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Pachino, il pomodorino, l’Inverdurata e l’estremo sud della Sicilia

  • Sicilia
Pachino: il pomodorino IGP, l'Inverdurata e l'estremo sud della Sicilia

Fondata nel 1760 dagli Starrabba su un vulcano sottomarino di 80 milioni di anni, affacciata su due mari, famosa nel mondo per un pomodorino arrivato da Israele nel 1989 e celebrata ogni maggio con mosaici di verdure.

All’estremo meridione della Sicilia, dove l’isola si assottiglia fino a diventare un promontorio che punta verso Malta e l’Africa, c’è una città che ha costruito la sua fama su un pomodorino. Non qualsiasi pomodorino: il Pomodoro di Pachino IGP, rosso, tondo, dolce al punto da sembrare quasi fuori posto in un’insalata, diventato in trent’anni uno dei prodotti ortofrutticoli italiani più riconoscibili nel mondo, presente in ogni supermercato d’Europa e citato come simbolo del made in Italy anche da chi non sa dove si trovi Pachino sulla carta geografica. Un successo globale che nasconde una storia molto meno semplice di quanto la narrazione corrente voglia far credere, e che vale la pena raccontare con onestà.

Pachino sorge a 65 metri sul livello del mare, in provincia di Siracusa, su un territorio geologicamente straordinario: l’intera città è costruita su un antico vulcano sottomarino le cui eruzioni si spensero circa 80 milioni di anni fa. Questo subsoil vulcanico, insieme alla luce quasi africana che qui batte più ore che altrove, alla falda idrica salmastra che caratterizza il sottosuolo della zona e al clima che è il più caldo e il più soleggiato di tutta la Sicilia, ha creato le condizioni ideali per un’agricoltura di eccellenza che non ha equivalenti in nessun’altra latitudine italiana. Il territorio di Pachino è affacciato su due mari diversi: il Canale di Sicilia a sud e lo Ionio a est. Quando il cielo è limpido, da certe colline si vede Malta.

La fondazione: gli Starrabba, Malta e la licentia populandi del 1760

La storia della città moderna di Pachino è relativamente recente e molto precisa nella sua documentazione. Il territorio intorno al promontorio era abitato da millenni, con presenze sicule, fenicie, puniche e greche testimoniate dai numerosi siti archeologici della zona, ma il nucleo urbano attuale nasce da un atto deliberato di colonizzazione settecentesca. Nel 1734 i fratelli Gaetano e Vincenzo Starrabba di Piazza Armerina, nobili siciliani proprietari dei feudi Scibini e Bimmisca con il titolo baronale e di principi di Giardinelli, decisero di stabilirsi sul territorio per meglio gestire i propri interessi fondiari e acquisire il titolo comitale.

Per farlo avevano bisogno di fondare un centro abitato. Nella Sicilia borbonica questo richiedeva un’autorizzazione formale della Corona: la licentia populandi, la stessa che in tutta l’isola aveva prodotto decine di borghi ex novo tra Sei e Settecento. I fratelli Starrabba la ottennero il 21 luglio 1760 da Ferdinando I delle Due Sicilie, con decreto eseguito a Napoli. Il borgo cominciò a formarsi immediatamente secondo un impianto a scacchiera: strade rettilinee che si dipartono dalla piazza centrale e si intersecano con un reticolo di vie ortogonali, lo schema urbanistico tipico dei centri di nuova fondazione del Settecento siciliano, razionale e leggibile come una griglia.

Gli abitanti del nuovo borgo vennero in gran parte dall’isola di Malta e dai comuni vicini: Modica, Scicli, Rosolini, Ispica. Questa origine composita, con la componente maltese particolarmente significativa, ha lasciato tracce nel dialetto locale, in alcuni cognomi tipici del paese e nella tradizione marinara del territorio. I maltesi portarono con sé la cultura del mare, del tonno e delle reti, e fu anche grazie a quella tradizione che la borgata di Marzamemi, a quattro chilometri da Pachino, sviluppò una delle tonnare più importanti della Sicilia orientale.

La luce africana e la terra che fa i miracoli

Quello che rende Pachino un posto produttivamente straordinario non è la tecnologia agricola, per quanto avanzata, né la sola competenza degli agricoltori locali: è il territorio stesso. Il subsoil vulcanico di 80 milioni di anni crea condizioni pedologiche particolari, con una struttura minerale del terreno che non si riproduce altrove. La falda idrica della zona è salmastra, con una salinità naturale che stessa farebbe marcire le radici di quasi qualsiasi pianta, ma che alcune varietà ortofrutticole, il pomodoro ciliegino in testa, hanno imparato a trasformare in vantaggio: la leggera salinità dell’acqua di irrigazione aumenta la concentrazione di zuccheri e di licopene nel frutto, producendo quel sapore dolce e intenso che distingue il pomodorino di Pachino da qualsiasi imitazione.

