Un castello che è diventato santuario. Un borgo che ha ospitato imperatori e poeti maledetti. Una città che Federico II amò così tanto da staccarla dalla diocesi e affidarla direttamente alla Santa Sede. Santa Lucia del Mela non è un paese qualsiasi.
L’Urbe fidelissima e deliziosa
C’è un titolo che Federico II di Svevia, uno degli imperatori più colti e straordinari del Medioevo, assegnò a Santa Lucia del Mela. La chiamò Urbe Fidelissima e Deliziosa, città fedelissima e deliziosa. Non era un titolo di circostanza. Era la sintesi di un amore vero, documentato, che l’imperatore nutrì per questo borgo arroccato sui Peloritani tirrenici, dove veniva a riposarsi dalla vita di corte, a cacciare, a studiare, a godersi quella pace che i grandi raramente trovano.
Nel 1206, quando il giovane Federico aveva appena quattordici anni e stava consolidando il suo potere sulla Sicilia, compì per Santa Lucia del Mela un atto straordinario: la staccò dalla diocesi di Patti e la costituì in Prelatura Nullius, dipendente direttamente dalla Santa Sede, senza mediazioni episcopali. Era il massimo riconoscimento ecclesiastico che un borgo potesse ricevere. Una Prelatura Nullius era cosa rarissima in Italia e nel mondo. Santa Lucia del Mela la ebbe.
Quel titolo rimase fino al 1986, quando la riforma delle circoscrizioni ecclesiastiche la unì all’arcidiocesi di Messina. Ma per quasi otto secoli, questo paese di quattromila anime aveva avuto una dignità religiosa che pochissimi al mondo potevano vantare.
Mankarru, il colle che ha visto tutto
Prima di chiamarsi Santa Lucia del Mela, questo posto si chiamava Mankarru, o Mankarruna. Un nome arabo, come tanti nomi di luoghi siciliani, che identifica il colle a 368 metri sul livello del mare su cui sorge il castello. Due fiumi fanno da cornice a quel colle: il Mela a ovest, che darà poi il secondo nome al paese, e il Floripotema a est. Una posizione strategica perfetta, dominante sulla pianura di Milazzo e sul promontorio con le Isole Eolie sullo sfondo.
La storia di questa altura comincia molto prima degli Arabi. Del primitivo insediamento greco-siceliota restano tracce di cinte murarie dell’età classica. I Romani ci costruirono il loro presidio. I Bizantini lo trasformarono in castrum. Gli Arabi, tra l’837 e l’851, lo ricostruirono e rafforzarono. Poi arrivarono i Normanni.
Nel 1094 il Gran Conte Ruggero, dopo aver sconfitto gli Arabi, volle ringraziare Santa Lucia, la martire siracusana di cui era devoto, e fece costruire una chiesa ai piedi del castello dedicandola a lei. Da quel momento il luogo cambiò nome. Il Mankarru divenne Santa Lucia. Il Mela ci aggiunse il secondo nome dopo l’Unità d’Italia, per distinguerla dalle omonime sparse nella penisola.
Il castello dove visse Pier delle Vigne
Il Castello di Santa Lucia del Mela è uno dei monumenti medievali più affascinanti e meno visitati della Sicilia. Si sviluppa su una superficie oblunga quasi pianeggiante, con una pianta pentagonale irregolare che racconta le diverse epoche della sua costruzione. A nord il cosiddetto Palacium, con la sua articolata struttura a forma di V aperta. A ovest la torre cilindrica alta quasi venti metri, in pietrame listato da filari di cotto, che custodisce al suo interno la biblioteca storica del Seminario. Dall’ingresso in pietra arenaria con arco a sesto acuto si accede alla corte interna, dove un portale gotico porta alla cappella originaria.
Dalla terrazza del castello si apre uno di quei panorami che fanno dimenticare tutto: il litorale tirrenico da Capo Calavà fino a Capo Vaticano in Calabria, le Isole Eolie da Alicudi a Stromboli, il promontorio di Milazzo in primo piano. Nelle giornate limpide, che sui Peloritani non mancano, è uno spettacolo che non ha prezzo.
E poi c’è la storia di Pier delle Vigne. La tradizione vuole che nella prigione del castello, in quel vano inferiore della torre cilindrica scoperto durante i lavori del 1967, abbia trascorso la sua prigionia Pier delle Vigne, il protonotaro e magistrato di Federico II, il giurista e poeta della Scuola Siciliana che Dante immortalò nel XIII canto dell’Inferno. Accusato ingiustamente di tradimento dall’imperatore che tanto aveva servito, Pier delle Vigne morì in carcere nel 1249. Che la sua prigione fosse proprio qui, in questo castello amato da Federico, è cosa che la storia non può provare con certezza. Ma il popolo di Santa Lucia lo ha sempre creduto, e gli ha dedicato una via del centro storico.
