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Le Rocche del Crasto

  • Sicilia
Rocche del Crasto Nebrodi: trekking tra aquile e grifoni in Sicilia

Nel cuore del Parco dei Nebrodi, dove volano aquile e grifoni. Alcara Li Fusi e Longi, Messina: calcari mesozoici, la città greca di Krastos, la Grotta del Lauro e i sentieri dei rapaci.

Ci sono paesaggi che ti fanno sentire piccoli nel modo giusto. Non schiacciati, non insignificanti: piccoli nel senso di rimessi in proporzione, restituiti a una scala umana che il quotidiano tende a far dimenticare. Le Rocche del Crasto fanno questo. Compaiono all’improvviso, emergendo dalla sequenza di pascoli, muretti a secco e boschi dei Nebrodi con una verticalità che stona con il paesaggio dolce che le circonda: pareti di calcare bianco e rosa, sfumature grigie e verdi, cornici di roccia a strapiombo su vallate che scendono verso il Tirreno. E sopra, in alto, dove la roccia è più esposta e il vento è più forte, il cerchio lentissimo di un’ala che vola.

I Nebrodi sono il parco naturale più esteso della Sicilia, con i loro 85.000 ettari di boschi, laghi, pascoli e rilievi che coprono la parte settentrionale dell’isola tra le province di Messina, Enna e Catania. Le Rocche del Crasto ne sono uno degli angoli più selvaggi e più suggestivi, una formazione rocciosa che si leva fino a 1.315 metri sul livello del mare nei comuni di Alcara Li Fusi e Longi, in zona A del Parco, la più rigorosamente protetta.

La geologia: 200 milioni di anni scritti nella pietra

Le Rocche del Crasto appartengono all’era mesozoica, il che significa che la roccia che si tocca passandoci vicino ha circa duecento milioni di anni. Sono costituite prevalentemente da calcari e calcari dolomitici, con colori che variano dal bianco al rosa, dal grigio cristallino alle sfumature verdi e rosse che dipendono dalla composizione minerale locale. Il rilievo presenta diversi specchi di faglia, superfici di roccia levigate dall’attività tettonica che hanno prodotto le pareti verticali più spettacolari della formazione.

La più impressionante di queste pareti è quella che si affaccia a strapiombo sulla Valle Calanna: una facciata di calcare compatto, praticamente verticale, che cade per centinaia di metri sulla vallata sottostante. È su questa parete che nidifica l’aquila reale, la più grande e la più rara delle presenze faunistiche delle Rocche. Su uno dei versanti si apre invece la Grotta del Lauro, una cavità naturale ricca di stalattiti e stalagmiti che è una delle meraviglie nascoste di questa zona dei Nebrodi.

Il termine Crasto ha origini discusse. In siciliano crastu indica il maschio castrato della pecora, ma il toponimo deriverebbe più probabilmente dal latino castrum, fortezza, o meglio dal greco-bizantino kastron con lo stesso significato. Un nome che racconta la funzione di presidio e controllo che questo rilievo ha avuto per millenni su questa parte dei Nebrodi.

L’antica città di Krastos: storia sulla cima

La storia delle Rocche del Crasto non è solo geologica. Secondo le fonti storiche e alcuni studi, sulla cima del rilievo sorgeva l’antichissima città sicana di Krastos, una presenza antropica attestata da resti e manufatti. Dalla città di Krastos sarebbe stato originario, secondo la tradizione, il poeta greco Epicarmo di Siracusa, considerato uno degli inventori della commedia nel mondo antico. Si ipotizza inoltre che su questi monti fosse localizzata la Demenna bizantina, un insediamento strategico dell’epoca tardo-imperiale.

Queste stratificazioni storiche, dalla preistoria alla Sicilia greca alla Sicilia bizantina, si sommano alla geologia messa in scena dalla roccia e alla biologia raccontata dai rapaci per fare delle Rocche del Crasto un luogo che non è semplicemente bello da guardare: è un posto che ha qualcosa da dire, e che lo dice in lingue diverse a seconda di chi lo visita.

I rapaci: aquile reali e grifoni

Se c’è una ragione per cui le Rocche del Crasto sono diventate famose anche fuori dai circuiti degli appassionati di trekking, è la fauna. In particolare i rapaci, e soprattutto due specie che qui hanno trovato uno degli ultimi habitat sicuri della Sicilia: l’aquila reale e il grifone.

L’aquila reale, Aquila chrysaetos, nidifica sulle pareti della Valle Calanna. È una presenza rara e difficile da avvistare proprio quando si vuole: compare quando meno te lo aspetti, in alto, con quel planare lentissimo che sembra costare zero fatica e che invece richiede la padronanza assoluta delle correnti termiche. Vederla dal sentiero, mentre si apre l’ala in un cerchio ampio sopra la vallata, è il tipo di momento che si ricorda.

La storia dei grifoni è più complicata, e per questo ancora più bella. In Sicilia i grifoni erano numerosi fino agli anni Sessanta del Novecento, quando la mano dell’uomo li sterminò progressivamente: bocconi avvelenati posizionati per cani e volpi venivano ingeriti anche dai grifoni, che morirono fino a scomparire del tutto dall’isola. Poi, nel 1998, l’Ente Parco dei Nebrodi avviò in collaborazione con l’ente spagnolo GREFA un progetto di reintroduzione. Nei primissimi anni Duemila furono costruite voliere di acclimatazione sul versante nord-occidentale delle Rocche. I primi esemplari, piccoli di circa un anno provenienti dalla Spagna, vi trascorsero sei mesi prima di essere liberati nel 2001. Per aiutarli a nutrirsi senza allontanarsi dalla zona furono costruiti i carnai, punti di approvvigionamento con scarti di macellazione e carogne disponibili specialmente nei periodi di scarsezza. Oggi i grifoni dei Nebrodi sono una colonia stabile, che nidifica sul versante nord-occidentale delle Rocche e si vede planare regolarmente sopra la vallata.

Vedere i grifoni in volo è un’esperienza diversa da quella dell’aquila reale. L’aquila è solitaria e discreta. Il grifone è enorme, con un’apertura alare che può superare i due metri e mezzo, e quando si raduna in gruppo sulle correnti termiche il cielo sopra le Rocche diventa uno spettacolo di proporzioni quasi surreali. I corvi imperiali, l’upupa, falchi e sparvieri completano il catalogo dei rapaci che frequentano questo angolo dei Nebrodi.

La flora: euforbia, orchidee e la disa dei pastori

Il paesaggio botanico delle Rocche del Crasto ha una sua personalità precisa. L’habitat rupestre, con le sue condizioni estreme di esposizione al sole, secco d’estate e freddo d’inverno, ha selezionato specie specializzate nella sopravvivenza. La più caratteristica, e la più visibile, è l’Euphorbia dendroides, l’euforbia arborescente: un cespuglio ramosissimo a forma di ombrello, dai fusti verde brillante che in primavera si ricoprono di fiori gialli e in estate seccano fino a diventare quasi bianchi. È la pianta-simbolo delle Rocche del Crasto, quella che il Parco dei Nebrodi indica come essenza più significativa di questo ecosistema.

Lungo i sentieri cresce in abbondanza l’Ampelodesmos mauritanicus, la disa o liam della tradizione contadina nebrodense: un cespuglio alto e resistente che i pastori raccoglievano e intrecciavano per farne corde. La disa è nota per la sua capacità di ricrescere dopo gli incendi, e svolge un ruolo essenziale nel consolidamento dei pendii più ripidi. In primavera, quando le temperature si abbassano e l’umidità aumenta, i versanti si riempiono di orchidee selvatiche, anemoni, primule, ciclamini, crochi, romelee. Ginestre e macchie di leccio colonizzano le spaccature più protette dei costoni. Il profumo che si sente camminando in questo periodo è qualcosa che difficilmente si dimentica.

I sentieri: tre percorsi ufficiali tra i borghi

Il Parco dei Nebrodi ha tracciato tre itinerari escursionistici ufficiali che partono dai borghi circostanti e salgono alle Rocche, tutti segnalati con tabelle in legno lungo il percorso. I sentieri si sviluppano in Zona A del Parco, la più protetta, e offrono tre diverse prospettive sulla formazione rocciosa.

Il primo parte da Portella Gazzana, presso Longi, attraversa le contrade di San Fantino, Sette Fontane, Rocca che Parla e Vorna, e arriva alla sorgente Malirò presso San Marco d’Alunzio. Circa sette chilometri di percorso a difficoltà medio-alta, con sorgenti lungo il cammino e vedute sulle grandi vallate. Il secondo parte dalla contrada Lemina Bacco di Alcara Li Fusi e raggiunge la contrada Vorna, da dove si può scegliere se proseguire verso Portella Gazzana o verso Malirò: circa 9 chilometri totali, difficoltà media. Il terzo sale dalla sorgente Malirò di San Marco d’Alunzio e risale verso la contrada Vorna, con possibilità di continuare verso Alcara Li Fusi o Portella Gazzana: altri 7 chilometri, difficoltà media.

Tutti e tre alternano tratti di prato aperto, brevi attraversamenti di zone boscate, pascoli con mucche, cavalli, capre e pecore al pascolo libero, e i lunghi tratti su roccia calcarea da cui si apre la vista sul Tirreno e, nelle giornate limpide, sulle Isole Eolie all’orizzonte. La vista sulle Eolie dal crinale delle Rocche è uno di quei panorami che giustificano da soli tutta la fatica della salita.

Per chi non vuole o non può affrontare il trekking a piedi, esistono servizi di trasporto in fuoristrada che partono dai pressi delle Cascate del Catafurco, il punto di accesso più frequentato della zona. Non è la stessa cosa, ma permette di raggiungere le quote più alte anche a chi ha meno allenamento.

Alcara Li Fusi e Longi: i borghi alle radici delle Rocche

Le Rocche del Crasto sono il fondale naturale di due borghi che meritano un giro anche indipendentemente dall’escursione. Alcara Li Fusi è un piccolo comune di circa mille abitanti sul versante messinese dei Nebrodi, con un centro storico medievale, la chiesa madre dedicata a San Pantaleone e una tradizione artigianale nei tessuti. Il nome curioso, Li Fusi, i fusi per la filatura, ricorda proprio quell’attività che per secoli caratterizzò le donne del paese. Longi è altrettanto piccolo e altrettanto integro, con le sue case in pietra affacciate su vicoli stretti e la vista sulle Rocche che domina tutta la parte nord del paese. Sono borghi rimasti fuori dai circuiti del turismo di massa, ancora vissuti e non solo esposti, dove fermarsi a mangiare qualcosa in uno dei locali familiari significa incontrare la Sicilia che non cambia.

COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Le Rocche del Crasto si trovano nel territorio dei Comuni di Alcara Li Fusi e Longi, provincia di Messina, all’interno del Parco Naturale dei Nebrodi.

🚗 In auto: da Messina, SS 113 verso Santo Stefano di Camastra, poi SP 157 verso Alcara Li Fusi o Longi (circa 90 km). Da Palermo: autostrada A20 fino a Sant’Agata di Militello, poi verso l’entroterra seguendo le indicazioni per i Nebrodi.

🥾 Trekking: tre sentieri ufficiali del Parco dei Nebrodi in Zona A. Partenze da Portella Gazzana (Longi), contrada Lemina Bacco (Alcara Li Fusi) e sorgente Malirò (San Marco d’Alunzio). Lunghezza 7-9 km, difficoltà media. Scarpe da trekking obbligatorie.

🚙 Fuoristrada: servizio di trasporto guidato disponibile nei pressi delle Cascate del Catafurco per chi non vuole affrontare il percorso a piedi.

🦅 Fauna: aquila reale sulla parete della Valle Calanna, grifoni sul versante nord-occidentale, corvi imperiali, falchi. Binocolo molto consigliato.

🌸 Periodo migliore: primavera (aprile-maggio) per la fioritura di orchidee, anemoni e ciclamini. Autunno per i colori del bosco. Estate per i panorami più nitidi sulle Eolie.

📞 Ente Parco dei Nebrodi: www.parcodeinebrodi.it per informazioni su sentieri, guide e condizioni del percorso.

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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