Nella Sicilia centrale, in provincia di Catania, a 490 metri tra le colline a sud dei Monti Erei, un paese di tremila abitanti porta con sé una storia che pochi si aspetterebbero: fu fondato nel 1534 da trenta famiglie di profughi albanesi di rito greco-cattolico fuggiti dall’avanzata turca nei Balcani. Per secoli qui si parlò albanese e si celebrò la messa in greco. E ogni Venerdì Santo, gli uomini che portano la bara del Cristo gridano ancora in onore del Signore morto una frase che pochi capiscono ma tutti sentono.
Il nome Ganzaria viene dall’arabo, e dice già qualcosa di questo territorio: significa cinghialeria, luogo dove si cacciavano i cinghiali. Intorno all’anno 1000 gli Arabi fondarono sulle pendici della montagna il casale Kalat Yhanzaria, la Rocca dei cinghiali. In epoca angioina, nel XIII secolo, i Francesi costruirono accanto al casale arabo la chiesa di San Michele Arcangelo, chiamata Fanum Gallorum, il Tempio dei Galli, e intorno a quella chiesa nacque il borgo medievale. Poi, alla fine del Quattrocento, un vasto incendio distrusse tutto.
La rifondazione del paese è la storia più originale di San Michele di Ganzaria. Il 25 settembre 1534, il barone Antonio Gravina detto il Bellicoso, che aveva ottenuto la licenzia populandi per ripopolare le sue terre devastate, stipulò un accordo con trenta famiglie di esuli albanesi di rito greco-cattolico, i cosiddetti arbëreshët, fuggiti dall’Epiro e dall’Albania davanti all’avanzata ottomana. Quelle famiglie portarono con sé la lingua albanese, il rito greco-cattolico, i cognomi, i modi di dire, persino i nomi dei rioni. Il rione Santa Cricchia viene dal termine albanese Kryqja Shejte, che significa Santa Croce. Alcuni cognomi storici del paese, Masi, Masaracchio, Dieli, Greco, Coci, Dara, sono tracce dirette di quella fondazione. Per due secoli e oltre, in questo paese della Sicilia centrale si parlò albanese e si celebrò la liturgia in greco antico. Una storia di diaspora e di tenacia che merita di essere conosciuta.
Il Castello Gravina, la Chiesa Madre e la visita del re
Il Castello Gravina fu costruito nel 1503 da Antonio Gravina il Bellicoso, lo stesso barone che trent’anni dopo avrebbe rifondato il paese con le famiglie albanesi. Dell’edificio originario, in muratura con balconi e finestre, rimangono oggi i muri perimetrali sul lato nord, con parte del castello ancora interrata. I frammenti di pavimentazione in ceramica del XV e XVI secolo e alcune stoviglie recuperate negli scavi sono conservati nel Museo della Ganzaria. Dal castello si gode ancora oggi uno dei panorami più ampi della Sicilia centrale, con l’Etna all’orizzonte.
La Chiesa Madre dedicata a San Michele Arcangelo ha origini normanne e fu ricostruita in stile barocco dopo il terremoto del 1693 sul preesistente impianto medievale. Nel 1833 fu completata la facciata in stile neo-gotico per interessamento del Cardinale Gravina Moncada. Poi, nel 1838, accadde qualcosa di insolito per un piccolo paese dell’entroterra siciliano: re Ferdinando II delle Due Sicilie, in visita alla Sicilia con la consorte Maria Teresa d’Austria, volle vedere questa chiesa e rimase così colpito da donare cento once d’oro per il completamento del pavimento. Il fonte battesimale all’ingresso, realizzato in pietra pece di Ragusa nel Seicento, è uno dei pezzi più antichi e più pregiati dell’edificio.
In piazza Garibaldi, cuore del centro urbano, si trova la Fontana di Piazza, opera del 1875 su progetto dell’ingegnere calatino Giambattista Nicastro: una grande vasca suddivisa in quattro sezioni con sculture decorative, che nel 1875 trasformò definitivamente il paese da entità rurale a piccola cittadina dotata di un centro rappresentativo.
