Dodici apostoli in pietra guardano chi sale la scalinata. Non la chiamano apostoli, a Modica. La chiamano i Santoni. Ed è da quella scalinata, da quei guardiani di pietra, che comincia la storia di una chiesa che per secoli ha osato competere con San Giorgio.
La chiesa del popolo contro la chiesa dei nobili
Modica è una città doppia. Non solo nella geografia, con Modica Alta e Modica Bassa separate dalla collina e unite dalla scalinata. È doppia nell’anima, nella storia, nella devozione. Da un lato San Giorgio, la chiesa che i Conti di Modica finanziarono con la loro ricchezza, la chiesa della nobiltà, quella che domina dall’alto della collina e si vede da tutta la città. Dall’altro San Pietro, la chiesa della città bassa, quella che crebbe insieme al quartiere popolare che si sviluppava lungo il corso, quella che il popolo modicano si intestò come sua, difendendola per secoli contro le pretese di primato dell’altra.
La rivalità tra le due chiese madri di Modica non è una leggenda romantica inventata dalle guide turistiche. È un fatto storico documentato, una contesa secolare che coinvolse papi, re, vescovi, capitoli ecclesiastici e migliaia di fedeli appassionati. Per secoli, i parrocchiani di San Pietro e quelli di San Giorgio si guardarono con quella diffidenza cordiale e competitiva che solo i modicani sanno coltivare con eleganza. La disputa si risolse, almeno formalmente, nel 1797, quando un decreto reale di Carlo III di Borbone dichiarò San Pietro chiesa madre al pari di San Giorgio, mettendo fine alla secolare contesa. Ma a Modica, si sa, certe rivalità non finiscono mai del tutto.
Questa è la storia di San Pietro. La chiesa che sta in basso, quella che incontri passeggiando sul Corso Umberto I, quella che non bisogna salire per trovare ma che ti viene incontro, con la sua scalinata e i suoi dodici guardiani di pietra, mentre cammini per la città più barocca della Sicilia.
Le origini: da San Marziano al Trecento
Le origini di San Pietro sono avvolte in quella nebbia piacevole che avvolge quasi tutte le storie siciliane antiche, dove la tradizione e la storia si mescolano senza che nessuno abbia voglia di separarle troppo nettamente. La tradizione più antica vuole che la chiesa abbia legami con San Marziano, discepolo diretto di San Pietro e primo vescovo di Siracusa, che avrebbe evangelizzato anche il territorio modicano nel I secolo dopo Cristo. A ricordo di questa tradizione, all’interno della chiesa si conserva ancora quello che viene chiamato la Cattedra di San Marziano, un blocco di calcare duro a forma di sedia vescovile che secondo la leggenda il santo fece seppellire davanti al fonte battesimale. La storia non può provarlo, ma il popolo di Modica ci crede da duemila anni, e questo conta almeno quanto un documento d’archivio.
Le prime attestazioni documentali risalgono al 1396, quando un documento vescovile ne attesta l’esistenza nel sito attuale. Ma lo storico secentesco Placido Carrafa, la stessa fonte preziosa che abbiamo già incontrato nella storia di Santa Maria del Gesù, colloca la prima edificazione tra il 1301 e il 1350. Nel 1480 è documentata la presenza di un altare dedicato a San Marziano, confermando il legame antico con il primo vescovo siracusano. Nel 1504 la chiesa viene perfezionata e ampliata. Nel 1597, con bolla papale di papa Clemente VIII, è elevata a collegiata. Stava crescendo, questa chiesa del popolo. Stava diventando qualcosa di importante.
Il 1693: il crollo e la rinascita
Come San Giorgio, come Santa Maria del Gesù, come quasi tutto quello che si vede a Modica oggi, San Pietro porta nel suo corpo le tracce del terremoto dell’11 gennaio 1693. La scossa devastò la chiesa, disperse i documenti storici, obbligò a ripartire quasi da zero. Quasi, perché alcune parti resistettero: la cappella laterale dedicata all’Immacolata, con la data del 1620 incisa su di essa, sopravvisse al sisma e si può ancora vedere oggi. È uno di quei dettagli che commuovono, la cappella che ha tenuto mentre tutto intorno cedeva.
La ricostruzione fu rapida e generosa, come quella di San Giorgio. I lavori furono affidati ai capomastri Rosario Boscarino di Modica e Mario Spada di Ragusa. I fondi arrivarono da più parti: dalla famiglia Mazzara, la cui matriarca Petra Mazzara lasciò per testamento nel 1666 risorse destinate alla ricostruzione, anticipando con lungimiranza quello che sarebbe stato necessario dopo il sisma; dal re Filippo IV di Spagna, che anche per questa chiesa rinunciò al tributo annuale della Contea; da altre famiglie nobili modicane che in San Pietro riconobbero la loro chiesa di quartiere. La ricostruzione partì nel 1697 e continuò per tutto il Settecento e l’Ottocento, in una serie di fasi costruttive diverse che ancora oggi si leggono nella facciata se si sa dove guardare.
