Trentamila abitanti, una torre di pietra lavica che sovrasta tutto dal 1072, Federico II di Svevia che ci ha dormito, tre musei, le Salinelle che ribollono ai margini dell’abitato. Paternò è una delle città più antiche dell’area etnea, e ha molto più da offrire di quanto ci si aspetti.
Se arrivi a Paternò dal lato della pianura catanese, la prima cosa che vedi è il castello. Si erge sulla collina storica come una sentinella nera, costruito con quella pietra lavica scura che è la firma architettonica di tutto il territorio etneo, con inserti di calcare bianco che disegnano le bifore gotiche e creano quella bicromia severa e bellissima che non ti aspetti. È lì dal 1072, quando il Gran Conte Ruggero d’Altavilla lo fece costruire in pochi mesi su un probabile fortilizio arabo preesistente, per proteggere la Valle del Simeto e preparare la conquista di Catania.
Paternò, in provincia di Catania, è una città di circa trentamila abitanti a una ventina di chilometri dal capoluogo, nel cuore dell’area etnea occidentale. Non è una meta turistica di massa, non è sulla lista di chi viene in Sicilia per il barocco di Siracusa o la mondanità di Taormina. È una città vera, con la sua vita, i suoi mercati, le sue contraddizioni, e con una concentrazione di storia e monumenti che meriterebbe molto più traffico di quello che riceve.
Il castello e la Collina Storica
Il Castello Normanno di Paternò è un dongione, cioè una torre-fortezza di tipo militare che però serviva anche da residenza nobiliare, costruito su pianta rettangolare di 24 per 18 metri, alto 34 metri, con mura spesse quasi tre metri. Quattro livelli: al piano terra la cappella di San Giovanni con affreschi medievali e la prigione, al primo piano il salone delle armi con quattro bifore e sedili di pietra bianca, al secondo la sala di rappresentanza con le due grandi bifore che aprono su due panorami opposti, l’Etna da un lato e la Valle del Simeto dall’altro. In cima, il terrazzo.
Quel castello ha visto passare una buona parte della storia medievale di Sicilia. Federico II di Svevia ci soggiornò, e sapere che l’imperatore più colto e cosmopolita del suo tempo si è affacciato su quelle stesse bifore ha il suo peso. La regina Eleonora d’Angiò e la regina Bianca di Navarra furono qui. Bianca di Navarra, in particolare, emanò da Paternò le sue consuetudini, cioè le norme giuridiche che regolavano la vita del suo regno. Dal 1456 il castello appartenne ai Moncada, potentissima famiglia vicereale di origine catalana, che nel Settecento lo adibì anche a carcere, avviando un lungo declino poi interrotto dai restauri moderni.
Intorno al castello, sulla collina storica, si concentra il cuore antico di Paternò. La Chiesa di Santa Maria dell’Alto, una delle più antiche della città, risale all’XI secolo e si raggiunge salendo la Scalinata della Matrice, uno di quei colpi d’occhio prospettici che la Sicilia riesce sempre a regalarti quando meno te lo aspetti: una scalinata barocca che sale dritta verso la facciata della chiesa, con la torre normanna sullo sfondo. Il Cimitero Monumentale, poco distante, ha architetture ottocentesche di sorprendente qualità, il tipo di cimitero che in Sicilia è spesso un museo a cielo aperto.

Le Salinelle: i vulcanetti di fango
Paternò ha però anche qualcosa di assolutamente unico, qualcosa che non ti aspetti in una città di pianura ai piedi di un vulcano: le Salinelle. Sono vulcanetti di fango, emissioni di gas naturale che ribollono in piccoli crateri di argilla ai margini della città, formando pennacchi bianchi di vapore e piccoli coni di terra grigia. Sono geologicamente collegati all’attività vulcanica dell’Etna, un effetto secondario della pressione sotterranea che in questo punto trova sfogo attraverso sedimenti argillosi ricchi di acqua salata.
Non è uno spettacolo drammatico, non è l’Etna in eruzione: è una cosa delicata, quasi domestica, quei piccoli crateri che fumano piano nella campagna. Ma è uno di quei fenomeni che solo certi territori del mondo offrono, e che a Paternò quasi si dà per scontato perché è lì da sempre.
Tre musei e la vita culturale
Paternò è una delle poche città di quelle dimensioni in Sicilia ad avere tre musei funzionanti. Il Palazzo delle Arti ospita mostre temporanee e attività culturali nel centro storico. La Galleria d’Arte Moderna raccoglie opere di artisti siciliani contemporanei. Il Museo Civico Gaetano Savasta documenta la storia locale con reperti archeologici e documenti storici. Tre strutture diverse, tre accessi diversi alla storia e alla cultura di un territorio che è insieme etneo, siculo, greco, romano, arabo, normanno e spagnolo, come tutta la Sicilia, ma con una concentrazione e una varietà difficili da trovare altrove.
A tavola: arancini agli agrumi, pasta e fagioli, cannoli
La cucina di Paternò è quella contadina dell’entroterra etneo, con qualche specialità che la distingue. Gli agrumi sono il prodotto simbolo del territorio: le arance e i mandarini di Paternò sono famosi in tutta la provincia di Catania, e non sorprende che nelle rosticcerie locali si trovino gli arancini bianchi, una variante in cui il riso è aromatizzato agli agrumi, con un profumo inaspettato che cambia completamente l’esperienza. Per un primo piatto di territorio, la pasta e fagioli con i fagioli tipici paternesi è il piatto dell’inverno, quello che si faceva nelle case contadine e che certi ristoranti di paese continuano a fare bene. Tra i dolci, i turdilli e le scalille sono i dolci fritti della tradizione, quelli delle feste e del Carnevale, impastati con vino e lievitati a lungo. E poi i cannoli, naturalmente, da riempire sul momento con ricotta vaccina fresca.
Per il vino, l’area è quella dell’Etna DOC, una denominazione che negli ultimi vent’anni ha guadagnato rispetto internazionale crescente grazie a produttori che lavorano sulle vecchie vigne allenate ad alberello a quote elevate. I bianchi da Carricante e i rossi da Nerello Mascalese sono quello che si beve in questa parte di Sicilia: vini con una mineralità vulcanica inconfondibile.
COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: da Catania, circa 20 km verso ovest sulla SS 121 (via Etnea). In auto è la soluzione più comoda. Con i mezzi pubblici ci sono autobus dall’autostazione di Catania.
Il castello è visitabile gratuitamente; il custode è spesso disponibile per racconti e curiosità. Verificare gli orari di apertura presso la Pro Loco prima di andare.
Le Salinelle si trovano in zona periferica: cercare ‘Salinelle di Paternò’ su Google Maps per il punto preciso.
Periodo consigliato: tutto l’anno. Da evitare i mesi più caldi (luglio-agosto) se non si è abituati al caldo secco dell’entroterra etneo.
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