La scuola poetica siciliana e il castello delle lettere
Il castello di Santa Lucia del Mela non era solo una fortezza. Sotto Federico II divenne anche un luogo di cultura, un ritrovo di intellettuali e poeti. Fu sede, secondo le fonti, della famosa Scuola Poetica Siciliana, quel movimento letterario trecentesco che Federico promosse e che diede alla lingua italiana alcuni dei suoi primi capolavori lirici. Dante, Petrarca, Boccaccio lessero e studiarono quei poeti siciliani. La lingua italiana della letteratura deve qualcosa a questo castello dei Peloritani.
La Madonna della Neve di Gagini e le 38 chiese
All’interno del complesso castellare, nel 1674, fu ultimato il Santuario dedicato alla Madonna della Neve, che ospita la statua marmorea scolpita da Antonello Gagini, uno dei più grandi scultori rinascimentali siciliani. La Madonna della Neve di Gagini è considerata tra i capolavori del suo scalpello, una figura di grazia assoluta con il bambino tra le braccia, descritta dagli storici d’arte con aggettivi che raramente si usano per le opere scultoree. Il santuario è ancora oggi meta di pellegrinaggi.
Il patrimonio ecclesiastico di Santa Lucia del Mela è smisurato per le dimensioni del paese. Conta 38 chiese e 8 conventi, di cui oggi 12 aperti al culto. La Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, concattedrale dell’arcidiocesi di Messina, conserva una raccolta di opere d’arte straordinaria: la scultura dell’Ecce Homo in alabastro rosso del Marabitti, il San Marco Evangelista di Deodato Guinaccia, l’Immacolata di Filippo Jannelli, e, sotto l’altare del SS. Crocifisso, il corpo incorrotto del Beato Antonio Franco, prelato del paese dal 1617 al 1626, beatificato nel 2013.
Garibaldi, il Mamertino e la felce preistorica
Il 19 luglio 1860, alle prime ore del mattino, il telegrafo annunciava l’arrivo di Garibaldi a Santa Lucia del Mela. Il generale vi giunse con Medici e Cosenz per ispezionare dall’alto il campo delle operazioni e predisporre l’attacco alle posizioni borboniche. Un’incisione in marmo sulla parete della Chiesa di San Francesco attesta ancora oggi quel breve soggiorno. Il paese lo ricorda con quell’orgoglio tipico dei luoghi di Sicilia che hanno incrociato la storia grande anche solo per un giorno.
Santa Lucia del Mela ha un territorio immenso, tra i più vasti della provincia di Messina. Dalle vette dei Peloritani, con le loro querce millenarie e i boschi autoctoni, si scende verso la pianura tirrenica passando per paesaggi che cambiano carattere a ogni quota. Il fiume Mela e le sue acque limpide portano verso una rarità botanica di cui pochi sono a conoscenza: la Woodwardia radicans, una felce gigante preistorica che cresce lungo le rive del corso d’acqua e che vegeta su questo territorio da almeno sessanta milioni di anni. Sessanta milioni di anni. Prima dei dinosauri.
Nelle campagne si produce il vino Mamertino, uno dei più antichi della Sicilia, conosciuto già ai tempi dei Romani, incluso tra i vini a indicazione geografica tipica. E si produce il Maiorchino, un formaggio di pecora di grande tradizione, con il suo singolare rituale del ruzzolamento che si svolge ogni anno durante il carnevale.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Dove si trova: Santa Lucia del Mela, città metropolitana di Messina. Valle del Mela, Peloritani tirrenici, 215 m s.l.m. Circa 13 km da Milazzo, 30 km da Messina.
In auto: Autostrada A20 Palermo-Messina, uscita Milazzo, poi SS113 direzione Santa Lucia del Mela. Comodamente raggiungibile in 15 minuti da Milazzo.
Cosa visitare: Castello-Santuario con la Madonna della Neve di Gagini e la biblioteca storica del Seminario, Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta con le opere d’arte e il corpo del Beato Antonio Franco, Museo Diocesano nel Palazzo Vescovile, Archivio Storico Comunale, fontana cinquecentesca in Piazza Duomo attribuita a Domenico Calamec, quartiere storico con i resti della Giudecca ebraica.
Nei dintorni: Milazzo e il suo Castello, Isole Eolie (traghetti da Milazzo), Barcellona Pozzo di Gotto, Valle del Mela, boschi dei Peloritani.
Quando andare: Tutto l’anno. In estate la vicinanza a Milazzo e alle Eolie la rende base ideale. In autunno i boschi dei Peloritani sono spettacolari. Il Carnevale con il ruzzolamento del Maiorchino è unico nel suo genere.
Prodotti tipici: Vino Mamertino IGT, Maiorchino (formaggio di pecora), miele, lavorazioni del legno e del ferro, erica intrecciata.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