La Montagna delle orchidee e la necropoli di Paolo Orsi
La Montagna Ganzaria, che si estende in parte nel territorio di San Michele e in parte in quello di Caltagirone, è uno dei siti naturalistici più ricchi e meno conosciuti della Sicilia centrale. È chiamata la Montagna delle orchidee spontanee per la presenza di oltre cinquantadue specie di orchidee selvatiche, un numero che la fa rientrare tra le aree a maggiore biodiversità floristica dell’isola. I boschi sono dominati da querce e sughere monumentali, con una fauna ricca di insetti, uccelli stanziali e migratori, mammiferi. Nel bosco c’è un’area attrezzata del Corpo Forestale e il rifugio Case Costa. Dal Pizzo Castellana, nelle giornate limpide, si vede l’Etna.
La Petra Longa, un enorme masso lungo la strada che sale alla montagna, è protagonista di numerose leggende locali, tra cui quella di un tunnel sotterraneo che la collegherebbe al Castello Gravina. Più concreta è la storia archeologica della montagna: nel sito di Piano Cannelle-Castellazzo, ricerche condotte dalla Soprintendenza di Catania hanno portato alla luce una necropoli tardo-antica e bizantina già segnalata all’inizio del Novecento dall’archeologo Paolo Orsi, uno dei più grandi archeologi siciliani di tutti i tempi. In quello stesso sito sono stati trovati i resti di una basilica paleocristiana a tre navate. A Monte Zabaino è stato invece identificato un insediamento preistorico tra la fine dell’età del Rame e la prima età del Bronzo. Il Museo della Ganzaria, nel Palazzo Traversa di Via dei Greci, raccoglie i reperti più significativi di questi scavi: ceramiche, oggetti della vita quotidiana, testimonianze dell’identità greco-albanese del paese.
Il Venerdì Santo con i lamentatori e la Festa di San Martino
La processione del Venerdì Santo è la manifestazione religiosa più intensa e più caratteristica di San Michele di Ganzaria. Le statue del Cristo Morto, dell’Addolorata, della Maddalena e di San Giovanni Evangelista vengono portate in processione per le vie del paese. Il Cristo Morto è posto su una bellissima urna di legno e vetro addobbata con le fave, simbolo antico del ciclo della morte e della resurrezione. Ma il dettaglio che distingue questa processione dalle altre è la presenza dei lamentatori: un gruppo di uomini che per tutto il tragitto accompagna la bara del Cristo intonando la Passione di Gesù con lamenti strazianti, una tradizione che risale direttamente alle origini greco-albanesi del paese. E durante tutta la processione, gli uomini che portano le vare urlano in onore del Cristo morto la frase Viva a Misericordia re Diu, Viva la Misericordia di Dio, in dialetto siciliano con tracce della cadenza albanese originaria.
La Sagra di San Martino, nell’weekend più vicino all’11 novembre, celebra invece il vino novello e i sapori autentici della cucina locale: formaggi, salumi artigianali, pasta fatta in casa, carne alla brace, dolci al miele e paste di mandorla. La festa del patrono San Michele Arcangelo, la prima domenica di settembre, è l’occasione per le processioni solenni e per la rievocazione medievale che trasforma il paese in un palcoscenico a cielo aperto. Nel territorio di San Michele, che dal 2022 fa parte del Primo Parco Mondiale dello Stile di Vita Mediterraneo insieme ad altre centotré città della Sicilia centrale, si produce anche un olio di qualità elevata e vini del Calatino che meritano di essere cercati.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: da Catania, SS 417 verso Caltagirone, poi indicazioni per San Michele di Ganzaria (circa 74 km). Da Palermo o Agrigento, SS 640 verso Caltanissetta poi SS 117 bis verso il Calatino.
Il Museo della Ganzaria si trova in Palazzo Traversa, Via dei Greci 35: verificare gli orari di apertura.
La Montagna Ganzaria è raggiungibile in auto con sentieri per trekking: le orchidee fioriscono tra marzo e maggio.
Venerdì Santo: processione serale con i lamentatori, una delle più suggestive della Sicilia centrale.
Sagra di San Martino: novembre, con degustazioni di vino novello e prodotti tipici del Calatino.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
