Un maestro elementare emigrato in Brianza che nelle nebbie del Nord capì che la Sicilia stava perdendo se stessa. E decise di salvarla, un oggetto alla volta, per trent’anni. Questo è Antonino Uccello. Questo è il museo più importante che nessuno conosce.
Palazzolo Acreide e il tesoro nascosto
Palazzolo Acreide è uno di quei borghi siciliani che meriterebbero molto più turismo di quello che ricevono. Siede sui Monti Iblei, in provincia di Siracusa, a 670 metri sul livello del mare, con un centro storico barocco patrimonio UNESCO e sotto di sé le rovine di Akrai, una delle prime colonie siracusane, fondata nel 664 avanti Cristo. Ha il teatro greco, ha le latomie, ha i Santoni, dodici figure rupestri in bassorilievo di epoca ellenistica dedicate alla dea Cibele che non hanno eguali in Sicilia. Ha tutto, eppure continua a restare nell’ombra delle città più famose del Val di Noto.
In questo borgo discreto e bellissimo, in una delle strade strette del centro storico, si trova uno dei musei più particolari e più importanti di tutta la Sicilia. Si chiama Casa Museo Antonino Uccello, ed è un luogo in cui non si va a guardare reperti lontani e incomprensibili. Si va a vedere se stessi, se si è siciliani. Si va a capire da dove si viene, se non lo si sa ancora.
Chi era Antonino Uccello
Antonino Uccello nacque a Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa, l’11 settembre 1922. Figlio di una famiglia modesta, compì gli studi magistrali a Noto, e nel 1944 sposò Anna Caligiore, la donna che avrebbe condiviso con lui l’avventura di una vita intera. Nel 1947, ancora ventenne, emigrò in Lombardia per insegnare nelle scuole elementari della Brianza.
Era il dopoguerra. Il Nord industriale chiamava i meridionali a milioni, e i meridionali andavano. Lasciavano paesi, famiglie, tradizioni, oggetti, lingue. Portavano con sé solo quello che entrava in una valigia, e lasciavano il resto a sparire lentamente, soffocato dall’oblio e dalla modernità che avanzava. Uccello visse questa migrazione da una posizione privilegiata e dolorosa al tempo stesso: era andato via, ma non aveva dimenticato. Anzi, la distanza lo aveva reso più acuto, più capace di vedere quello che chi restava non vedeva più perché ci aveva fatto il callo.
Nelle nebbie della Brianza, lontano dalla sua Sicilia, Antonino Uccello capì una cosa semplice e urgente: un mondo stava finendo. La civiltà contadina siciliana, quella che aveva modellato l’isola per secoli, stava sparendo nel giro di una generazione. Gli oggetti di quella civiltà, i mestieri, i canti, le tradizioni, i riti, si stavano disperdendo senza che nessuno li raccogliesse. E decise che avrebbe fatto lui quello che nessun altro stava facendo.
Il poeta che divenne antropologo
Prima di essere un etnografo, Uccello fu un poeta. E non un poeta qualsiasi: in Lombardia frequentò i cenacoli culturali milanesi che si stringevano intorno a Elio Vittorini, uno degli intellettuali più importanti dell’Italia del dopoguerra. Conobbe Ernesto Treccani, Piero Chiara, Tono Zancanaro. Si formò in un ambiente culturale vivace, influenzato dal pensiero gramsciano, da quella visione della cultura popolare come espressione autentica delle classi subalterne che Antonio Gramsci aveva teorizzato dai Quaderni del carcere.
In quegli anni pubblicò le prime raccolte di poesie: Triale nel 1957, La notte dell’Ascensione nel 1958. Nel 1959, per i tipi del grande editore milanese Vanni Scheiwiller, pubblicò Canti del Val di Noto: poesia popolare siciliana, una raccolta che segnò il punto di svolta della sua vita. Era ancora poesia, ma era già etnografia. Era ancora letteratura, ma era già ricerca sul campo. I due percorsi, quello del poeta e quello dell’antropologo, da quel momento corrono paralleli, si alimentano a vicenda, diventano una cosa sola.
Collaborò con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e con il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare di Roma, raccogliendo e documentando canti popolari siciliani di ogni tipo: dai canti risorgimentali a quelli dei carcerati, dal repertorio infantile ai canti dei contadini durante la mietitura. Era un lavoro di documentazione paziente, sistematico, condotto durante le vacanze estive quando tornava in Sicilia, paese per paese, casa per casa, ascoltando gli anziani che ancora ricordavano quello che i giovani avevano già dimenticato.
