A Lampedusa, a venti minuti a piedi da tutto, c’è un luogo che non assomiglia a niente di italiano. Né, forse, a niente di europeo. Qui di notte arrivano le tartarughe. E si capisce perché: è uno dei pochi posti rimasti dove vale ancora la pena tornare.
Ci sono luoghi che le fotografie non riescono a contenere. Non perché le fotografie siano brutte, anzi, spesso sono spettacolari. Ma perché quel posto è qualcosa che si sente prima ancora di vederlo. L’aria che cambia, il profumo di salsedine mischiato con qualcosa di più selvatico, il silenzio che non è assenza di suoni ma presenza di quelli giusti, il vento, le onde, il richiamo di un gabbiano lontano. L’Isola dei Conigli è così. Ti arriva addosso prima che tu abbia il tempo di tirar fuori il telefono.
Bisogna camminare per arrivarci, e forse è questa la prima cosa da sapere. Non ci sono strade asfaltate che ti scaricano direttamente in spiaggia, non ci sono ombrelloni da prenotare online, non ci sono stabilimenti con i lettini impilati fino all’orizzonte. C’è un sentiero di venti minuti che scende dalla strada verso la baia, e quel cammino serve. Serve a lasciare indietro il ritmo normale della giornata e a iniziare ad ascoltare qualcos’altro.
L’Isola dei Conigli non si raggiunge in macchina. Si raggiunge a piedi, lentamente, che è l’unico modo giusto per arrivarci.
Un nome che viene dall’arabo, non dal coniglio
Prima di tutto, il nome. Perché Isola dei Conigli? La risposta più ovvia, e anche quella meno precisa, è che un tempo sull’isolotto viveva una colonia di conigli selvatici. Ma l’origine vera del nome è più affascinante e molto più antica.
La prima carta nautica in cui appare è del 1824, firmata dal capitano britannico William Smith, che la chiama Rabit Island. Tutti hanno pensato a rabbit, il coniglio inglese. Ma rabit in arabo significa collegamento, legame, e probabilmente Smith si riferiva all’istmo di sabbia che, nelle giornate di bassa marea, affiora e unisce l’isolotto alla terraferma di Lampedusa, creando un passaggio che si può percorrere camminando nell’acqua bassa. Un refuso, una traduzione approssimativa, e il coniglio è rimasto per sempre. Peggio per la storia, meglio per la fantasia.
L’isolotto in sé è piccolo, circa quattro ettari e mezzo, basso e completamente roccioso, con un’altezza massima di ventisei metri. Non ci cresce molto. Ma quello che gli sta intorno, la baia, la spiaggia, i fondali, è tra le cose più straordinarie che il Mediterraneo abbia ancora da offrire.
Più Africa che Europa
Lampedusa, nelle Isole Pelagie, è geograficamente e culturalmente un posto anomalo. Dista circa duecento chilometri dalla costa tunisina e più di trecento da quella siciliana. Appartiene all’Italia per ragioni storiche e politiche, ma appartiene all’Africa per tutto il resto: la luce, la pietra, la vegetazione, il vento, i colori del mare.
Questa vicinanza al continente africano si sente in modo particolarmente netto all’Isola dei Conigli. La flora che cresce intorno alla spiaggia è una gariga mediterranea con fortissime affinità nordafricane: asfodeli, scilla marittima, piante adattate alla siccità e al vento salino che arriva diretto dal deserto. Alcune specie di insetti presenti qui non si trovano in nessun altro posto italiano, e nemmeno europeo. Ci sono una cavalletta senza ali, il Pamphagus hortolaniae, e un coleottero dalla livrea quasi bronzea, lo Julodis lampedusanus, che esistono solo qui e in Tunisia e Algeria. Non migranti, non visitatori di passaggio: residenti storici di una terra che geologicamente parlando è ancora Africa.
Anche i rettili raccontano questa storia. Sull’isolotto vive una lucertola, lo Psammodromus algirus, la cui unica stazione italiana è proprio qui. Sulle falesie nidificano il falco della regina e il falco pellegrino. E poi ci sono loro, le protagoniste indiscusse, quelle per cui buona parte del mondo ha imparato a pronunciare il nome di questa spiaggia.
Le tartarughe che tornano sempre
Ogni estate, tra giugno e agosto, qualcosa di antico e preciso accade sulla spiaggia dei Conigli. Di notte, quando i turisti sono tornati ai loro alberghi e il presidio dei volontari ha chiuso l’accesso alla riserva, le tartarughe marine emergono dal mare. Pesanti, lente, inesorabili, raggiungono la sabbia, scavano una buca con le pinne posteriori, depositano circa cento uova e ricoprono tutto con cura. Poi tornano in acqua. Non guardano indietro. Sanno già che le uova sopravvivranno.
Sessanta giorni dopo, nella stessa sabbia scaldata dal sole di agosto, qualcosa si muove dall’interno. Le piccole tartarughe rompono il guscio, risalgono in superficie e si orientano istintivamente verso il riflesso del mare. Corrono, per quanto le pinne permettano di correre, verso l’acqua. Nel 2024 sono nati così novecento trentatré piccoli, distribuiti su quindici nidi. Un numero che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impossibile.
Le tartarughe tornano sempre dove sono nate. È un istinto vecchio di milioni di anni, e non c’è rumore umano che riesca a cancellarlo del tutto.
Le tartarughe Caretta caretta sono una specie minacciata. Sono state cacciate, intrappolate nelle reti da pesca, disturbate nelle loro spiagge di nidificazione per decenni. Il fatto che a Lampedusa il numero di nidi cresca ogni anno è uno di quei segnali che, se si smette di fare cinismo per un momento, fanno davvero sperare. Significa che la protezione funziona. Che la natura, se le si lascia lo spazio, trova la strada.