La luce è il terzo fattore. Pachino è tra le zone d’Italia con il maggior numero di ore di sole annue, con un’irradiazione che supera di oltre il 20% la media nazionale. Questa esposizione prolungata attiva nei pomodori la sintesi del licopene, il pigmento antiossidante che dà al frutto il suo colore rosso intenso e le sue proprietà nutrizionali certificate dalla ricerca scientifica. Non è un caso se proprio questo territorio è stato scelto come areale IGP: terreno, acqua salmastra e luce sono una combinazione irripetibile che garantisce caratteristiche organolettiche che nessun altro posto al mondo può replicare con la stessa combinazione di fattori.

Il pomodorino IGP: la storia vera, quella che non si racconta spesso

C’è una storia dietro il Pomodoro di Pachino IGP che vale la pena conoscere per intero, perché è più complessa e più interessante della narrazione semplice che di solito accompagna questo prodotto. Le prime coltivazioni di pomodoro nella zona di Pachino risalgono al 1925, principalmente varietà da insalata coltivate in campo aperto. Ma il pomodorino ciliegino che oggi tutto il mondo chiama pachino non esisteva ancora: arrivò nel 1989, dall’altra parte del Mediterraneo.

Fu la multinazionale israeliana Hazera Genetics, specializzata in biotecnologie agrarie, a introdurre nel territorio di Pachino due nuove varietà ottenute attraverso ibridazione e selezione assistita da marcatori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. La scelta di Pachino non fu casuale: la Hazera cercava un territorio con caratteristiche climatiche e pedologiche simili a quelle di Israele, e la zona di Pachino le offriva il mix ideale. I semi vennero piantati, le piante crebbero, i frutti risultarono eccezionali. In pochi anni il ciliegino di Pachino conquistò i mercati italiani, poi quelli europei.

Nel 2003 il Consorzio di Tutela ottenne il riconoscimento IGP, che tutela il luogo di coltivazione e le caratteristiche organolettiche del prodotto. L’areale protetto comprende i comuni di Pachino, Portopalo di Capo Passero, Noto e Ispica, nelle province di Siracusa e Ragusa. Oggi il Pomodoro di Pachino IGP si declina in quattro varietà certificate: il tondo liscio, piccolo e di sapore intenso; il pomodoro a grappolo, tondo e brillante; il costoluto, grande e dalle coste marcate; e il ciliegino, quello più famoso, piccolo, rosso, dolcissimo.

Il ciliegino Naomi, il progenitore del pomodorino che il mondo chiama pachino, è un ibrido F1: i suoi semi non mantengono le caratteristiche genetiche della pianta madre. Questo significa che ogni anno gli agricoltori di Pachino devono acquistare nuovi semi dalla società produttrice. L’IGP tutela il territorio e le caratteristiche organolettiche, non il controllo sulla genetica del seme.

Il 1943: quando Pachino entrò nella storia mondiale

C’è un capitolo della storia di Pachino che non riguarda il pomodoro né il vino né la tonnara: riguarda la Seconda Guerra Mondiale, e ne fa una delle città più significative nel racconto della liberazione d’Europa. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 la spiaggia di Pachino e le coste circostanti furono teatro dello sbarco degli Alleati in Sicilia, l’Operazione Husky, la più grande operazione anfibia della storia fino a quel momento. Oltre 150.000 soldati americani, britannici e canadesi sbarcarono lungo un fronte di 160 chilometri tra Licata e Siracusa. Il settore di Pachino era assegnato ai Canadesi del 1° Corpo d’Armata, che presero la spiaggia quasi senza resistenza.

Lo sbarco di Pachino fu un successo completo. Aprì la strada alla liberazione della Sicilia, che si concluse il 17 agosto 1943 con la caduta di Messina, e fornì la base per le operazioni successive che portarono alla resa dell’Italia e poi alla risalita della penisola verso nord. La piazza principale di Pachino conserva fotografie storiche di quella notte del luglio 1943, e il territorio circostante ha nel suo paesaggio costiero i segni, ormai cicatrizzati dal tempo, di quella notte che cambiò la storia d’Europa.

L’Inverdurata: quando la verdura diventa arte e la legalità diventa mosaico

Ogni anno, nella seconda settimana di maggio, Pachino si trasforma. Via Cavour, la strada principale che porta al centro storico, smette di essere una via qualsiasi e diventa una galleria d’arte a cielo aperto dove il materiale espositivo sono zucchine, pomodori, cipolle, sedani, agrumi e ogni tipo di ortaggio e frutto disponibile. È l’Inverdurata: il concorso a premi di mosaici vegetali che dal 2004 è diventato uno degli eventi più originali e più celebrati della Sicilia orientale, definito da chi studia le arti effimere come unico al mondo nel suo genere.

L'Inverdurata di Pachino un evento srtistico-culturale che ogni anno attira migliaia di visitatori

La storia dell’Inverdurata ha radici precise e dichiarate. Nacque nel 2004 per iniziativa dell’APAC, l’Associazione Pachinese Anticrimine, fondata nel 1992 e aderente alla Federazione Antiracket Italiana. Lo scopo originario non era artistico: era civile. L’APAC voleva diffondere il messaggio della legalità e della lotta alla mafia attraverso un evento che coinvolgesse la comunità in modo attivo e creativo, che fosse visibile, che restasse nella memoria. La scelta del mese di maggio non è casuale: l’Inverdurata è dedicata alle vittime dell’eccidio di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.

La formula trovata fu semplice e geniale insieme: usare i prodotti della terra pachinese, quella stessa terra che dà al territorio la sua identità economica e culturale, per creare opere d’arte effimere che raccontino ogni anno un tema diverso. Un bando annuale invita scuole, associazioni, gruppi e singoli partecipanti a presentare bozzetti: ne vengono selezionati sedici dalla giuria, ognuno riceve un premio di partecipazione, i primi tre classificati ricevono premi in denaro. I partecipanti realizzano i mosaici a partire dal venerdì pomeriggio, lavorando fino a notte, mentre il pubblico assiste alla creazione. I mosaici restano esposti per tre giorni, da sabato a lunedì, prima di essere smontati.

L'Inverdurata di Pachino

L’Inverdurata 2026, la ventesima edizione, si è tenuta dall’8 al 10 maggio con il tema Francesco, Patrono d’Italia. Il Cantico delle Creature, un omaggio alla figura di San Francesco d’Assisi come cantore della natura e della fraternità universale. Il tema si lega perfettamente alla natura dell’evento: un omaggio alla terra, ai suoi frutti, al rispetto per il creato. Negli anni precedenti i temi hanno spaziato dai Luoghi di Montalbano alla celebrazione di Agrigento Capitale della Cultura 2025, da Sicilia bedda tra storia, arte, miti e colori alla Legalità e Illegalità della prima edizione del 2004. Ogni tema rilancia l’evento con un punto di vista nuovo, mantenendo inalterato il cuore: la verdura che diventa messaggio.

L’Inverdurata di Pachino è membro del Comitato Internazionale delle Arti Effimere (CIDAE), che riunisce le associazioni del mondo che lavorano con le arti temporanee legate al territorio. Secondo la vicepresidente di CIDAE, Pachino è l’unica realtà al mondo a realizzare tappeti artistici con tutti i prodotti tipici del proprio territorio.
Il Centro storico di Pachino con vista della Chiesa Madre

Marzamemi: la borgata araba con la tonnara e il Palazzo del Principe

A quattro chilometri dal centro di Pachino, lungo la costa ionica, si trova Marzamemi, una delle borgate marinare più fotografate di Sicilia e una delle più autentiche. Il nome è arabo: marsà al-ḥamāma, la baia delle tortore. Gli Arabi che governarono questa parte della Sicilia tra il IX e l’XI secolo costruirono qui una tonnara, sfruttando la migrazione estiva dei tonni rossi attraverso lo Stretto che li portava verso il Canale di Sicilia. La tonnara fu il cuore economico del borgo per secoli, ampliata e trasformata dai Normanni, dagli Aragonesi e poi dai principi Villadorata di Noto, che ne fecero uno dei più importanti siti di pesca del tonno della Sicilia orientale.

La Tonnara di Marzamemi è rimasta attiva fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, quando la drastica riduzione della popolazione di tonni nel Mediterraneo la rese non più economicamente sostenibile. I magazzini, le case dei tonnaroti e il Palazzo del Principe si affacciano ancora sulla piazza principale del borgo, con quell’atmosfera di abbandono nobile che caratterizza i luoghi dove una grande attività è finita ma non è stata rimossa: i muri ci sono ancora, le attrezzature non tutte, e il Palazzo con il suo cortile interno e il terrazzino sorveglia la piazza come se la pesca del tonno potesse ricominciare da un momento all’altro. Marzamemi è diventata negli ultimi vent’anni uno dei borghi costieri più amati della Sicilia orientale, con una vita culturale estiva intensa e un fascino che non ha bisogno di essere spiegato.