L’idea nata dal dolore della lontananza
L’idea della Casa Museo nacque esattamente da quel dolore specifico che conosce chi è lontano da casa e sa che quello che ha lasciato sta cambiando troppo in fretta. Uccello cominciò a raccogliere oggetti durante le sue campagne di ricerca nell’area iblea, li portava con sé in Brianza, li esponeva in mostre presso gallerie del Nord. Cucchiai di legno intagliati dai contadini, presepi in legno d’arancio, elementi decorativi dei carretti siciliani, chiavi di ferro, collari per animali. Oggetti che per il pubblico lombardo erano curiosità esotiche, manufatti di un mondo lontano e affascinante. Per lui erano frammenti di identità, testimonianze di una civiltà che stava scomparendo.
Erano gli anni in cui Ernesto De Martino, il grande etnologo italiano, stava rivoluzionando gli studi sul Sud con opere come Sud e Magia e La terra del rimorso. Il clima culturale era quello: c’era un’attenzione nuova, seria, scientifica verso la cultura materiale delle popolazioni meridionali, verso quei saperi e quelle pratiche che la modernità stava cancellando con una velocità che sembrava indecente. Uccello si inseriva in quel filone con una sua specificità: non era solo un ricercatore che studiava gli altri. Era uno di loro, qualcuno che studiava il proprio mondo, con tutta la passione e il dolore che questo comporta.
1964: l’acquisto del palazzo, 1971: l’inaugurazione
Nel 1961 Uccello tornò definitivamente in Sicilia, a Palazzolo Acreide. Aveva accumulato in anni di ricerca una quantità enorme di materiale, oggetti, documenti, registrazioni, fotografie. Aveva bisogno di un luogo dove custodire tutto questo, dove dargli una forma, dove renderlo fruibile. Nel 1964 acquistò, a un prezzo accessibile, un’ala del Palazzo Ferla-Bonelli, un edificio settecentesco nel centro storico di Palazzolo Acreide. Era un acquisto coraggioso per un maestro elementare con uno stipendio ordinario, ma Uccello sapeva quello che stava facendo.
Per sette anni lavorò all’allestimento del museo. Non come un curatore museale che sistema le collezioni nelle teche, ma come qualcuno che voleva ricostruire un mondo. La sua idea era radicale per l’epoca: non un museo dei ricordi, non un museo della nostalgia, non un luogo in cui gli oggetti vengono esposti in modo asettico come reperti di una civiltà morta. Voleva una casa viva, un luogo in cui gli oggetti fossero contestualizzati negli ambienti in cui erano stati usati, in modo che il visitatore capisse non solo cosa erano, ma come si usavano, chi li aveva usati, che vita ci stava intorno.
Il 26 settembre 1971, Antonino Uccello inaugurò la Casa Museo di Palazzolo Acreide. Non era solo un museo. Era, come lui stesso la definì, un anti-museo: una casa della civiltà contadina, vissuta come un servizio sociale. Una dichiarazione di metodo che era anche una dichiarazione politica: la cultura popolare non è un reperto da conservare, è una risorsa da condividere.

Gli ambienti: un viaggio nel mondo contadino ibleo
Entrare nella Casa Museo Antonino Uccello è fare un passo indietro nel tempo. Non nel tempo mitologico dei musei storici, ma in un tempo riconoscibile, vissuto, che molti visitatori siciliani di una certa età riconoscono perché lo hanno sfiorato nell’infanzia.
L’atrio di ingresso accoglie il visitatore con una collezione di piatti in ceramica di Caltagirone disposti alle pareti, una prima suggestione visiva che prepara all’esperienza degli ambienti successivi. Ci sono sculture in pietra raffiguranti angeli, elementi architettonici, frammenti di portali e mensole di balconi. È un ingresso che non ha niente di neutro: già dall’entrata si capisce che questo non è un museo qualsiasi.
Al piano terra si trovano gli ambienti più spettacolari del museo. La casa ri stari, la casa di abitazione del contadino, ricostruita con tutto il mobilio e gli oggetti domestici autentici: il forno a legna con gli attrezzi per la panificazione, la fornacella per fare la ricotta e il formaggio, il telaio a pedale con gli strumenti per la filatura. È un ambiente in cui si sente fisicamente come si viveva, come si lavorava, quali erano i ritmi e i gesti di una vita che non aveva niente di romantico ma aveva tutto della dignità.
Il maiazzè, il magazzino, custodisce le derrate alimentari, il vino, l’olio, il frumento, insieme agli attrezzi di lavoro agricolo. Il frantoio è una ricostruzione fedele di un antico impianto per la produzione dell’olio, con la macina in pietra, i torchi, i contenitori. La sala dell’Opera dei Pupi espone cartelloni originali degli spettacoli itineranti, pupi in tutto il loro splendore, le attrezzature del puparo. Il teatro dei pupi, patrimonio immateriale UNESCO, ha qui una delle sue rappresentazioni più complete e meglio documentate.
Le pitture su vetro, i presepi, gli ex voto
Tra le collezioni più preziose della Casa Museo c’è quella delle pitture su vetro. Sono immagini sacre, ritratti, scene di vita quotidiana, realizzate su vetro con una tecnica che richiedeva maestria e pazienza straordinarie: il pittore doveva dipingere al contrario, partendo dal primo piano e aggiungendo gli sfondi in seguito, perché l’opera si sarebbe vista dal lato opposto a quello dipinto. Le pitture su vetro siciliane sono un genere artistico popolare di grande qualità, quasi completamente scomparso nel corso del Novecento. La raccolta di Uccello è una delle più importanti d’Italia.
La collezione di presepi è un’altra delle meraviglie del museo. Ci sono presepi in legno d’arancio, in cera, in cartapesta, in terracotta, alcuni minuscoli, altri di dimensioni considerevoli. Ognuno porta con sé una storia di artigianato, di devozione, di quella fantasia popolare che sa trasformare materiali poveri in oggetti di straordinaria bellezza. Le sculture in cera, in particolare, sono opere di una delicatezza tecnica che stupisce ancora oggi gli esperti di arte popolare.
Gli ex voto meritano una riflessione a parte. Sono le testimonianze visive delle grazie ricevute, quei dipinti naif su lamina di metallo o su tela in cui chi aveva avuto uno scampato pericolo o una guarigione inaspettata ringraziava il santo di riferimento con un’immagine che documentava il momento del miracolo. Sono documenti storici, sociologici, artistici e spirituali al tempo stesso. Uccello li aveva raccolti in numero straordinario, riconoscendo in loro qualcosa che le istituzioni culturali ufficiali tendevano a ignorare: un’arte vera, prodotta da persone vere, che diceva cose vere sulla vita e sulla morte.

La casa di Icaro: il museo come metafora
Nel 1980, un anno dopo la morte di Uccello, fu pubblicato postumo il volume La casa di Icaro, curato da Salvatore Silvano Nigro. Il titolo è una metafora densa di significati. Icaro è il figlio di Dedalo che volò troppo vicino al sole e precipitò nel mare. La casa di Icaro è il luogo da cui si parte, quello a cui si cerca di tornare, quello che resta quando il volo finisce.
Lo scrittore Salvatore Silvano Nigro, uno degli intellettuali siciliani più acuti della sua generazione, scrisse di Uccello parole che restano: Antonino Uccello, nella sua casa di Icaro, aveva voluto un luogo in cui tutti ritrovassero qualcosa che ritenevano definitivamente perduta: la casa della propria infanzia, della propria terra lontana. Aveva saputo predisporre una lettura polisemica: museo e anagramma del desiderio insieme.
Museo e anagramma del desiderio insieme. È la definizione più bella che si possa dare di questo luogo. Perché la Casa Museo Antonino Uccello non è solo un museo etnografico. È il luogo in cui la Sicilia contadina del Novecento ha trovato la sua memoria permanente, grazie all’ostinazione di un maestro elementare emigrato in Brianza che non aveva dimenticato da dove veniva.
Le pubblicazioni: una vita di ricerca scritta
Parallelamente al lavoro di raccolta e allestimento del museo, Uccello non smise mai di scrivere. La sua bibliografia è quella di uno studioso prolifico e appassionato, che toccò quasi tutti gli aspetti della cultura materiale e immateriale siciliana.
Tra i titoli principali: Canti del Val di Noto (1959), Risorgimento e società nei canti popolari siciliani (1961), Carcere e mafia nei canti popolari siciliani (1965), Pitture su vetro del popolo siciliano (1968), Folklore siciliano nella Casa Museo di Palazzolo Acreide (1972), La civiltà del legno in Sicilia (1973), Pani e dolci di Sicilia (1976), Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano (1976), Tessitura popolare in Sicilia (1978), Il presepe popolare in Sicilia (1979). Postumi apparvero Bovari-Pecorai-Curatoli. Cultura casearia in Sicilia (1980) e La casa di Icaro (1980). Una bibliografia che è anche una mappa dell’identità siciliana, tracciata da un uomo che quella identità la amava troppo per lasciarla andare.
Antonino Uccello morì a Palazzolo Acreide il 29 ottobre 1979, a soli cinquantasette anni. Fu sepolto a Canicattini Bagni, il paese in cui era nato. La moglie Anna Caligiore, i figli e i nipoti continuarono dopo di lui a rendere viva la memoria del museo e del suo fondatore. Nel 1983 la Regione Siciliana acquisì la Casa Museo, garantendone la sopravvivenza istituzionale.

Oggi: un museo che aspetta di riaprire
C’è una notizia che bisogna dare con onestà, perché un articolo che non la dice non serve al lettore che vuole programmare una visita. La Casa Museo Antonino Uccello è chiusa al pubblico dall’aprile del 2022. La chiusura è legata a lavori di riqualificazione e restauro finanziati dalla Regione Siciliana, progetto denominato Palazzolo Acreide: Lavori di riqualificazione e restauro della Casa Museo regionale Antonino Uccello. I lavori sono stati avviati, ma al momento non è stata comunicata una data di riapertura.
È una notizia che fa dispiacere, perché questo museo meriterebbe molto più pubblico di quello che ha sempre avuto, e la chiusura prolungata non aiuta. Ma è anche una notizia che porta con sé una speranza: quando riaprirà, sarà un museo rinnovato, restaurato, probabilmente con allestimenti aggiornati che potranno raggiungere un pubblico più ampio, comprese le generazioni più giovani che Uccello aveva sempre tenuto in mente come destinatari privilegiati del suo lavoro.
Questa è anche la Sicilia: opere incompiute da decenni, come la Siracusa-Gela, autostrade Catania-Palermo un cantiere sempre aperto, Catania-Messina tra frane ed erbacce in corsia, peccato davvero!
Prima di pianificare una visita, verificate lo stato di apertura contattando direttamente il museo o la Regione Siciliana. E comunque, anche se il museo fosse ancora chiuso, Palazzolo Acreide vale la visita per mille altre ragioni: il centro storico barocco, il teatro greco di Akrai, i Santoni rupestri, i ristoranti con la cucina iblea. E quando la Casa Museo riaprirà, aggiungetela in cima alla lista.
| COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Dove si trova Via Machiavelli 19, Palazzolo Acreide (SR). Nel centro storico del borgo, a pochi minuti a piedi dalla piazza principale. Palazzolo Acreide si trova a circa 45 km da Siracusa, 80 km da Ragusa, 90 km dall’aeroporto di Catania Fontanarossa. 🚗 Come arrivare Da Siracusa: SS124 direzione Palazzolo Acreide, circa 45 km in un’ora. Da Ragusa: SS194 e SS124, circa 80 km. Da Catania: A18 o A19 con deviazione sulla SS124. Parcheggio disponibile nelle piazze del centro. ⚠️ Stato del museo Il museo è chiuso al pubblico dall’aprile 2022 per lavori di restauro e riqualificazione finanziati dalla Regione Siciliana. Prima di pianificare una visita, verificare lo stato di apertura contattando il museo al tel. 0931 881499 o via email: casamuseouccello@regione.sicilia.it 🏛️ Cosa vedere al museo (quando aperto) La casa ri stari con forno a legna e telaio, il maiazzè, il frantoio ricostruito, la sala dell’Opera dei Pupi con cartelloni e pupi originali, la collezione di pitture su vetro, i presepi in legno d’arancio, cera e terracotta, gli ex voto, le ceramiche di Caltagirone, gli abiti tradizionali, gli strumenti musicali popolari, la stanza del massaro con mobilio originale. 🌿 Cosa vedere a Palazzolo Acreide Teatro greco di Akrai (IV sec. a.C.), Santoni rupestri ellenistici dedicati a Cibele, centro storico barocco UNESCO, Chiesa Madre di San Nicolò, Basilica di San Sebastiano, Museo Archeologico Gabriele Judica. 📅 Quando andare Tutto l’anno per il borgo e il sito archeologico. Per il museo, verificare la riapertura. Agosto per il Festival Internazionale di Teatro Classico dei Giovani. Estate per le serate nel centro storico. |
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
