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PIL a +0,5%: l’Italia cresce, ma non abbastanza da stare tranquilla

PIL Italia 2026 a +0,5%: crescere poco in un mondo che brucia

Confindustria ha appena tagliato le stime di crescita per il 2026. Tre scenari sul tavolo: crescita fragile, stagnazione, recessione. A decidere quale si avvererà non sarà il governo, né la Banca d’Italia. Sarà una guerra. Quando l’economia di un Paese dipende da ciò che accade a quattromila chilometri di distanza, vale la pena capire perché.

C’è una domanda che quasi nessuno si fa, quando legge un dato macroeconomico: cosa significa per me? Il PIL cresce dello 0,5%. Benissimo. Ma cosa vuol dire, concretamente, nella vita di chi va al supermercato, paga il mutuo, cerca lavoro o gestisce una piccola impresa? Cosa c’entra uno 0,5% con la bolletta del gas, con lo stipendio che non cresce, con la sensazione diffusa che il Paese si muova a fatica, come se avesse sempre qualcosa che lo frena?

Il Centro Studi di Confindustria ha pubblicato le sue previsioni di primavera 2026, e il quadro che emerge è preciso, documentato e, se letto con attenzione, piuttosto inquietante. Non per i numeri in sé, ma per quello che c’è sotto. Per la fragilità strutturale che quei numeri rivelano, e per la dipendenza di tutta la previsione da una variabile che nessun economista italiano può controllare: la durata di una guerra.

Lo 0,5% non è un numero rassicurante. È un numero che regge se tutto va per il verso giusto. E in questo momento, quasi niente va per il verso giusto.

I tre scenari che nessuno vuole nominare

Confindustria presenta ufficialmente tre scenari per l’economia italiana nel 2026. Il primo, quello di base, prevede una crescita dello 0,5%, già rivista al ribasso di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di ottobre 2025. È lo scenario che si realizza se il conflitto in Medio Oriente, scoppiato a fine febbraio 2026 con il coinvolgimento dell’Iran e di diversi paesi del Golfo, si conclude entro marzo.

Il secondo scenario, quello intermedio, prevede che la guerra si protragga fino a giugno. In quel caso, la crescita italiana si azzera. PIL a zero. Non recessione, tecnicamente, ma stagnazione: un’economia ferma, che non arretra ma non avanza, con tutto ciò che questo comporta in termini di occupazione, salari, investimenti e fiducia.

Il terzo scenario, quello che Confindustria chiama “più avverso”, è quello in cui il conflitto si estende fino a fine anno. In questo caso, l’Italia entra in recessione. PIL a -0,7% nel 2026, con un peggioramento che tocca tutte le componenti della domanda: i consumi rallentano, gli investimenti si contraggono, l’export arretra in modo significativo e il mercato del lavoro sente il peso di tutto questo con un ritardo di qualche mese, ma lo sente.

Va detto con chiarezza: lo stesso Centro Studi avverte che lo scenario di base è esposto a rischi al ribasso con una probabilità non trascurabile, e che anche le ipotesi di partenza sono da considerare ottimistiche. In altre parole, il migliore dei tre scenari è già quello che ci si augura, non quello che ci si aspetta con certezza.

Lo Stretto di Hormuz e la bolletta di casa

Per capire come una guerra in Medio Oriente si trasformi in un problema economico italiano, bisogna fare un passaggio che i titoli dei giornali spesso saltano. Il conflitto ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, il corridoio di mare attraverso cui transita circa un quinto di tutto il gas naturale liquefatto che viene scambiato nel mondo. Quando quel corridoio si chiude, o anche solo si restringe, le forniture si riducono e i prezzi salgono.

L’Italia è uno dei paesi europei più esposti agli shock energetici. Dipende dall’importazione di gas per una quota rilevante del suo fabbisogno, e quella dipendenza si trasmette direttamente ai costi delle imprese manifatturiere e alle bollette delle famiglie. Confindustria stima che, nello scenario in cui il conflitto si protragga con prezzi del gas superiori ai 60 euro per megawattora e del petrolio oltre i 110 dollari al barile, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a pagare circa 7 miliardi di euro in più all’anno in bolletta rispetto al 2025.

Sette miliardi di euro in più in bolletta per le imprese italiane. Non è un numero astratto. È il costo che prima o poi si trasferisce sui prezzi, sui margini, sull’occupazione.

Questo si traduce in inflazione. Nello scenario di base, l’inflazione italiana nel 2026 è prevista al 2,5%, con un picco vicino al 3% nei mesi centrali dell’anno. Un aumento significativo rispetto all’1,5% del 2025, e abbastanza da erodere il potere d’acquisto di chi già faticava a tenere il passo con i prezzi. Le retribuzioni reali, cioè gli stipendi al netto dell’inflazione, sono previste crescere appena dello 0,1% nel 2026. Uno virgola zero. Praticamente ferme.

Il lavoro che non tiene il passo

C’è un dato che merita attenzione particolare, perché riguarda la vita quotidiana di milioni di persone più di qualsiasi percentuale di crescita. Il tasso di disoccupazione italiano, che a gennaio 2026 aveva toccato il minimo storico del 5,1%, è previsto risalire al 5,8% nel corso dell’anno.

Non è una catastrofe, per essere chiari. Il 5,8% resta un dato storicamente basso per l’Italia, che negli anni della crisi ha visto la disoccupazione superare il 12%. Ma è un’inversione di tendenza, e le inversioni di tendenza, nel mercato del lavoro, non si fermano da sole. La direzione conta quanto il numero.