Il Nero d’Avola di Pachino e la gastronomia del territorio

Il pomodorino è il prodotto più famoso di Pachino, ma non è il solo. Il territorio pachinese è uno dei cuori produttivi del Nero d’Avola, il vitigno autoctono siciliano che produce il vino rosso di maggiore reputazione dell’isola. La sottodenominazione Pachino del DOC Eloro è riconosciuta come una delle espressioni più intense e più longeve di questo vitigno, con vini che per concentrazione, struttura tannica e capacità di invecchiamento si collocano tra i migliori prodotti dell’enologia siciliana. La Festa della Vendemmia di Pachino, che si tiene ogni settembre, celebra questa tradizione con degustazioni, cantine aperte e un programma che richiama visitatori da tutta la Sicilia.

La gastronomia locale ha la sua identità precisa. I cavatieddi, pasta simile ai cavatelli pugliesi, e i lolli, una sorta di lasagna riccia che si condisce con sugo di pomodoro e carne o con il maiale, sono i formati di pasta fresca tipici del territorio pachinese. La bottarga di tonno rosso lavorata secondo le antiche ricette della tonnara di Marzamemi è uno dei prodotti gastronomici di nicchia più pregiati della zona, difficile da trovare fuori dalla Sicilia meridionale. E naturalmente i pomodori: secchi, in conserva, come base di sughi, come ingrediente fresco nelle insalate con cipolla di Giarratana, olio locale e origano selvatico.

Il cinema: Tornatore, i Taviani, Salvatores e Montalbano

Pachino e il suo territorio hanno fatto da set a numerose produzioni cinematografiche e televisive. Giuseppe Tornatore ha girato alcune scene qui, i fratelli Taviani e Gabriele Salvatores hanno usato il paesaggio costiero e i borghi del territorio come sfondo per le loro storie. La borgata di Marzamemi è uno dei set ricorrenti del Commissario Montalbano, la fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri che ha portato all’attenzione internazionale il paesaggio della Sicilia sud-orientale: la piazza della tonnara, il Palazzo del Principe, la luce rasente del tramonto sul mare sono elementi visivi riconoscibili da chiunque abbia visto almeno un episodio della serie.

Questa vocazione cinematografica non è solo una questione di bellezza paesaggistica: è anche una questione di luce. La luce di Pachino e di Marzamemi ha qualcosa di diverso dalla luce del resto della Sicilia, più diretta, più tagliente, con ombre più nette e colori più saturi. È la luce africana di cui si parla spesso descrivendo questo angolo d’isola, quella che i fotografi vengono a cercare e che i registi non riescono a replicare in studio.

COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Pachino — Provincia di Siracusa. 65 m s.l.m. A circa 50 km da Siracusa e 85 km da Ragusa.

🚗 In auto da Siracusa: SS 115 verso Noto, poi SP 19 in direzione Pachino (circa 50 km). Da Catania: A18 fino a Siracusa, poi SS 115. Da Ragusa: SP 60 verso Ispica poi SP 4 per Pachino.

🎨 L’Inverdurata: seconda settimana di maggio ogni anno, in via Cavour e piazza Vittorio Emanuele. Venerdì sera la creazione dei mosaici (dalle 16:00), sabato-domenica-lunedì la mostra. Ingresso libero. Per info: www.inverdurata.it

🍅 Festa del Pomodoro di Pachino: estate, organizzata dal Consorzio di Tutela IGP. Degustazioni e produttori locali.

🍷 Festa della Vendemmia: settembre, cantine aperte e degustazioni di Nero d’Avola Eloro Pachino DOC.

🏛️ Da visitare: Piazza Vittorio Veneto con la Chiesa Madre del SS. Crocifisso (fine ‘700), Palazzo Tasca (via Cavour, ‘800), Museo del Vino. Torre Scibini (XV sec.) fuori dall’abitato.

🐟 Marzamemi (4 km): Tonnara, Palazzo del Principe, piazza del borgo. Set del Commissario Montalbano. Bottarga di tonno rosso artigianale.

🌊 Siti archeologici: Grotta di Corruggi (10.000 anni fa), Grotta di Calafarina (Mesolitico), Villa Romana del Tellaro (mosaici tardoimperiali), Cittadella dei Maccari (insediamento bizantino VI sec.).

🏖️ Costa: 8 km di costa con fondali ideali per snorkeling. Riserva Naturale di Vendicari (30 km) con fenicotteri e lagune protette.

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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