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La guerra infinita. L’Iran, Kharg e il conto che pagheremo noi

Guerra Iran: Kharg e il conto che pagheremo noi

Trump annuncia vittoria, ma manda altri marines. Israele allarga il fronte, ma dice che non è abbastanza. Intanto il petrolio supera i cento dollari al barile, lo Stretto di Hormuz è un campo minato e una piccola isola nel Golfo Persico potrebbe cambiare le sorti del mondo. Compreso il nostro.

Come è cominciata: dal 7 ottobre a oggi

Per capire la guerra in Iran, bisogna tornare indietro. Non al 28 febbraio 2026, quando è esploso il conflitto attuale. Bisogna tornare al 7 ottobre 2023, quando Hamas attaccò Israele dal territorio di Gaza, uccidendo circa 1.200 persone in un solo giorno. Quell’attacco era figlio di una strategia regionale più ampia, quella dell’Asse della Resistenza guidato da Teheran: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, i miliziani Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria. Una rete di proxy armati e finanziati dall’Iran per tenere Israele sotto pressione su più fronti contemporaneamente.

Nei mesi successivi quella rete cominciò a sgretolarsi. La campagna militare israeliana a Gaza indebolì Hamas. In Libano, l’esercito israeliano colpì duramente Hezbollah, uccidendo il suo leader storico Hassan Nasrallah a settembre 2024. In Siria, la caduta del regime di Bashar al-Assad privò l’Iran di un alleato cruciale e di una via di transito per le sue armi. L’Asse della Resistenza, che per anni aveva rappresentato il principale strumento di pressione iraniana, si ritrovò ridimensionato e in difficoltà.

Nel frattempo la tensione diretta tra Iran e Israele era già esplosa due volte. Ad aprile e ad ottobre del 2024 ci furono scambi di droni e missili in entrambe le direzioni, senza danni catastrofici ma con un’escalation che sembrava irreversibile. E in sottofondo, da anni, la questione nucleare: l’Iran che continuava ad arricchire uranio, Israele che ripeteva di non poter permettere a Teheran di dotarsi di un’arma atomica, gli Stati Uniti che trattavano e minacciavano a seconda di chi c’era alla Casa Bianca.

La Prima Guerra dei dodici giorni: giugno 2025

La prima guerra diretta arrivò nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025. Israele sferrò un attacco a sorpresa, l’Operazione Rising Lion, contro siti nucleari, basi militari e, in modo controverso, edifici residenziali in Iran. L’obiettivo dichiarato era impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica. L’Iran rispose con oltre cento missili balistici, alcuni dei quali colpirono Tel Aviv e Gerusalemme causando vittime. Il nono giorno di guerra gli Stati Uniti entrarono direttamente nel conflitto, bombardando il sito nucleare sotterraneo di Fordow con le proprie bombe ad alta penetrazione, le uniche capaci di raggiungere quella profondità.

Il 24 giugno 2025 Trump impose il cessate il fuoco, mediando un accordo che lui stesso ribattezzò con soddisfazione Guerra dei Dodici Giorni. Ma l’accordo non risolse niente. Lasciò l’Iran ferito, umiliato, con la nuova leadership che cercava il modo di rispondere. E lasciò Israele convinto di aver fatto un lavoro a metà.

La Seconda Guerra: 28 febbraio 2026

Il 28 febbraio 2026, dopo settimane di tensione crescente, Israele e gli USA hanno effettuato un nuovo attacco di sorpresa, dando il via a una seconda guerra contro l’Iran. Questa volta il colpo fu più duro. Nei primi 12 giorni della guerra sono stati colpiti otto volte più obiettivi rispetto alla guerra di 12 giorni dell’anno scorso. Il primo giorno dell’offensiva l’Ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, fu ucciso insieme ad altri membri della sua famiglia. Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema, ha riportato ferite gravi nel raid e non è ancora apparso in pubblico.