A peggiorare il quadro, la qualità di quel lavoro che c’è. La crescita dell’occupazione degli ultimi anni si è concentrata in settori a bassa produttività, con contratti spesso precari e retribuzioni contenute. L’industria manifatturiera, cuore dell’export italiano, è in difficoltà da tempo e il 2026 non promette una svolta. I servizi reggono meglio, ma non abbastanza da compensare.

I dazi americani: un problema nell’ombra

La guerra in Iran non è l’unico vento contrario. Nell’ombra del conflitto mediorientale, quasi dimenticata, continua ad agire una seconda pressione: la politica commerciale della seconda amministrazione Trump. I dazi americani sulle importazioni europee rappresentano un rischio concreto per un paese come l’Italia, il cui export verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 70 miliardi di euro nel 2025.

Nel 2025 quelle esportazioni erano cresciute del 7,2%, trainate soprattutto dal settore farmaceutico e da commesse straordinarie. Ma al netto di questi fattori eccezionali, la tendenza era già più debole. E uno scenario di dazi al 25% su tutte le importazioni americane dall’Europa, come alcune simulazioni ipotizzano, avrebbe un impatto cumulato negativo sul PIL italiano nell’ordine di mezzo punto percentuale. In un anno in cui si cresce dello 0,5%, mezzo punto è tutto.

L’Italia è esposta su due fronti contemporaneamente: l’energia che sale per colpa di una guerra e l’export che rischia di scendere per colpa dei dazi. Non è il momento migliore per fare i conti senza l’oste.

L’ancora del PNRR: regge, ma fino a quando?

C’è una buona notizia, ed è giusto dirla. Tra il 2025 e il 2026 l’implementazione del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato dai fondi europei, dovrebbe contribuire positivamente alla crescita italiana per circa 65 miliardi di euro di risorse effettivamente spese. Secondo le simulazioni di Confindustria, senza il PNRR la crescita italiana nel 2026 sarebbe vicina a zero anche nello scenario base. Il Piano, insomma, non è solo burocrazia europea: è ciò che tiene l’economia a galla in un momento in cui le forze di mercato da sole non basterebbero.

Il problema è che il PNRR finisce. Le risorse sono quelle che sono, i tempi di spesa hanno una scadenza, e dopo il 2026 quel contributo si esaurisce progressivamente. Se nel frattempo l’economia italiana non ha trovato una spinta autonoma, cioè se la produttività non è cresciuta, se l’industria non si è rinnovata, se le riforme strutturali non hanno prodotto effetti reali, il vuoto che lascia il PNRR potrebbe diventare molto visibile.

Confindustria indica nella spesa per la difesa una possibile leva di sviluppo industriale: l’aumento previsto dagli accordi NATO, dall’attuale 1,5% del PIL fino al 3,5% entro il 2035, potrebbe generare un impatto cumulato positivo fino al 3% del PIL, a patto che le risorse vengano investite in produzione nazionale e non in importazioni di sistemi stranieri. È un’opportunità reale, ma anche una scelta politica che non è ancora stata fatta davvero.

Cosa significa tutto questo per chi non legge i rapporti di Confindustria

Proviamo a tradurre. Se lo scenario più ottimistico si realizza, il 2026 sarà un anno di crescita lenta, con i prezzi che salgono più degli stipendi, con qualche posto di lavoro in meno rispetto a inizio anno e con la sensazione, già familiare a molti italiani, che la ripresa annunciata non arrivi mai del tutto.

Se lo scenario intermedio si realizza, quella sensazione si trasforma in certezza. Un’economia che non cresce non distribuisce ricchezza, non genera fiducia, non investe nel futuro. Le famiglie stringono la cinghia, le imprese rinviano le assunzioni, lo Stato incassa meno tasse e taglia dove può.

Se lo scenario peggiore si realizza, si parla di recessione. Non la parola che nessuno vuole sentire, ma quella che descrive con precisione cosa succede quando il PIL scende: meno reddito, più disoccupazione, più difficoltà per chi era già in difficoltà. Il costo della recessione, come sempre, non è distribuito in modo uniforme. Lo pagano di più chi ha meno margini.

Lo 0,5% di crescita è il confine sottile tra “ce la stiamo facendo” e “qualcosa non va”. E quel confine, in questo momento, è esposto a venti che nessun governo italiano controlla.

Una fragilità che viene da lontano

Sarebbe comodo, e anche un po’ consolante, pensare che i problemi dell’economia italiana nel 2026 siano tutti colpa della guerra in Iran o dei dazi di Trump. In realtà, quei fattori esterni amplificano una fragilità che viene da molto più lontano.

L’Italia cresce meno della media europea da vent’anni. La produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma per un ventennio. Il debito pubblico sfiora il 139% del PIL, uno dei più alti del mondo, e lascia poco spazio di manovra per politiche espansive nei momenti di crisi. Il sistema industriale è fatto in larga parte di piccole e medie imprese, eccellenti per qualità e creatività, ma vulnerabili agli shock di costo e difficilmente scalabili.

Tutto questo non significa che l’Italia sia destinata al declino. Significa che la crescita dello 0,5% non è solo il risultato di fattori esterni sfavorevoli. È anche il risultato di scelte strutturali non fatte, riforme rinviate, investimenti mancati. E che risolvere il problema richiede qualcosa di più di aspettare che la guerra finisca.

Il dato macroeconomico, alla fine, è solo una fotografia. La domanda vera è chi decide cosa fare, adesso, per cambiare il soggetto che quella fotografia ritrae. Ed è una domanda che riguarda tutti, non solo gli economisti.

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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