I Santoni: dodici apostoli sulla scalinata
C’è una cosa che distingue San Pietro da qualsiasi altra chiesa di Modica, e da quasi qualsiasi altra chiesa della Sicilia. Non è la facciata, non è l’interno. È la scalinata. E più precisamente, sono loro: i Santoni.
I Santoni sono le dodici statue degli apostoli che fiancheggiano la scalinata monumentale su piedistalli, guardando dall’alto chi sale verso la chiesa. Sono opere in pietra calcarea di Salvatore Ammatuna e del suo apprendista Pietro Petracolo, realizzate nella seconda metà del Settecento. Sono grandi, imponenti, con quella qualità un po’ severa e un po’ solenne che i santi in pietra delle chiese barocche siciliane hanno quasi sempre. E hanno una particolarità che chi li conosce nota subito e che i turisti scoprono con sorpresa: al posto di Giuda Iscariota, il traditore, c’è San Paolo. Una sostituzione teologicamente comprensibile, umanamente simpatica, tipicamente siciliana nella sua praticità.
Il nome Santoni è puro dialetto modicano. Non apostoli, non statue, non sculture. Santoni, i grandi santi, con quell’accrescitivo che in siciliano porta sempre con sé un misto di rispetto e di affetto familiare. Li chiamiamo così da quando avevano appena finito di scolpirli, e così li chiameremo sempre. Durante la festa di San Pietro, il 29 giugno, i Santoni sono al centro di una processione che li porta a sfilare per le vie di Modica Bassa, portati a spalle dai devoti, mentre la città si ferma a guardarli passare.

La facciata: il barocco che cambia registro
Se la scalinata appartiene ai Santoni, la facciata appartiene a quella storia architettonica complessa e affascinante che la ricostruzione pluridecennale ha lasciato in eredità. E c’è una cosa importante da dire prima di tutto: a differenza di San Giorgio, la cui facciata risponde a un disegno sostanzialmente unitario nonostante i diversi autori, la facciata di San Pietro porta i segni visibili dei diversi momenti costruttivi. Chi la guarda con attenzione, chi sa cosa cercare, ci vede due linguaggi diversi che si sovrappongono senza del tutto fondersi.
Il primo ordine è tardo-barocco: lesene diamantate, tre grandi portali con timpani spezzati, il portale centrale sormontato dall’iscrizione MATER ECCLESIA, una qualità decorativa ricca ma composta. Il secondo ordine tira verso il neoclassico, più sobrio, più misurato, con la finestra centrale incorniciata da decorazioni barocche che sembra voler mediare tra i due stili. E sopra tutto, nella stele del terzo ordine, il fregio di Gesù Cristo in trionfo su raggiera, sormontato da volute, sfera e croce apicale in ferro battuto. Le quattro statue del secondo ordine, da sinistra a destra, raffigurano San Cataldo, la Madonna Immacolata, San Marziano e Santa Cirilla, quella santa di cui la chiesa custodisce anche un’urna reliquiaria d’argento del 1643.
Questo dialogo tra barocco e neoclassico, questa facciata che racconta la sua storia nei dettagli invece di presentare un fronte compatto e univoco, è forse la cosa più onesta che San Pietro possa offrire al visitatore attento. Non è la perfezione verticale di Gagliardi. È qualcosa di più umano, di più stratificato, di più reale.

L’interno: marmi, affreschi e i Santoni che tornano
Superati i portali, ci si trova in uno spazio a tre navate scandito da quattordici colonne con capitelli corinzi, luminoso e arioso grazie alle grandi finestre laterali che lasciano entrare la luce meridionale con generosità. Il pavimento, completato nel 1864, è un capolavoro di marmo bianco intarsiato con marmi colorati e pece nera che crea un effetto visivo quasi orientale. La volta è affrescata con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, medaglioni con santi e dottori della chiesa, opera del pittore locale Giambattista Ragazzi e di suo figlio Stefano, che completò il ciclo.
Le cappelle laterali sono un mondo da esplorare con calma. La Cappella Mazzara, nella navata destra accanto al fonte battesimale, custodisce una collezione di tesori artistici risalenti al XVI secolo: calici, ostensori, dipinti e statue, e i quattro altari barocchi finanziati dalla famiglia che tanto diede a questa chiesa. La cappella dell’Immacolata, quella che sopravvisse al terremoto del 1693, conserva ancora il suo impianto tardogotico con il fonte battesimale in pietra incastonato nella parete e gli archi a crociera che reggono le volte. È la parte più antica della chiesa, quella che porta nel suo corpo la memoria dei secoli precedenti al disastro.

