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Paolo Borsellino. Trentaquattro anni dopo via D’Amelio, cosa resta

Paolo Borsellino: storia e strage di via D'Amelio, 34 anni dopo

La storia di un uomo di Palermo che scelse di restare, l’amicizia con Giovanni Falcone, il pool antimafia e i cinquantasette giorni che separarono due stragi.

L’infanzia alla Kalsa e l’amicizia con Falcone

Paolo Emanuele Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940, nel cuore popolare della Kalsa, uno dei quartieri più antichi e stratificati della città vecchia. È lì, tra vicoli stretti e cortili condivisi, che conosce un bambino di poco più grande di lui, di appena otto mesi: si chiama Giovanni Falcone. Nessuno dei due, da ragazzino, poteva immaginare che quell’amicizia di quartiere sarebbe diventata uno dei sodalizi più importanti nella storia della giustizia italiana, né che sarebbe finita, a distanza di appena cinquantasette giorni, sotto due autobombe.

Figlio di Diego Borsellino, farmacista, e di Maria Pia Lepanto, Paolo cresce in una famiglia di ceto medio, in un quartiere che allora, come oggi, porta su di sé i segni contraddittori di Palermo: la bellezza barocca e il degrado, la vita di strada e il peso di un potere criminale che si respira senza sempre vederlo.

Dalla laurea al pool antimafia

Borsellino si laurea in Giurisprudenza il 27 giugno 1962, a ventidue anni, con il massimo dei voti e lode, discutendo una tesi sul fine dell’azione delittuosa. Entra in magistratura giovanissimo e inizia un percorso che lo porterà, negli anni Ottanta, a lavorare fianco a fianco con Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e lo stesso Falcone.

È Chinnici, consigliere istruttore a Palermo, a intuire per primo che la lotta a Cosa Nostra non può essere affidata a inchieste isolate e scollegate: bisogna far dialogare i magistrati, condividere le indagini, costruire un metodo. Dopo l’uccisione di Chinnici nel 1983, è Caponnetto a raccogliere quell’intuizione e a fondarla in una struttura stabile: nasce così il pool antimafia, di cui fanno parte, oltre a Caponnetto e Falcone, Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. È il metodo che porterà al maxiprocesso di Palermo e alla condanna di centinaia di uomini di Cosa Nostra.

Marsala e i “professionisti dell’Antimafia”

Nel dicembre 1986 Borsellino chiede e ottiene la nomina a procuratore della Repubblica di Marsala. Non è un passo indietro: nella sua visione, è un modo per continuare il lavoro antimafia da una sede decentrata, portando lo stesso metodo investigativo fuori da Palermo. Quella scelta, però, innesca una delle polemiche più dure della sua carriera: lo scrittore Leonardo Sciascia, su un giornale nazionale, mette in guardia contro il rischio dei “professionisti dell’Antimafia”, magistrati che avrebbero costruito carriere sulla bandiera della lotta alla mafia. Borsellino ne viene toccato duramente, anche se con Sciascia arriverà, circa un anno dopo, a una riconciliazione.

Sono anni in cui essere un magistrato antimafia in Sicilia significa già, di per sé, essere un bersaglio: politico, mediatico, e infine fisico.

Dopo Capaci: i 57 giorni

Nel 1992, con Falcone ormai trasferito a Roma al ministero della Giustizia, Borsellino chiede il rientro alla Procura di Palermo. A marzo diventa procuratore aggiunto, con il compito di coordinare le attività della procura distrettuale, e nomina come sostituto Antonio Ingroia.

Il 23 maggio 1992 Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, con l’esplosivo fatto brillare sull’autostrada, all’altezza di Capaci. Per Borsellino non è solo la perdita del collega con cui condivide vent’anni di lavoro e di rischio: è la perdita dell’amico d’infanzia della Kalsa. Nei giorni successivi si getta con urgenza quasi febbrile sulle indagini legate alla presunta trattativa tra Stato e mafia, sul fallimento della nomina di Falcone al Consiglio Superiore della Magistratura, su Totò Riina e i vertici della Cupola. Interroga, raccoglie prove, chiede la costituzione di un super-pool investigativo. Sa, e lo dice a chi gli è vicino, di essere il prossimo bersaglio. Non sa quando.

