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Leonardo Sciascia: coscienza critica d’Italia

Leonardo Sciascia, lo scrittore che sfidò il potere

«Il più lucido intellettuale dell’Italia del Novecento: un illuminista nato in Sicilia che ha usato il romanzo come lente per mettere a fuoco i delitti del potere, le menzogne dello Stato, l’impunità organizzata della mafia.»

Leonardo Sciascia è stato molto di più di uno scrittore siciliano: è stato la coscienza critica dell’Italia repubblicana. Con la precisione di un chirurgo e la passione di un moralista, ha dissezionato per quarant’anni i meccanismi del potere, della corruzione, della mafia, dell’ingiustizia, usando il romanzo, il saggio e la polemica giornalistica come strumenti di una battaglia civile mai abbandonata.

Vita e origini a Racalmuto

Leonardo Sciascia nasce l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, un piccolo paese in provincia di Agrigento, nella Sicilia centro-meridionale. Il padre Pasquale è impiegato, la madre Genoveffa Martorelli è casalinga. Ha due fratelli. Cresce in via Regina Margherita 37, la strada che oggi porta il suo nome, circondato da zie e zii che animano la casa con storie e conversazioni.

Racalmuto è una cittadina mineraria, paese di zolfatai e contadini, con una storia lunga e tormentata che risale all’epoca araba e normanna. Sciascia la trasformerà nella sua Regalpetra immaginaria, come Joyce con Dublino, come Faulkner con la contea di Yoknapatawpha, facendone il laboratorio in cui osservare i meccanismi della Sicilia e, per estensione, del mondo.

Il nonno materno era stato guardiano delle zolfare: un’esperienza di sfruttamento e fatica che lascia tracce profonde nella sensibilità del nipote, attentissimo alle ingiustizie sociali fin dall’infanzia. Questa origine di famiglia piccolo-borghese ma a contatto diretto con le durezze del lavoro minerario forma in Sciascia una coscienza di classe lucida e priva di sentimentalismi.

1921 Nasce l’8 gennaio a Racalmuto (AG). Padre impiegato, madre casalinga. Due fratelli.

1935 La famiglia si trasferisce a Caltanissetta, dove si iscrive all’Istituto Magistrale “IX Maggio”. Incontra il prof. Vitaliano Brancati.

1941 Si diploma maestro elementare. Inizia a lavorare al Consorzio Agrario di Racalmuto.

1944 Si sposa con Maria Andronico, la fedele compagna di tutta la vita. Due figlie: Laura e Anna.

1950 Esordio letterario con Favole della dittatura. Inizia le collaborazioni con riviste letterarie.

1956 Pubblica Le parrocchie di Regalpetra (Laterza). Prima opera della maturità.

1961 Il giorno della civetta (Einaudi): primo romanzo italiano ad affrontare esplicitamente la mafia.

1967 Si trasferisce a Palermo, dove vivrà fino alla morte. Coltiva il rapporto con Racalmuto come luogo dell’estate e della scrittura.

1975 Eletto consigliere comunale a Palermo nelle liste del PCI.

1979 Eletto deputato alla Camera nelle liste del Partito Radicale. Eletto anche al Parlamento Europeo.

1987 Pubblica sul Corriere della Sera l’articolo sui “professionisti dell’antimafia”: la più aspra polemica della sua vita pubblica.

1989 Muore il 20 novembre a Palermo, per una malattia che lo accompagnava da tempo. Ultima opera: Una storia semplice.

La formazione e i maestri

La formazione di Sciascia avviene in gran parte a Caltanissetta, dove la famiglia si trasferisce nel 1935. All’Istituto Magistrale “IX Maggio” incontra due insegnanti che cambieranno il corso della sua vita intellettuale.