Gli Stati Uniti hanno colpito oltre 5.500 obiettivi all’interno del Paese, tra cui oltre 60 navi, secondo il comandante del Centcom. Nel frattempo l’Iran ha risposto come poteva: bloccando lo Stretto di Hormuz al traffico delle petroliere, attaccando basi americane in Kuwait e Bahrain, lanciando droni e missili contro gli Emirati, il Qatar e l’Oman, colpendo persino una base italiana a Erbil. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, in crescita del 10% in pochi giorni.

La verità che Trump non dice

Pubblicamente Trump continua a dichiarare vittoria. Ma poche ore dopo che il presidente aveva detto a un giornalista che la campagna militare era praticamente completata, Netanyahu ha ribadito i suoi obiettivi massimalisti per la guerra. La distanza tra le due posizioni è ormai evidente a tutti. Tra Washington e Tel Aviv stanno emergendo differenze profonde sui tempi e sulle condizioni per la fine del conflitto.

Nel frattempo i fatti dicono altro rispetto alle dichiarazioni. Il Pentagono sta spostando 5.000 marines e altre navi da guerra in Medio Oriente, con tre navi anfibie e circa venti caccia di quinta generazione F-35B. E l’esercito israeliano ha dichiarato di disporre ancora di un vasto serbatoio di obiettivi in Iran, in apparente contrasto con le recenti dichiarazioni di Trump secondo cui resterebbero ormai pochissimi bersagli da colpire.

Chi dice la verità? Probabilmente entrambi, a modo loro. Trump vuole uscire dal conflitto alle sue condizioni e dichiara vittoria per non sembrare intrappolato in un’altra guerra infinita del Medio Oriente. Netanyahu ha obiettivi più ampi, vuole il cambio di regime a Teheran, e ha tutto l’interesse a che la guerra continui finché l’Iran non sarà, nelle sue parole, neutralizzato.

L’isola di Kharg: la bomba economica nel Golfo

Ma la vera notizia delle ultime ore, quella che fa tremare i mercati e i governi europei, è un’altra. Si chiama Kharg, ed è un’isola di appena otto chilometri nel Golfo Persico. Da quei siti transita circa il 90% di tutto il greggio dell’Iran. È circondata da acque profonde, una rarità nel Golfo, che permettono l’attracco delle superpetroliere. Normalmente da Kharg transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili di petrolio al giorno. Distruggerla significherebbe strangolare economicamente il regime di Teheran nel giro di settimane.

Finora Kharg era rimasta intatta. Washington aveva tracciato una linea rossa intorno all’isola, consapevole del rischio. Poi Trump ha annunciato attacchi sull’isola, spiegando però di non aver voluto colpire le infrastrutture petrolifere, ma minacciando di poter cambiare idea se l’Iran dovesse interferire con il passaggio libero delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz. In pratica: i raid si sono finora concentrati sugli obiettivi militari dell’isola, risparmiando le infrastrutture petrolifere. Ma la minaccia di colpire anche quelle è esplicita. E l’Iran ha già risposto per le rime, promettendo di ridurre in cenere le infrastrutture petrolifere ed energetiche legate agli Stati Uniti in Medio Oriente.

Il rischio è una spirale: se gli USA colpiscono le infrastrutture di Kharg, l’Iran attacca quelle petrolifere degli Emirati, del Kuwait, dell’Arabia Saudita. Se l’Iran chiude definitivamente lo Stretto di Hormuz, per cui passa il 20% della produzione mondiale di idrocarburi, il mondo si ritrova di fronte a uno shock energetico di proporzioni storiche. Secondo alcuni analisti, un attacco a Kharg potrebbe far salire i prezzi del petrolio fino a 150 dollari al barile.

Cosa significa per l’Europa e per noi

Fino a qui abbiamo parlato di guerra. Adesso parliamo di quello che tocca direttamente le nostre tasche, i nostri risparmi, la nostra vita quotidiana. L’Europa non combatte in questa guerra. Ma la paga. E la pagherà sempre di più.