La risposta arriva appena cinquantasette giorni dopo Capaci.

Il 19 luglio 1992: la strage di via D’Amelio

È domenica. Paolo Borsellino trascorre la giornata in famiglia e nel pomeriggio si reca a trovare la madre, Maria Pia Lepanto, e la sorella Rita, che abitano in via Mariano D’Amelio, al civico 21. Sono le 16:58 quando una Fiat 126 rubata, parcheggiata poco distante e imbottita di circa 90 chilogrammi di tritolo (secondo le ricostruzioni, esplosivo al plastico tipo Semtex-H), viene fatta brillare a distanza mentre il giudice sta ancora scendendo dall’auto, davanti al citofono di casa.

Le vittime della strage

  • Paolo Borsellino
    52 anni, procuratore aggiunto di Palermo
  • Agostino Catalano
    43 anni, capo scorta
  • Emanuela Loi
    25 anni, prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio
  • Vincenzo Li Muli
    22 anni, agente di scorta
  • Walter Eddie Cosina
    31 anni, agente di scorta
  • Claudio Traina
    27 anni, agente di scorta

L’unico sopravvissuto è l’agente Antonino Vullo, che nel momento dell’esplosione sta parcheggiando una delle auto della scorta poco più avanti lungo la strada.

23 maggio 1992 Strage di Capaci: muoiono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti di scorta.

19 luglio 1992, ore 16:58 L’autobomba esplode in via D’Amelio, sotto casa della madre di Borsellino.

24 luglio 1992 I funerali si svolgono in forma privata nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac: la famiglia rifiuta il rito di Stato, accusando le istituzioni di non aver saputo proteggere il magistrato. Partecipano comunque migliaia di persone.

L’agenda rossa e i misteri ancora aperti

Tra gli oggetti che Borsellino portava sempre con sé c’era un’agenda dalla copertina rossa, su cui annotava appunti riservati relativi alle indagini in corso, compresi probabilmente elementi legati agli ultimi, drammatici giorni dopo Capaci. Nella confusione immediatamente successiva all’esplosione, la borsa del giudice viene recuperata, ma l’agenda rossa non c’è più. Non è mai stata ritrovata.

La sua sparizione resta uno dei nodi irrisolti dell’intera vicenda, ed è stata al centro di inchieste, processi e depistaggi che per anni hanno attraversato la ricostruzione giudiziaria della strage, tra piste investigative sbagliate, falsi pentiti e responsabilità accertate solo con grande ritardo. Ancora oggi, a distanza di più di trent’anni, la verità processuale completa su mandanti ed esecutori di via D’Amelio resta, per larga parte, un capitolo aperto.

La memoria, oggi

Ogni 19 luglio, Palermo si ferma in via D’Amelio. Sotto l’albero che oggi sorge nel punto dell’esplosione, cittadini, scolaresche, associazioni e istituzioni si ritrovano per la commemorazione. Non è un rito formale: è una delle poche occasioni in cui la città intera torna, fisicamente, nel luogo della propria ferita più profonda.

“Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe.”
È lo slogan che da più di trent’anni accompagna le manifestazioni in memoria di Falcone e Borsellino, e che ancora oggi si legge sugli striscioni del 19 luglio.

Camminare oggi per la Kalsa, per via D’Amelio, per i luoghi che hanno segnato la vita di Paolo Borsellino, significa attraversare una Palermo che non nasconde la propria storia più difficile, ma la mette a disposizione di chi la visita, come parte integrante della città reale: non solo mare, barocco e street food, ma anche memoria civile.

Domande frequenti

Quando è avvenuta la strage di via D’Amelio?

Domenica 19 luglio 1992, alle ore 16:58, a Palermo, in via Mariano D’Amelio, davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino.

Chi morì insieme a Paolo Borsellino?

I cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sopravvisse solo l’agente Antonino Vullo.

Cos’è l’agenda rossa di Borsellino?

L’agenda su cui il giudice annotava appunti riservati sulle indagini. Sparì dalla sua borsa subito dopo l’esplosione e non è mai stata ritrovata.Palermo, 19 luglio 2026, a trentaquattro anni da via D’Amelio.

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia Reale attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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