Il primo è Vitaliano Brancati, il grande scrittore catanese di Don Giovanni in Sicilia e Il bell’Antonio, che insegna italiano e avvicina il giovane Sciascia alla letteratura francese, destinata a rimanere il suo amore più costante. Il secondo è Giuseppe Granata, futuro senatore, che introduce Sciascia nello studio degli illuministi francesi e italiani e lo appassiona alla letteratura. È Granata a trasmettere quello spirito razionalista e critico che diventerà la cifra dominante di tutta la produzione sciasciana.

In questi anni Sciascia si avvicina alle posizioni del partito comunista e alla militanza antifascista. Si diploma nel 1941 e trova lavoro al Consorzio Agrario di Racalmuto, esperienza che lo mette a contatto diretto con la realtà contadina siciliana, il mondo che descriverà ne Le parrocchie di Regalpetra.

«La nostra è una società senza anticorpi: manca la figura di un intellettuale autorevole e indipendente come mio nonno, Leonardo Sciascia.» — Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia

L’esordio letterario

L’esordio letterario di Sciascia è datato 1950, con Favole della dittatura: una raccolta di favole satiriche contro i totalitarismi, in cui personaggi animali rappresentano con ironia mordace i vizi e le menzogne dei regimi. Non un capolavoro, ma una dichiarazione di metodo: la letteratura come strumento di critica politica, la satira come arma della ragione.

Nel 1952 pubblica il libro di poesie La Sicilia, il suo cuore, illustrato con disegni di Emilio Greco, scultore catanese. Vince numerosi premi letterari e inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche e riviste letterarie. La scrittura per lui non è un lavoro ma una vocazione: a chi lo accusa di pessimismo, risponde che continuare a scrivere è un atto fondamentale di ottimismo.

Nei primi anni Cinquanta collabora con le riviste Galleria e Nuovi Quaderni del Meridione, costruendo la propria rete intellettuale e affinando una scrittura che già mostra i caratteri definitivi: la frase breve, la chiarezza chirurgica, l’ironia che taglia come una lama.

Regalpetra e le radici siciliane

Nel 1956 Einaudi pubblica, su segnalazione del grande scrittore Elio Vittorini, che scrive a Sciascia: «Ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante», Le parrocchie di Regalpetra. È la prima opera della maturità sciasciana e una delle pagine più belle della letteratura italiana del dopoguerra.

Il libro è strutturato come una cronaca-saggio della vita di Regalpetra, il nome immaginario che Sciascia dà alla sua Racalmuto. Non è un romanzo né un saggio: è qualcosa di nuovo, un genere che Sciascia inventa e che sarà il suo marchio stilistico. La cronaca scivola nell’analisi, l’aneddoto diventa emblema, il particolare rivela il generale.

Regalpetra, come la Vigàta di Camilleri, come la Macondo di García Márquez, diventa un luogo dell’immaginazione universale: un paese siciliano che è anche tutti i paesi del mondo in cui la miseria, l’ingiustizia e la rassegnazione si tramandano di generazione in generazione. E in cui, nonostante tutto, qualcuno continua a resistere con la forza della ragione.

La mafia e Il Giorno della Civetta

Nel 1961 Sciascia pubblica con Einaudi Il giorno della civetta: il primo romanzo italiano ad affrontare esplicitamente e senza metafore il fenomeno mafioso. Prima di questo libro, la mafia era quasi un tabù letterario, un argomento per giornalisti coraggiosi, non per narratori. Sciascia rompe questo silenzio con un coraggio che ha pochi paragoni nella letteratura italiana.

Lo spunto è reale: l’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia, ucciso dalla mafia a Sciacca nel gennaio 1947. Attorno a questo fatto di cronaca, Sciascia costruisce un romanzo breve e implacabile in cui il capitano dei carabinieri Bellodi, settentrionale, razionalista, “nordico” nell’approccio, indaga su un omicidio mafioso in un paese siciliano. La verità la scopre, certo. Ma non può farci niente: il sistema di complicità, omertà e coperture politiche è troppo radicato per essere scalfito da un singolo uomo di legge.

