In provincia di Trapani, tra Marsala e Mazara del Vallo, il comune più giovane della Sicilia è anche quello con la più alta produzione di uva per abitante in tutta Italia. Nasce ufficialmente nel 1980, ma la sua storia inizia due secoli prima con un inglese arrivato per comprare soda e rimasto per fare il vino. Si chiama John Woodhouse, e il suo baglio è ancora lì, con le botti e il cortile che profumano ancora di mosto.
Il nome Petrosino ha due spiegazioni e nessuna certezza. La più romantica lo fa derivare dal latino sinus Petri, il golfo di Pietro, in ricordo di un approdo di San Pietro sulla baia di Biscione durante il suo viaggio verso Roma. La più probabile lo collega al greco petroselinon, il prezzemolo, diventato pitrusinu in dialetto siciliano, una pianta aromatica che cresceva spontanea in queste campagne piane tra il mare e il primo entroterra. Il Piṭṛusinu del dialetto e il Petrosino del documento ufficiale dicono la stessa cosa: questo era un posto dove cresceva il prezzemolo. Non un’origine particolarmente eroica, ma onesta.
Fino al Seicento il territorio era quasi interamente incolto e inabitato, con qualche torre di avvistamento militare lungo la costa e poco altro. I primi insediamenti stabili arrivano nella seconda metà del Seicento: piccoli nuclei di contadini dell’entroterra marsalese, i chiànura, e gruppi di pescatori che si stabilirono sul borgo costiero di Biscione. La svolta arriva nel 1773, quando un mercante inglese di nome John Woodhouse attracca in una baia del trapanese cercando soda da acquistare, una materia prima per l’industria tessile britannica. Il mare era in tempesta, Woodhouse fu costretto a fermarsi più a lungo del previsto, e durante quella sosta forzata assaggiò il vino locale. Quello che assaggiò lo convinse a cambiare completamente il suo progetto.
John Woodhouse, il Marsala e il baglio che è diventato un simbolo
John Woodhouse capì in quella sosta forzata del 1773 quello che i marsalesi sapevano da secoli: che il vino prodotto in questa striscia di Sicilia occidentale era qualcosa di eccezionale. La terra pianeggiante, il sole quasi permanente, la vicinanza al mare che regolava le temperature, le uve Grillo e Catarratto coltivate da generazioni: tutto concorreva a produrre un vino robusto, alcolico, con una struttura che reggeva benissimo il trasporto in mare. Woodhouse cominciò a esportarlo in Inghilterra, aggiungendo acquavite di vino per stabilizzarlo durante la traversata, e quel vino rinforzato conquistò rapidamente il mercato britannico con il nome di Marsala.
Nel 1813 Woodhouse costruì nel territorio di quello che sarebbe diventato Petrosino il suo baglio, una masseria-fortezza con magazzini, cantine e il cortile padronale. Il portale in pietra di tufo di quel baglio, con l’arco che si apre tra i due pilastri decorati, è diventato nel tempo lo stemma ufficiale del Comune di Petrosino: un inglese che arrivò per caso ha lasciato il suo nome a un’intera via del paese, il Viale Baglio Woodhouse, e la sua firma architettonica nello stemma civico. Il baglio esiste ancora, con il suo cortile e il pozzo e il lavatoio in pietra di tufo, in condizioni di conservazione non ottimali ma ancora visitabile, con l’aria di chi ha visto passare due secoli di storia vinicola e non ha nessuna fretta di scomparire.
L’intuizione di Woodhouse fu seguita quasi subito da altri imprenditori britannici. Benjamin Ingham, in particolare, costruì a Marsala un impero commerciale del vino che divenne uno dei più grandi del Mediterraneo ottocentesco. E il Marsala divenne la bevanda preferita della Marina Reale Britannica: l’ammiraglio Horatio Nelson, durante la sua permanenza nel Mediterraneo nella campagna napoleonica, si rifornì di Marsala per tutta la flotta. Il vino dell’entroterra trapanese stava conquistando il mondo.