Il primo effetto è quello che già stiamo vivendo: il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile dopo anni che non succedeva. Per l’Italia, paese che importa quasi tutto il fabbisogno energetico, questo si traduce immediatamente in bollette più alte, carburante più caro, costi di trasporto e logistica che aumentano e si scaricano sui prezzi al consumo. In due settimane di guerra sono andati in fumo oltre 1.162 miliardi per le Borse europee. Non è un dato astratto: sono risparmi, fondi pensione, investimenti di milioni di europei.

Il secondo effetto è lo Stretto di Hormuz. Per ora è parzialmente bloccato dall’Iran, con mine piazzate nelle acque e attacchi alle petroliere. La Marina statunitense ha annunciato che inizierà a scortare le petroliere nel canale, ma scortare le navi non significa che il rischio sparisce: significa che ogni petroliera diventa un potenziale obiettivo in una zona di guerra. Le compagnie di assicurazione lo sanno, e i premi schizzano verso l’alto. Quel costo finisce sul prezzo del greggio, che finisce sul prezzo della benzina, che finisce sul prezzo di tutto.

Il terzo effetto riguarda il commercio. Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz non sono solo una rotta per il petrolio. Sono un corridoio per le merci. Le compagnie aeree della regione operano già tra il 7 e il 58% dei voli rispetto a prima del conflitto. Le rotte marittime vengono deviate, i tempi di consegna si allungano, i costi logistici aumentano. Per un paese come l’Italia, con un’economia manifatturiera e di export come la nostra, ogni interruzione delle catene globali di approvvigionamento si sente.

Il quarto effetto è il gas. L’Italia ha ridotto la dipendenza dal gas russo dopo il 2022, diversificando le forniture verso Nord Africa, Azerbaijan e soprattutto i terminali di GNL. Ma ogni instabilità nel Golfo Persico spinge verso l’alto il prezzo del GNL sui mercati globali, perché riduce la disponibilità e aumenta la concorrenza tra acquirenti. Qatar ed Emirati Arabi, due dei principali produttori di GNL del mondo, stanno già subendo attacchi iraniani. Se la situazione peggiora, il nostro inverno 2026-2027 rischia di essere molto più costoso del previsto.

La partita che si gioca sopra le nostre teste

C’è una cosa che mi colpisce, leggendo le notizie di questi giorni. Non è solo una guerra tra Israele e Iran, o tra USA e Iran. È una guerra in cui si gioca una partita molto più grande, e in cui l’Europa è spettatrice. La Russia, che per due anni è stata sotto sanzioni occidentali per l’invasione dell’Ucraina, si ritrova in una posizione vantaggiosa: con il petrolio del Golfo in difficoltà, il suo greggio diventa ancora più prezioso. La Cina, principale acquirente del petrolio iraniano, si trova in una posizione delicata: vuole il petrolio di Teheran a prezzo scontato ma non vuole essere trascinata in un conflitto con Washington. E gli USA si ritrovano esattamente nel posto da cui volevano uscire, con più soldati, più navi e una guerra senza una fine chiara.

Abbiamo già vissuto questa scena. Nel 2022, con la guerra in Ucraina, ci siamo trovati impreparati di fronte a uno shock energetico che avevamo costruito noi stessi con decenni di dipendenza da un solo fornitore. Adesso la storia si ripete, con attori diversi ma con la stessa vulnerabilità di fondo: un’Europa che dipende dall’energia degli altri e che subisce le guerre che gli altri decidono di fare. La prossima bolletta del gas ce lo ricorderà.

QUALCHE NUMERO PER CAPIRE

Stretto di Hormuz: vi transita il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e circa un terzo del commercio mondiale via mare di GNL.

Isola di Kharg: 8 km quadrati, 90% delle esportazioni di petrolio iraniane, 1,3-1,6 milioni di barili al giorno in condizioni normali.

Petrolio: il Brent ha già superato i 100 dollari al barile. Prima della guerra era intorno ai 75 dollari.

Borse europee: 1.162 miliardi di capitalizzazione bruciati in due settimane di conflitto.

Marines USA in arrivo: 5.000, con 3 navi anfibie e 20 caccia F-35B, diretti in Medio Oriente. La guerra non sta finendo.

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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