Il romanzo introduce nella lingua italiana l’espressione quaquaraquà, la classificazione dispregiativa con cui i mafiosi dividono gli uomini tra chi conta e chi non vale niente. Un termine destinato a entrare nel vocabolario comune.

«Il giorno della civetta è stato il primo libro che fece capire cos’è la mafia: non una delinquenza comune, ma un rapporto politico con il potere» — Testimonianza raccolta ne Il Riformista, novembre 2019

Il capitano Bellodi: la ragione contro l’irrazionale

Il personaggio del capitano Bellodi è una delle creazioni più riuscite di Sciascia. Non è un eroe: è un uomo razionale, metodico, che applica la logica in un contesto in cui la logica viene sistematicamente sabotata. La sua sconfitta non è una sconfitta morale ma una sconfitta strutturale, il sistema è più forte di lui. Ed è questa la lezione più amara e più lucida del romanzo: non basta la verità, bisogna anche che qualcuno abbia il potere di agire su di essa.

Le opere principali

1956 Le parrocchie di Regalpetra Laterza · poi Einaudi

La prima opera della maturità. Cronaca-saggio della vita di un paese siciliano immaginario, autobiografica e civile. Segnalata da Elio Vittorini.

1958 Gli zii di Sicilia Einaudi

Raccolta di racconti (poi quattro con l’aggiunta de L’antimonio nel 1961) sulla Sicilia e la storia: la Rivoluzione americana, il Risorgimento, lo sbarco degli Alleati, la guerra di Spagna.

1961 Il giorno della civetta Einaudi

Il capolavoro. Il primo romanzo italiano sulla mafia. Il capitano Bellodi indaga su omicidi mafiosi in un paese siciliano. La ragione contro il sistema dell’omertà.

1966 A ciascuno il suo Einaudi

Il professor Laurana scopre la verità su un duplice omicidio e muore per questo. La tesi centrale: chi vuole capire troppo in certi ambienti paga con la vita.

1971 Il contesto Einaudi

Paese immaginario che è una distopia dell’Italia. Un investigatore scopre che qualcuno sta ammazzando giudici. Parabolico e profetico.

1974 Todo modo Einaudi

Attacco feroce al potere democristiano e ai suoi rapporti con la Chiesa. Il più controverso dei suoi romanzi, trasformato in film da Elio Petri con Gian Maria Volonté.

1975 La scomparsa di Majorana Einaudi

Indagine sulla misteriosa scomparsa del fisico nucleare Ettore Majorana nel 1938. Un saggio-romanzo sulla scienza, la coscienza e il rifiuto della storia.

1978 L’affaire Moro Sellerio

Analisi delle lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro delle BR. Una delle opere più acute e dolorose del dopoguerra italiano.

1988 Porte aperte Sellerio

Un giudice si oppone alla pena di morte in un processo fascista in Sicilia. Premio Mondello. Trasformato in film da Gianni Amelio (1990, candidato all’Oscar).

1989 Una storia semplice Adelphi

L’ultima opera, scritta in pochi giorni di fronte alla morte imminente. Un delitto in un paese siciliano, un carabiniere, la verità che affiora. La semplicità come vertice della scrittura.

I romanzi storici

Parallelamente ai romanzi d’indagine contemporanea, Sciascia coltiva una produzione storica di grande originalità. Nei romanzi storici, ambientati nella Sicilia del passato, dall’Inquisizione al Settecento al Risorgimento, la storia non è un rifugio dal presente ma uno specchio in cui il presente si rivela più chiaramente.

  • Morte dell’inquisitore (1964) — La storia di Diego La Matina, frate siciliano che uccise il proprio inquisitore nel 1658. Un eroe della rivolta individuale contro il potere teologico-politico.
  • Il consiglio d’Egitto (1963) — Palermo settecentesca: un abate falsifica documenti storici per acquisire potere politico. La menzogna come tecnica del dominio. Testo teatrale poi adattato anche da Musumeci e Pattavina.
  • I pugnalatori (1976) — Palermo 1862: tredici persone pugnalate nello stesso giorno in una trama politica oscura, forse ordita da chi voleva creare un pretesto per la repressione.
  • La strega e il capitano (1986) — Milano, 1617: una donna accusata di stregoneria e il capitano Allegranza che ne è innamorato. La violenza del potere maschile e clericale.
  • Il cavaliere e la morte (1988) — Un poliziotto malato indaga su un omicidio in un paese immaginario. Riflessione finale sulla morte, la giustizia, il senso.

L’affaire Moro

Nel 1978 le Brigate Rosse sequestrano e uccidono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Durante i 55 giorni del sequestro, Moro scrive lettere strazianti alla famiglia, ai colleghi di partito, al Papa, lettere in cui chiede alla DC di trattare con i brigatisti per salvargli la vita.

La DC risponde con la “fermezza”: non si tratta. Moro viene ucciso. Sciascia, che nel 1978 ha già lasciato il PCI, analizza quelle lettere con la stessa acribia che aveva applicato ai romanzi polizieschi, e pubblica L’affaire Moro.

La tesi del libro è devastante e documentata: le lettere di Moro sono autentiche, la voce che emerge da quelle pagine è la sua voce reale, non la voce di un prigioniero sottoposto a condizionamento. Moro capisce, nelle settimane del sequestro, meccanismi del potere che aveva contribuito a costruire per trent’anni, e ne scrive con una lucidità disperata che i suoi colleghi non vogliono riconoscere perché li smascherebbe.

«Sciascia ha il merito di essere stato forse il primo a mettere in luce come le lettere di Moro contenessero una critica lucidissima del sistema politico democristiano — e come la DC avesse interesse a non ascoltarle.» — dalla critica letteraria del periodo

L’affaire Moro è considerato uno dei testi più importanti del dopoguerra italiano: non solo letteratura ma documento storico, analisi politica, atto di denuncia civile. E, come quasi tutta la produzione sciasciana, un libro scomodo per chiunque detenga il potere.

Lo stile e il pensiero

Lo stile di Sciascia è tra i più riconoscibili della letteratura italiana del Novecento: asciutto, preciso, implacabile. Le frasi sono brevi ma dense. Non c’è ornamento, non c’è compiacimento. Ogni parola è al posto giusto, ogni proposizione porta avanti l’argomentazione. È uno stile costruito sulla tradizione illuminista francese, Voltaire, Stendhal, il primo Flaubert, più che su quella italiana.

Il giallo come forma filosofica

Sciascia usa il romanzo giallo non come genere ma come forma filosofica: la struttura dell’indagine è una struttura epistemologica, un modo di interrogare la realtà e di scoprirne i meccanismi nascosti. Ma a differenza del giallo tradizionale, in Sciascia il colpevole raramente viene punito, la verità raramente produce giustizia. L’investigatore scopre la verità e la verità lo uccide, o lo isola, o lo rende impotente.

La Sicilia come metafora

La Sicilia di Sciascia non è una regione folkloristica da cartolina: è una metafora dell’Italia e del mondo. I meccanismi del potere mafioso, della complicità organizzata, dell’impunità strutturale che Sciascia descrive nella Sicilia immaginaria di Regalpetra si trovano identici, con nomi diversi, in qualsiasi sistema politico in cui il potere non risponde delle proprie azioni.

  • La verità impossibile: la verità esiste, ma scoprirla non basta. Ci vuole anche qualcuno che abbia il potere di agire. E quel qualcuno non c’è, o è corrotto, o ha paura.
  • Il potere e le sue maschere: mafia, DC, Chiesa, servizi segreti, magistratura — tutte le forme del potere tendono a coprirsi, a proteggersi, a eliminare chi minaccia la loro impunità.
  • Il garantismo: Sciascia è un garantista assoluto. Anche il colpevole ha diritto a un processo equo. Anche il nemico ha diritto alla difesa. La civiltà si misura da come tratta i suoi peggiori nemici.
  • La memoria storica: capire il presente richiede capire il passato. La Sicilia borbonica, l’Inquisizione, il Risorgimento sono chiavi per leggere la Sicilia del dopoguerra.
  • L’intellettuale come coscienza critica: il ruolo dello scrittore non è di compiacere il potere né di flattare l’opposizione, ma di dire la verità anche quando la verità scomoda tutti.

L’illuminismo siciliano

Il nucleo filosofico del pensiero sciasciano è l’illuminismo: la fiducia nella ragione come strumento di emancipazione, il rifiuto dell’irrazionale e del mistico, la critica sistematica di ogni forma di oscurantismo, religioso, politico, mafioso.

Ma l’illuminismo di Sciascia è un illuminismo siciliano, cioè consapevole dei propri limiti. Non è l’ottimismo progressista dell’Encyclopédie: sa che la ragione può essere sconfitta, sa che l’oscurità è potente, sa che la storia non procede in linea retta verso la luce. È un illuminismo temperato dal pessimismo della storia, un ottimismo della volontà che conosce le ragioni del pessimismo.

«Alle accuse di pessimismo, Sciascia ha sempre risposto che il continuare a scrivere era un atto di fondamentale ottimismo. La scrittura è stata il fulcro della sua vita.» — Sapere.it, Leonardo Sciascia vita e opere

Questo illuminismo si traduce in una serie di posizioni che lo hanno isolato progressivamente da tutte le fazioni politiche: contrario alla pena di morte (Porte aperte), contrario al “pentitismo” e alle legislazioni d’emergenza, contrario ai processi sommari anche quando le vittime erano nemici della democrazia. Ogni volta che qualcuno invocava l’eccezione alla regola del diritto, Sciascia era lì a ricordare che le eccezioni diventano la regola.

L’impegno politico

Sciascia non è rimasto un intellettuale da scrivania: è entrato direttamente nella vita politica con la stessa determinazione che metteva nei romanzi. Nel 1975 viene eletto consigliere comunale a Palermo nelle liste del Partito Comunista Italiano, una scelta coerente con le sue posizioni giovanili ma che non durerà a lungo.

Nel 1979, disilluso dal PCI e più vicino alle battaglie garantiste e libertarie, viene eletto deputato alla Camera nelle liste del Partito Radicale di Marco Pannella. Nello stesso anno viene anche eletto al Parlamento Europeo. La scelta del Partito Radicale, lo stesso di Elio Vittorini, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini, non è un capriccio ma una coerenza: il PR era l’unico partito che portava avanti con sistematicità le battaglie garantiste e civili a cui Sciascia teneva di più.

In Parlamento, Sciascia porta la voce dello scrittore che non si fa coprire dalla partitocrazia: difende il diritto alla difesa, critica le leggi eccezionali, si oppone alla sistematica sospensione delle garanzie costituzionali in nome dell’emergenza terroristica o mafiosa.

La polemica sui “professionisti dell’antimafia”

Il 10 gennaio 1987 Sciascia pubblica sul Corriere della Sera un articolo destinato a scatenare la polemica più aspra della sua vita pubblica. L’articolo mette in guardia contro quelli che lui chiama, con una formula che diventerà celeberrima pur senza mai comparire esplicitamente nel testo, i “professionisti dell’antimafia”: persone che sfruttano il loro impegno antimafia per fare carriera, per acquisire visibilità, per ottenere promozioni giudiziarie o politiche.

Nell’articolo Sciascia fa riferimento esplicito al giudice Paolo Borsellino, che era stato promosso a una posizione apicale a Palermo in virtù del suo impegno antimafia. Sciascia non accusava Borsellino di disonestà: metteva in guardia contro il meccanismo che premia l’antimafia come categoria, creando incentivi distorti e carrierismo. Ma le parole furono lette come un attacco personale a Borsellino, che sarebbe stato assassinato dalla mafia nel 1992.

La reazione fu feroce. Eugenio Scalfari lo considerò un esempio di tradimento degli intellettuali. L’associazione antimafia lo definì con le parole del boss de Il giorno della civetta: un quaquaraquà. Sciascia difese le proprie posizioni fino alla morte, convinto che il garantismo non ammetta eccezioni e che la critica delle istituzioni, tutte le istituzioni, anche quelle impegnate in battaglie giuste, sia un dovere dell’intellettuale.

Oggi, a distanza di decenni, molti di quelli che lo attaccarono si sono ricreduti, e il termine “professionisti dell’antimafia” è entrato nel lessico comune italiano come avvertimento contro il carrierismo mascherato da impegno civile.

Amicizie e rapporti letterari

Sciascia ha costruito nel corso della vita una rete di amicizie intellettuali di straordinaria qualità. Il rapporto con Italo Calvino è tra i più significativi: Calvino, editor Einaudi, è per anni il primo lettore delle sue opere e il principale sostenitore della sua narrativa all’interno della casa editrice torinese. Un’amicizia intellettuale tra i due grandi narratori italiani del dopoguerra.

Il sodalizio con Vitaliano Brancati, iniziato a scuola, continua nell’età adulta: Sciascia vede in Brancati il modello dello scrittore siciliano capace di usare l’ironia per smontare la retorica del potere senza cedere al qualunquismo. Dopo la morte di Brancati (1954) ne è il custode critico della memoria.

Il legame con Gesualdo Bufalino, lo scrittore di Comiso scoperto tardivamente grazie anche all’interessamento di Sciascia, è una delle belle storie del tardo Novecento letterario siciliano. E con Roberto Andò, regista che ha portato al cinema i suoi testi, Sciascia ha avuto un rapporto di collaborazione e stima reciproca.

Profondo è anche il legame con Andrea Camilleri, che nel 2002, come abbiamo visto nell’articolo precedente, accetterà la direzione artistica del Teatro di Racalmuto, la città di Sciascia. Un omaggio e una continuità.

La morte e il lascito

Leonardo Sciascia muore il 20 novembre 1989 a Palermo, per una malattia che lo accompagnava da tempo. Aveva 68 anni. La sua ultima opera, Una storia semplice, era uscita pochi giorni prima: un romanzo breve che è anche un testamento artistico, in cui la semplicità della scrittura raggiunge il suo punto più alto.

I funerali si svolgono a Racalmuto, la sua città. La Sicilia lo saluta come un figlio che l’aveva amata abbastanza da non smettere mai di criticarla, consapevole che solo la critica è una forma d’amore autentico.

Il suo lascito è immenso. Sul piano letterario, ha ridefinito il giallo italiano e ha creato un genere nuovo, la cronaca-saggio, che sarà imitato da decine di scrittori. Sul piano civile, ha tenuto alta la voce dell’intellettuale indipendente in decenni in cui era molto più comodo schierarsi con un partito che ragionare da soli. Sul piano linguistico, ha consegnato all’italiano una prosa limpida e potente che resiste al tempo.

A Racalmuto la Fondazione Leonardo Sciascia conserva il suo archivio e promuove la ricerca sulla sua opera. La sua casa, la sua biblioteca, i suoi manoscritti sono lì, nella città in cui tutto era cominciato.

Domande frequenti su Leonardo Sciascia

Quando è nato e quando è morto Leonardo Sciascia?

Leonardo Sciascia è nato l’8 gennaio 1921 a Racalmuto (Agrigento) ed è morto il 20 novembre 1989 a Palermo, all’età di 68 anni.

Qual è l’opera più famosa di Leonardo Sciascia?

Il giorno della civetta (1961) è l’opera più nota, il primo romanzo italiano ad affrontare esplicitamente la mafia. Tra le altre opere fondamentali: A ciascuno il suo (1966), L’affaire Moro (1978) e Porte aperte (1988).

Cosa significa “quaquaraquà”?

Nel romanzo Il giorno della civettaquaquaraquà è il termine spregiativo con cui i mafiosi definiscono le persone che non contano nulla, incapaci di reazione — come le anatre che starnazzano. Il termine è entrato nel lessico comune italiano grazie al romanzo di Sciascia.

Sciascia era di destra o di sinistra?

Sciascia ha avuto un percorso politico articolato: da simpatie comuniste giovanili, a consigliere del PCI a Palermo (1975), fino all’elezione come deputato radicale (1979). Non si è mai lasciato ingabbiare in un’etichetta: era un intellettuale indipendente che criticava tutti i poteri, compresi quelli che avrebbe dovuto difendere in base alla sua collocazione.

Chi sono i “professionisti dell’antimafia” di Sciascia?

Con questa espressione, ricavata dal titolo del suo controverso articolo sul Corriere della Sera del 1987, ma mai usata esplicitamente nel testo, Sciascia metteva in guardia contro chi sfrutta l’impegno antimafia per fare carriera personale, acquisire visibilità o ottenere promozioni. L’articolo scatenò polemiche violentissime, ma l’espressione è entrata nel linguaggio comune.

Cos’è Regalpetra?

Regalpetra è il nome immaginario che Sciascia dà alla sua Racalmuto natia nelle opere letterarie. Come la Vigàta di Camilleri o la Macondo di García Márquez, è un luogo dell’immaginazione universale: un paese siciliano che è anche tutti i luoghi in cui miseria, ingiustizia e rassegnazione si tramandano di generazione in generazione.

Quali film sono stati tratti da Sciascia?

Molti. Tra i più noti: A ciascuno il suo (1967, regia di Elio Petri), Todo modo (1976, regia di Elio Petri, con Gian Maria Volonté), Cadaveri eccellenti (1976, da Il contesto, regia di Francesco Rosi), Porte aperte (1990, regia di Gianni Amelio, candidato all’Oscar come miglior film straniero).

Sciascia era amico di Camilleri?

Sì. I due scrittori siciliani si conoscevano e si stimavano. Dopo la morte di Sciascia, Camilleri ne ha custodito la memoria: nel 2002 ha accettato la direzione artistica del Teatro Comunale di Racalmuto, il paese natale di Sciascia, un gesto di omaggio e di continuità tra le due voci più importanti della narrativa siciliana contemporanea.

Conclusione: la lucidità come eroismo

In un’epoca in cui gli intellettuali italiani si dividevano tra fede comunista e fedeltà democristiana, Sciascia non ha scelto nessuno dei due campi. Ha scelto la ragione, un campo molto più scomodo, perché non dà la protezione del branco e non offre il conforto dell’identità collettiva.

Ha detto la verità sulla mafia quando nominarla era un tabù. Ha criticato la DC quando era il partito dominante. Ha difeso i diritti degli imputati quando tutti urlavano alla certezza del crimine. Ha messo in guardia contro i professionisti dell’antimafia quando difenderli era la cosa più facile e redditizia. In ogni caso, si è trovato dalla parte sbagliata del consenso, e ogni volta, la storia gli ha dato ragione.

Leggere Sciascia oggi significa scoprire che i meccanismi che descriveva, la corruzione, l’impunità, la complicità organizzata tra crimine e politica, il sacrificio della verità sull’altare del consenso, non sono fenomeni storici ma strutturali. Cambiano le facce, i nomi, i partiti. Ma il meccanismo è lo stesso. Ed è per questo che Sciascia è ancora necessario: non come classico da studiare, ma come strumento per capire il presente.

«La Sicilia è una metafora del mondo. Quello che succede in Sicilia prima o poi succede nel mondo.» — Leonardo Sciascia

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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