Il comune più vitivinicolo d’Italia: i numeri e il paesaggio
Petrosino è il comune più vitivinicolo d’Italia per produzione di uva per abitante: su soli quarantacinque chilometri quadrati di territorio, con meno di ottomila abitanti, produce una quantità di uva che pochissimi comuni italiani molto più grandi riescono a eguagliare. I vigneti si estendono ovunque, dalla periferia del paese fino alla riva del mare, con quelle distese di filari di Grillo e Catarratto che nelle fotografie aeree sembrano un tappeto verde-dorato steso tra il mare e il cielo. Le vendemmie di settembre trasformano il paese in un laboratorio all’aperto: carri carichi d’uva, profumo di mosto, le uve che spariscono nelle cantine per diventare la materia prima del Marsala DOC.
La Torre Sibiliana del XV secolo e la Torre Montenero del XVII sono le sentinelle storiche della costa, costruite per difendere i vigneti e i villaggi dalle incursioni dei pirati barbareschi che per secoli fecero della costa trapanese il loro terreno di caccia preferito. Nell’entroterra, le Case-Torri delle contrade Chiano Torreggiano e Fiocca svolgevano invece una doppia funzione: difensiva nelle emergenze, abitativa nei periodi di pace. Sono strutture rurali tipiche della Sicilia occidentale, con le mura alte e spesse che ricordano una fortezza più che una casa di campagna.
La costa di Petrosino è uno dei motivi per cui il paese ha sviluppato dal dopoguerra in poi un turismo balneare significativo. Il Lido Biscione, con oltre cinquecento metri di spiaggia sabbiosa, è il cuore dell’estate petrosilena. A nord, la spiaggia di Torre Sibiliana con i Margi Milo, una zona umida retrodunale che ospita specie di uccelli migratori. Verso sud, Capo Feto e le sue spiagge selvagge, quasi isolate, tra le più belle della costa trapanese. I fondali sono molto apprezzati dai subacquei per la trasparenza dell’acqua e per la biodiversità marina.
I bagli, la sagra dell’uva e la cucina trapanese
Il paesaggio agricolo di Petrosino non è fatto solo di vigneti. Girando tra le campagne si incontrano i bagli, le masserie-fortezza tipiche della zona tra Marsala e Mazara del Vallo: costruzioni rurali con il cortile centrale, la casa padronale, le stalle, i magazzini, le cantine. Strutture pensate per essere autosufficienti e difendibili, che raccontano secoli di agricoltura siciliana fatta in condizioni di insicurezza permanente. Molti sono stati restaurati e convertiti in agriturismo o in cantine aperte alle visite.
La Sagra dell’Uva e del Vino di settembre-ottobre è l’evento gastronomico dell’anno: degustazioni dei vini locali, mostre di prodotti tipici, sfilata di carretti siciliani, gruppi folkloristici. La Sagra della Busiata ad agosto celebra invece il formato di pasta più tipico del trapanese, con il suo condimento al pesto di mandorle o al ragù di tonno. A Carnevale i carri allegorici realizzati dalle maestranze locali sfilano tra musica e maschere. Il Museo della Civiltà Contadina, ospitato nella scuola media dell’Istituto Comprensivo Nosengo, raccoglie attrezzi, indumenti e oggetti che ricostruiscono l’identità del paese e le fasi della vendemmia dall’uva al vino. A tavola il pesce fresco è il protagonista: tonno, pesce spada, polpo, ricci di mare con gli spaghetti, il tutto condito con quell’olio extravergine trapanese che si produce nei frantoi locali.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: da Palermo, A29 Palermo-Mazara del Vallo, poi SS 115 direzione Marsala, indicazioni per Petrosino. Da Trapani: SS 115 verso sud, circa 25 km.
Il Baglio Woodhouse si trova sul Viale Baglio Woodhouse: visitabile esternamente e parzialmente all’interno.
Torre Sibiliana e la spiaggia omonima: circa 5 km dal centro.
Capo Feto e le spiagge selvagge: verso sud, accessibili via terra o in barca.
La Sagra dell’Uva e del Vino si svolge tra settembre e ottobre.
Periodo migliore: estate per il mare; settembre per la vendemmia e la sagra del vino.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
