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Partinico: la città di Danilo Dolci, dove la nonviolenza era rivoluzione

Nel Palermitano, a pochi chilometri dal mare, c'è una città che porta nel nome e nella memoria un'esperienza unica nella storia italiana del dopoguerra.

Nel Palermitano, a pochi chilometri dal mare, c’è una città che porta nel nome e nella memoria un’esperienza unica nella storia italiana del dopoguerra. Partinico è il luogo dove un uomo del Nord, nel 1952, scelse di vivere tra i più poveri della Sicilia occidentale e di cambiare le cose senza sparare un colpo.

Partinico è una città di poco meno di trentamila abitanti nella città metropolitana di Palermo, adagiata tra le colline che digradano verso il golfo di Castellammare. Non è una città che si trova sulle guide turistiche tradizionali, non ha un centro storico barocco da fotografare, non produce un vino famoso o un dolce che porta il suo nome in giro per il mondo. Ma Partinico ha qualcosa di molto più raro e difficile da costruire: una storia morale, la storia di Danilo Dolci.

E quella storia è ancora qui, nei vicoli, nei nomi delle strade, nel centro educativo di Mirto in periferia, in quell’edificio di Largo Scalia numero 5 dove tutto cominciò e che oggi non ha nemmeno una targa a ricordarlo. La memoria, in certi posti, è strana: a volte ti aspetti un monumento e trovi solo un silenzio che pesa più del marmo.

Chi era Danilo Dolci

Danilo Dolci era nato a Sesana, al confine tra l’Italia e la Slovenia, nel 1924. Aveva studiato architettura a Milano senza finire, aveva vissuto nella comunità di Nomadelfia dove la fraternità era legge, aveva conosciuto la guerra e la povertà. Nel gennaio del 1952, a ventotto anni, arrivò in Sicilia. Non per turismo, non per lavoro: arrivò per stare.

Si fermò a Trappeto, poi a Partinico, nei luoghi più poveri della Sicilia occidentale. Trovò case senza acqua, bambini che morivano di denutrizione, disoccupazione endemica, dominio mafioso sulla terra e sulle risorse idriche, analfabetismo di massa, una miseria che lo Stato italiano sembrava non vedere o non voler vedere. Trovò tutto quello che la Sicilia dei villeggianti estivi non mostrava mai.

E decise di restare. E decise di cambiare le cose. Ma non con le armi, non con la violenza politica che in quegli stessi anni stava prendendo forme diverse in tante parti del mondo. Dolci usò la nonviolenza, quella di Gandhi che aveva studiato e fatto sua, quella della disobbedienza civile che trasforma il corpo di chi protesta in uno strumento di pressione.

Palermo è stata anche la Capitale italiana della Cultura 2018 ma Palermo è soprattutto patrimonio UNESCO: il percorso arabo-normanno è stato iscritto nella World Heritage List nel 2015.

Il digiuno, lo sciopero alla rovescia, la radio libera

Le azioni di Dolci a Partinico e dintorni sono diventate parte della storia civile italiana. Il 14 ottobre 1952, a Trappeto, si stese sul letto di Benedetto Barretta, un bambino appena morto di fame, e cominciò a digiunare. Digiunò finché le autorità non si impegnarono a fare qualcosa per quella comunità. La stampa italiana e internazionale cominciò a occuparsi di lui. Qualcuno lo chiamò il Gandhi italiano. L’appellativo restò.

Nel 1956, a Partinico, organizzò lo sciopero alla rovescia: centinaia di disoccupati scesero in strada non per fermare il lavoro ma per iniziarlo, riattivando con le proprie mani una strada comunale abbandonata dall’incuria delle amministrazioni. Era un atto di disobbedienza civile creativa, l’opposto della violenza: dimostrare che si voleva lavorare e che il lavoro c’era, se qualcuno avesse avuto la volontà di organizzarlo. La polizia li arrestò. Il processo che seguì infiammò il paese, aprì dibattiti in Parlamento, rese Dolci ancora più famoso.

Il 25 marzo 1970, Dolci fece qualcosa che non si era mai fatto in Italia: aprì la prima radio libera, Radio Partinico Libera, per denunciare al mondo che a due anni dal terremoto del Belice non era stato ricostruito ancora niente, che la gente viveva ancora nelle baracche, che si marcisce di chiacchiere e di ingiustizie. Ventisette ore di trasmissione, poi il blitz delle forze dell’ordine, i trasmettitori sequestrati, i responsabili arrestati. Ma quella radio, anche spenta, aveva già cambiato qualcosa nell’etere italiano.

La diga, l’acqua e la lotta al latifondo

Tra tutte le battaglie di Dolci a Partinico, quella per l’acqua è forse la più concreta e la più duratura nelle sue conseguenze. La Sicilia occidentale era arida, e l’aridità non era solo un problema climatico: era anche un problema politico, perché il controllo delle poche risorse idriche disponibili era uno degli strumenti con cui la mafia e i potentati locali mantenevano il dominio sulle campagne. Chi aveva l’acqua aveva il potere.

Dolci condusse una lunga battaglia per la costruzione della diga sul fiume Jato, che avrebbe portato l’irrigazione in una zona che ne era completamente priva. La battaglia fu lunga, ostacolata, piena di difficoltà politiche e burocratiche. Ma alla fine la diga fu costruita. L’irrigazione arrivò. Cooperative agricole nacquero dove prima c’era solo latifondo. Non era la rivoluzione, ma era un cambiamento reale, misurabile, nella vita di migliaia di persone.

Il Centro educativo di Mirto e la maieutica

A partire dagli anni Settanta, Dolci spostò sempre più il suo impegno verso l’educazione. Fondò il Centro educativo di Mirto, in periferia di Partinico, una scuola sperimentale che usava il metodo maieutico, quello socratico del far emergere la conoscenza dall’interno attraverso il dialogo, applicato all’educazione popolare. Centinaia di bambini lo frequentarono. Era una scuola fatta a misura di bambino, dove l’ambiente esterno, il gioco, il corpo, avevano lo stesso valore della lezione frontale.

Oggi il Centro educativo di Mirto ha il riconoscimento di scuola sperimentale. Dolci è morto a Trappeto il 30 dicembre 1997, tra quella terra di banditi e di industriosi, come lui stesso la chiamava, che aveva scelto quarantacinque anni prima e non aveva mai abbandonato. Aveva settantatré anni.

Partinico oggi: una città che porta la sua storia

Partinico non è diventata un museo di se stessa. È rimasta una città normale, con i suoi problemi, le sue contraddizioni, il suo traffico e i suoi bar e le sue piazze dove la gente si siede la sera. La storia di Dolci è lì, ma non urlata: bisogna cercarla, bisogna chiedere, bisogna sapere cosa si sta cercando.

A Largo Scalia, al numero 5, non c’è nessuna targa. In campagna, il Centro educativo di Mirto esiste ancora. Il Borgo di Dio, dove Dolci aveva la sua sede, è in fase di recupero dopo anni di abbandono. La figlia Daniela porta avanti la memoria del padre attraverso il Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci.

Venire a Partinico senza sapere chi era Danilo Dolci è come visitare una città senza capirne la lingua. Si vedono le case, si cammina per le strade, ma non si capisce niente di quello che si ha davanti. Con quella storia in testa, invece, ogni angolo racconta qualcosa. Quella miseria che Dolci ha documentato, quella povertà che sembrava eterna, quella Sicilia che lo Stato non voleva vedere: è passata, è cambiata, ma i segni restano. E vale la pena fermarsi a leggerli.

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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