La riserva che ha salvato la spiaggia da se stessa
Non è sempre stato così. Prima dell’istituzione della Riserva Naturale Orientata dell’Isola di Lampedusa, nel 1995, la spiaggia dei Conigli era sottoposta a ogni tipo di pressione: accesso libero e incontrollato, degrado ambientale, predazione dei nidi, erosione accelerata da interventi umani mal pensati. Era bellissima lo stesso, ma stava cedendo.
Legambiente Sicilia, che gestisce la riserva dalla sua istituzione, ha progressivamente trasformato il modello di fruizione del sito. Oggi l’accesso è contingentato: massimo trecento persone per turno, due turni al giorno, prenotazione obbligatoria su una piattaforma dedicata. Dal tramonto all’alba la spiaggia è chiusa ai visitatori e presidiata dai volontari, per restituire il buio e il silenzio alle tartarughe. I nidi vengono recintati, monitorati, protetti fino alla schiusa. Ogni piccola tartaruga che raggiunge il mare viene contata.
Il risultato è che oggi la spiaggia dei Conigli è citata come uno dei modelli italiani più riusciti di gestione sostenibile di un’area naturale ad alta pressione turistica. Ha vinto premi per le sue strategie contro il sovraffollamento, è stata eletta più volte spiaggia più bella d’Europa da TripAdvisor, nel 2013 ha vinto il titolo di spiaggia più bella del mondo. E non è un paradosso: è proprio perché è protetta che è rimasta così.
Sotto la superficie
Chi si ferma solo alla spiaggia vede già molto. Ma chi si immerge, anche solo con la maschera e il boccaglio, capisce che quello che c’è sotto è altrettanto straordinario.
I fondali della baia dei Conigli sono tra i più ricchi del Mediterraneo centrale. Posidonie, gorgonie, saraghi, cernie, polpi, razze, murene. L’acqua è talmente trasparente che a tre metri di profondità si vede ancora il fondo con la stessa chiarezza di uno specchio. La visibilità orizzontale può superare i trenta metri nelle giornate giuste, quelle senza vento e senza correnti. È il tipo di esperienza che fa capire perché, per migliaia di anni, il Mediterraneo è stato chiamato mare nostrum con un senso di orgoglio quasi familiare.
Non si può fare immersione subacquea con le bombole nella zona A della riserva. Ma lo snorkeling è consentito, e in certi casi è ancora più puro, più diretto, più intimo. Niente attrezzatura pesante, niente bolle di azoto che disturbano i pesci, solo la testa sott’acqua e gli occhi aperti.
Lampedusa che non si racconta abbastanza
L’Isola dei Conigli è il cuore della riserva, ma non è tutto. A poca distanza si trova Cala Pulcino, una delle calette più nascoste dell’isola, raggiungibile solo a piedi attraverso un vallone che d’estate profuma di erbe selvatiche. E poi c’è la storia, quella più recente e più difficile, che Lampedusa porta sulle spalle da decenni.
In paese esiste il Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo, ospitato all’interno del Museo Archeologico delle Pelagie. Accanto ai reperti antichi e alle immagini delle bellezze naturali dell’arcipelago, conserva oggetti, lettere e fotografie appartenute ai migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. È un posto che non lascia indifferenti. Andare a Lampedusa e ignorare quella stanza sarebbe come andare a Venezia e non guardare il Canal Grande: tecnicamente possibile, ma in qualche modo mancante.
Lampedusa è questa doppia anima, questa coesistenza di una bellezza quasi impudica e di una storia che pesa. Non si capisce il posto se si sceglie solo una delle due facce. E forse, questa capacità di tenere insieme cose così distanti senza che si contraddicano, è la cosa più mediterranea di tutte.
Quando andare e come prepararsi
La spiaggia dei Conigli è visitabile tutto l’anno, ma ogni stagione ha la sua qualità specifica. In primavera l’isola è verde, fiorita, quasi sorprendente per chi se l’aspettava arida. In estate il mare raggiunge i suoi colori più intensi e le temperature permettono di stare in acqua per ore. In autunno la luce cambia, diventa dorata e più bassa, e i turisti diminuiscono abbastanza da restituire al posto una dimensione più raccolta. In inverno Lampedusa è quasi deserta, il vento è forte, il mare è diverso, e chi ama i paesaggi senza folla trova qualcosa di difficile da dimenticare.
Per visitare la spiaggia dei Conigli bisogna prenotare l’accesso sulla piattaforma ufficiale della riserva. I turni sono due: mattina e pomeriggio, trecento persone ciascuno. Portare scarpe comode per il sentiero di discesa, acqua a sufficienza, maschera e boccaglio se si vuole esplorare il fondale. Non portare musica in filodiffusione, cibo da consumare in spiaggia senza raccogliere i rifiuti, o aspettative da cartolina. Portare, invece, la pazienza di fermarsi, guardare e ascoltare. Il posto fa il resto.
Non esistono molti posti al mondo dove la natura è rimasta abbastanza intatta da farti sentire ospite. L’Isola dei Conigli è uno di quelli. Comportati di conseguenza.
La spiaggia più bella del Mediterraneo non è bella per caso. È bella perché qualcuno ha deciso, anni fa, che valeva la pena proteggerla anche a costo di limitarne l’accesso. Quella scelta ha tenuto. E oggi, ogni notte d’estate, quando una tartaruga emerge dal mare e scava la sua buca nella sabbia bianca sotto un cielo stellato senza inquinamento luminoso, quella scelta si rinnova in silenzio, con la precisione di un istinto vecchio quanto il mondo.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