Sull’altare maggiore campeggia la statua dell’Immacolata del napoletano Pietro Padula, realizzata tra il 1773 e il 1775 insieme alle statue di San Pietro e San Paolo ai lati. Nella navata destra il gruppo ligneo di San Pietro e il paralitico del 1893, opera dello scultore palermitano Benedetto Civiletti, è il pezzo che ogni 29 giugno viene portato in processione serale per le vie di Modica Bassa. È una scultura di grande qualità, dinamica nella composizione, capace di trasmettere ancora oggi tutta la forza del miracolo che rappresenta.
Il campanile incompiuto e la campana Petra
C’è un elemento di San Pietro che si nota subito e che incuriosisce: il campanile quadrangolare sembra tronco, incompiuto, come se mancasse qualcosa nella parte alta. Ed è esattamente così. Il campanile non ha mai ricevuto la cupola prevista dal progetto originario, rimasta sulla carta per ragioni che probabilmente hanno a che fare con i soliti problemi di fondi e di tempo che caratterizzano la storia edilizia di quasi tutte le chiese siciliane.
Eppure quello che c’è vale più di molte cupole finite. All’interno del campanile suonano quattro campane di diversa dimensione e sonorità. La più grande si chiama Petra, come la pietra su cui Cristo fondò la sua chiesa e come il nome dell’apostolo a cui questa chiesa è dedicata. È una delle campane più grandi di Modica, e il suo suono nelle feste patronali si diffonde per tutta la città bassa con quella qualità bassa e rotonda che le campane grandi hanno e che si sente nel corpo prima ancora che nelle orecchie.

La visione dall’alto della scalinata
C’è un gesto che consiglio a chiunque visiti San Pietro: salire la scalinata fino in cima, tra i Santoni, e poi girarsi. Non guardare la facciata, non ancora. Guardare davanti, verso la collina che fronteggia la chiesa. Da lassù si vede il quartiere Cartellone, quello che per secoli fu abitato dagli Ebrei di Modica fino al 1492, quando il decreto di Ferdinando il Cattolico li espulse dalla Sicilia insieme a tutti gli ebrei del Regno di Spagna. Non è rimasto quasi niente di quella comunità, se non la toponomia e questa prospettiva, questo sguardo dall’alto della scalinata di San Pietro verso il quartiere dove per secoli la comunità ebraica aveva costruito la sua vita nella Contea più potente del Mediterraneo.
Poi ci si gira verso la facciata, si guardano i Santoni da vicino, ci si siede un momento sui gradini come fanno i modicani nelle sere d’estate. E si capisce che questa chiesa, quella del popolo, quella che stava in basso mentre San Giorgio stava in alto, quella che combatté per secoli per ottenere il riconoscimento che meritava, alla fine ha vinto la sua battaglia. Non contro San Giorgio, che è semplicemente troppo bella per avere rivali. Ma contro il tempo, contro i terremoti, contro l’oblio. E questo, per una chiesa vecchia di settecento anni, è la vittoria più importante.
| COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Dove si trova Corso Umberto I, Modica Bassa, Ragusa. Nel cuore del centro storico, lungo il corso principale, raggiungibile a piedi da qualsiasi punto di Modica Bassa. Non richiede scalinate impegnative come San Giorgio. 🚗 Come arrivare a Modica Da Ragusa: SS514 direzione Modica, circa 15 km. Da Catania: A18 uscita Rosolini, poi SS115, circa 100 km. Da Siracusa: SS115 direzione Ragusa, circa 60 km. Da Comiso aeroporto: circa 25 km. Parcheggi in Piazza Matteotti e nelle vie limitrofe. 🕘 Orari di visita Aperta tutti i giorni. Orario indicativo: 9:00-12:30 e 15:30-19:00. Si consiglia di verificare prima della visita. Ingresso gratuito. 🏛️ Cosa vedere La scalinata con i dodici Santoni di Ammatuna e Petracolo, la facciata tardo-barocca con le quattro statue del secondo ordine, l’interno a tre navate con il pavimento marmoreo del 1864, la volta affrescata dei Ragazzi, la Cappella Mazzara, la Cappella dell’Immacolata con l’impianto tardogotico superstite, il gruppo ligneo di San Pietro e il paralitico di Benedetto Civiletti (1893), la statua dell’Immacolata di Pietro Padula (1773-75). 📅 Quando andare Tutto l’anno. Il 29 giugno per la Festa di San Pietro con la processione serale del gruppo scultoreo di Civiletti. La Settimana Santa per le processioni dei Misteri. La sera per il Corso Umberto I animato e la scalinata illuminata. 🌿 Nei dintorni Duomo di San Giorgio (Modica Alta, 250 gradini), Santa Maria del Gesù con il chiostro gotico (Modica Alta), Castello dei Conti di Modica, Palazzo degli Studi con il busto di Carlo Papa di Civiletti, Corso Umberto I con le pasticcerie di cioccolato. 📸 Consiglio fotografico La scalinata con i Santoni è fotogenica in qualsiasi luce. La sera, con le luci della città che si accendono e il campanile illuminato, è il momento migliore. Dal basso del Corso, per avere la scalinata e la facciata in un unico scatto. |
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
