nel 1971 era una cittadina moderna, con le costruzioni degli anni Cinquanta e Sessanta che avevano cancellato l’aspetto di paese d’anteguerra richiesto dalla sceneggiatura. L’incontro decisivo avvenne per caso. Tra i finanziatori del film c’era un lontano parente di Maria D’Arrigo, la donna che gestiva il piccolo bar vicino al Municipio di Savoca. Quando la troupe arrivò in paese a portarle i saluti di quel parente emigrato in America, si resero conto che avevano trovato quello che cercavano.

A convincere definitivamente Coppola fu anche Gianni Pennisi, il barone di Floristella, pittore di fama internazionale originario di Acireale e appartenente a una delle famiglie nobili siciliane più importanti. Pennisi conosceva bene l’ambiente del cinema e conosceva la Sicilia meglio di chiunque altro nella troupe. Indicò Savoca, e poi Forza d’Agrò e Motta Camastra per le altre scene, e curò personalmente l’insegnamento della dizione siciliana agli attori non doppiati. Il piccolo bar vicino al Municipio, che non aveva nome, piacque a Coppola per la facciata in pietra, il pergolato di viti, la piazzetta acciottolata, l’atmosfera ferma a decenni prima. Lo ribattezzò Bar Vitelli per le esigenze del copione, dal cognome del padre di Apollonia.

Il Bar Vitelli a Savoca

Le riprese siciliane si concentrarono nell’estate del 1971. La scena in cui Michael Corleone, interpretato da Al Pacino, siede al Bar Vitelli e chiede al padre di Apollonia il permesso di corteggiarla fu girata in Piazza Fossia, davanti all’ingresso del locale. Il quel tavolo, sotto il pergolato, Al Pacino scoprì la granita al limone con lo zibibbo di zia Maria D’Arrigo: ne era ghiotto, ne mangiava tantissime al giorno, erano diventate la sua passione, racconta il nipote Giulio Motta. La Chiesa di San Nicolò, costruita nel XIII secolo su uno spuntone di roccia che la fa sembrare sospesa nel vuoto, fu il set per il matrimonio tra Michael e Apollonia. Il centro storico, con i suoi vicoli in pietra lavica e i ruderi che si aprono sul panorama ionico, comparve in più riprese come sfondo della Corleone che esisteva nell’immaginazione di Coppola e non nella realtà.

Il film uscì il 15 marzo 1972 negli Stati Uniti con il titolo The Godfather. Incassò oltre 135 milioni di dollari in America, fu premiato con tre Oscar, e i due sequel arrivarono nel 1974 e nel 1990. Per Savoca cambiò tutto. Il bar di zia Maria divenne il Bar Vitelli, nome che rimase definitivamente, e cominciarono ad arrivare i visitatori: prima qualche curioso, poi gruppi organizzati, poi un flusso continuo da ogni parte del mondo, dalla Russia al Giappone, dall’America all’Australia. Nel 2022, per il cinquantesimo anniversario del film, il borgo ha organizzato una serie di eventi per rendere omaggio al capolavoro di Coppola. Il Bar Vitelli ha aggiunto alle granite e al museo di cimeli cinematografici una serie di suite con piscina ai piani superiori: il Vitelli Boutique Hotel, con il vincolo monumentale sull’edificio del Settecento che rallenta i lavori ma garantisce che la facciata in pietra e il pergolato resteranno come Coppola li trovò.

Il Monte Calvario, la Passione vivente e il pesce stocco a ghiotta

Savoca ha una vita propria, e non solo quella che le viene da Hollywood. Il Monte Calvario, eremo medievale trasformato dai Gesuiti nel 1736 in chiesa, ospita il percorso della Via Crucis le cui stazioni sono parzialmente scavate nella roccia: una delle rappresentazioni più suggestive della Passione di Cristo in Sicilia si svolge qui la domenica delle Palme e la vigilia di Pasqua, con circa cento attori in costumi d’epoca che seguono il percorso fino alla crocifissione. In agosto, la seconda domenica, si tiene la rappresentazione vivente del martirio di Santa Lucia patrona del borgo: la santa è interpretata da una bambina in abito bianco, e il diavulazzu in abito rosso con la maschera lignea del Quattrocento è già in scena dal sabato pomeriggio, portando nel paese quell’atmosfera sospesa tra sacro e folklorico che la Sicilia sa creare come nessun altro posto al mondo.

Il Museo Storico Etnoantropologico, inaugurato nel 2001 nelle vicinanze della chiesa di San Michele Arcangelo, ricostruisce in due piani e un’area esterna panoramica la vita quotidiana di Savoca attraverso oggetti, fotografie e testimonianze orali. Il Museo dell’Emigrazione, in Via dei Cappuccini, conserva una mostra fotografica sull’emigrazione dal comprensorio ionico: un contrappunto necessario alla storia del Bar Vitelli, che ricorda che quello stesso paese i cui vicoli recitano in un film sulla mafia americana è anche il paese da cui generazioni di famiglie sono partite cercando in America qualcosa di meglio. A tavola, le tagliatelle di pasta fresca fatte a mano condite con finocchietto selvatico e ragù di maiale sono il primo di cui non fare a meno. I maccarruna, maccheroni freschi con le cotiche d’inverno e con le melanzane d’estate, sono il secondo piatto simbolo. E il pesce stocco a ghiotta, con olio abbondante, pomodoro, olive bianche e nere, capperi, peperoncini, patate e sedano, è il piatto che Savoca condivide con tutta la costa messinese jonica, e che in questo borgo arroccato sui colli sembra ancora più sorprendente.

COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: da Taormina, SS 114 verso Messina fino a Santa Teresa di Riva (circa 10 km), poi SP 10 che sale verso Savoca (circa 5 km, strada stretta e panoramica). Da Messina: A18, uscita Roccalumera o Santa Teresa di Riva, poi SP 10.
Bar Vitelli, Piazza Fossia 7: aperto tutti i giorni, consigliato fuori dai momenti di punta per godersi il posto. Granita al limone con zibibbo obbligatoria.
Cripta del Convento dei Cappuccini: tel. 0942 761007. Verificare orari di apertura, spesso su appuntamento fuori stagione.
La Passione vivente al Monte Calvario: domenica delle Palme e vigilia di Pasqua.
La Festa di Santa Lucia: seconda domenica di agosto.
Savoca Sapori (mostra mercato enogastronomia e artigianato): terzo fine settimana di novembre.
Parcheggio: disponibile ai margini del centro storico. Il borgo si percorre interamente a piedi.
Savoca fa parte dei Borghi più Belli d’Italia.

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *