Cina, Russia, USA e Turchia si contendono l’Africa. L’Italia, con la sua posizione nel Mediterraneo, ha una carta da giocare. Ma il tempo stringe.
C’è un continente che si sta ridisegnando sotto i nostri occhi, e la maggior parte dei telegiornali europei fatica a raccontarlo davvero. L’Africa, con i suoi 54 Paesi, oltre 1,4 miliardi di abitanti e le riserve di materie prime più grandi del pianeta, è diventata il campo di battaglia della nuova geopolitica globale. Non con le armi, almeno non sempre. Ma con i soldi, le infrastrutture, la diplomazia silenziosa e, quando necessario, i mercenari.
Chi segue il mio blog sa che da anni racconto le crisi internazionali cercando di andare oltre la superficie. E questa storia, forse più di altre, merita di essere capita. Perché riguarda direttamente noi italiani, noi siciliani, noi mediterranei.
Gli attori in campo: una partita a scacchi globale
La Cina è arrivata per prima, con la sua Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, ha investito centinaia di miliardi in strade, porti, ferrovie e dighe in tutto il continente africano. Il modello è semplice: prestiti a tassi apparentemente vantaggiosi, in cambio di contratti per aziende cinesi e, spesso, accesso privilegiato alle risorse naturali. Cobalto, litio, petrolio, gas. I minerali che fanno girare il mondo digitale di domani.
La Russia ha scelto un’altra strada: più militare, più opaca. Attraverso il gruppo Wagner, oggi formalmente dissolto ma operativamente ancora presente sotto altre sigle, Mosca ha esteso la sua influenza nel Sahel, in Mali, Burkina Faso, Niger, Repubblica Centrafricana. In cambio di protezione ai governi locali, spesso golpisti, ottiene basi, risorse e influenza politica. Una presenza che ha accelerato il ritiro delle forze francesi dalla regione, segnando la fine di decenni di presenza coloniale post-indipendenza.
Gli Stati Uniti, dopo anni di relativo disinteresse, hanno rilancito la loro presenza con nuove basi militari e accordi commerciali. La competizione con la Cina spinge Washington a recuperare terreno perduto. E poi c’è la Turchia, che con una diplomazia agile e pragmatica, moschee, accordi militari, droni Bayraktar, si è ritagliata uno spazio significativo in Africa subsahariana e nel Maghreb.
L’Europa guarda, ma non vede
In questo scenario l’Europa arranca. La Francia, storicamente il potere dominante nell’Africa francofona, ha subìto una serie di umiliazioni diplomatiche e militari senza precedenti. Il Mali, il Niger, il Burkina Faso hanno cacciato i soldati francesi e guardano altrove. La Germania e gli altri Paesi europei non hanno mai avuto una strategia africana coerente.
E l’Italia? L’Italia ha una posizione geografica unica: è il Paese europeo più vicino all’Africa, con la Sicilia che dista appena 90 chilometri dalla Tunisia. Ha relazioni storiche con Libia, Tunisia, Etiopia, Eritrea, Somalia. Ha interessi energetici enormi attraverso ENI, presente in quasi venti Paesi africani. Eppure, per decenni, questa posizione privilegiata non si è tradotta in una vera strategia geopolitica.
Il Piano Mattei: promessa o realtà?
Il governo Meloni ha lanciato il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, presentato come un nuovo modello di cooperazione non predatoria tra l’Italia e il continente africano. Il nome è un omaggio a Enrico Mattei, il fondatore dell’ENI che negli anni Cinquanta propose agli africani un modello di partnership più equo rispetto a quello delle grandi compagnie anglosassoni, e che per questo, secondo molti storici, fu fatto assassinare.
Il piano prevede investimenti in energia rinnovabile, agricoltura, sanità, istruzione. L’idea di fondo è giusta: non aiuti ma partenariato, non assistenzialismo ma sviluppo condiviso. Ma la distanza tra le dichiarazioni di intenti e i fondi realmente stanziati rimane enorme. E nel frattempo, gli altri attori globali non aspettano.
Il nodo migratorio: cause e non sintomi
C’è un altro motivo per cui questa storia ci riguarda da vicino: i flussi migratori nel Mediterraneo sono, in larga parte, una conseguenza diretta dell’instabilità africana. Ogni golpe militare nel Sahel, ogni crisi economica amplificata dalle speculazioni sulle materie prime, ogni guerra per procura combattuta sul suolo africano produce profughi e migranti che, attraverso la Libia o la Tunisia, cercano di raggiungere le coste italiane.
Parlare di Africa non è fare geopolitica astratta. È capire perché ogni estate le notizie dal Mediterraneo si riempiono di naufragi e sbarchi. È capire che non esiste una soluzione al tema migratorio senza una stabilizzazione dell’Africa. E non esiste una stabilizzazione dell’Africa senza un’Europa che smetta di guardare altrove.
Cosa rischiamo se restiamo a guardare
Il rischio concreto per l’Europa, e per l’Italia in particolare, è di ritrovarsi esclusa da un continente che nei prossimi decenni sarà determinante per gli equilibri globali. L’Africa è il continente più giovane del mondo: nel 2050, un essere umano su quattro sarà africano. Le sue risorse naturali sono indispensabili per la transizione energetica. I suoi mercati, ancora in gran parte inesplorati, rappresentano una delle ultime grandi frontiere economiche.
Se la Cina costruisce le infrastrutture, la Russia fornisce la sicurezza e la Turchia coltiva le relazioni culturali e religiose, all’Europa resteranno solo i rimpianti e i problemi alle frontiere. La geopolitica non ammette vuoti: dove l’Europa si ritira, qualcun altro avanza.
Una riflessione finale
Raccontare queste storie è il motivo per cui ho iniziato a scrivere. Non per fare analisi fredde da centro studi, ma per cercare di capire — e aiutare chi mi legge a capire — il mondo che stiamo abitando. L’Africa non è lontana. È vicina. È già qui, nelle notizie di ogni giorno, nelle politiche europee, nel carburante delle nostre auto e nelle batterie dei nostri telefoni.
La domanda non è se l’Italia debba avere una politica africana. La domanda è se sarà capace di averla in tempo.
Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi
