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I piatti poveri siciliani, che oggi sono diventati un lusso

piatti poveri siciliani che la cucina contemporanea invidia

Nati dalla necessità, sopravvissuti alla storia, invidiati dalla cucina contemporanea: quando avere poco significava inventare tutto.

C’è una cosa che la cucina povera siciliana ha in comune con l’arte: l’urgenza che l’ha generata non si vede più nel risultato finale. Un piatto fatto con gli scarti del pane, con i germogli dell’orto, con le budella dell’animale che altrimenti si sarebbero buttate, non porta scritto addosso il segno della povertà che lo ha inventato. Porta scritto il segno dell’intelligenza di chi non aveva altro e con quel poco ha fatto qualcosa di irripetibile.

Oggi quei piatti stanno nei menu dei ristoranti stellati, nelle pagine delle riviste di gastronomia, nelle ricerche degli chef che vanno a Palermo o a Siracusa o nell’entroterra madonita in cerca di autenticità perduta. La muddica atturrata, che era il formaggio dei poveri, finisce nei piatti dei locali più in voga di Milano. Le panelle, che erano il pasto degli operai fuori dai cantieri, vengono servite come amuse-bouche da cuochi che le presentano su pedane di ardesia. Il pane cunzato, che si chiamava pane della disgrazia, è diventato il sandwich più fotografato della Sicilia.

Non è ironia della storia: è la logica ferrea della qualità. Quando si cucina senza scelte, ogni scelta che si fa è necessaria. Quando non ci sono ingredienti di lusso a nascondere i difetti, ogni ingrediente deve essere perfetto. La cucina povera siciliana è sopravvissuta perché è buona. Non perché sia folklorica, non perché sia pittoresca, non perché racconti storie commoventi di miseria superata. Perché è buona, e basta.

La povertà non ha mai reso le ricette migliori: le ha rese necessarie. E dalla necessità, in Sicilia, è venuto fuori qualcosa che la ricchezza non avrebbe mai saputo inventare.

La muddica atturrata: il formaggio dei poveri che ha vinto

Cominciamo dalla fine, cioè dall’ingrediente più umile che esista: i resti di un pezzo di pane. Il pane raffermo, quello che non si butta perché il pane non si butta, quello che rimane dal giorno prima, grattuggiato e tostato in padella con un filo d’olio fino a diventare dorato e croccante. In siciliano si chiama muddica atturrata, mollica abbrustolita, e il termine atturrata viene dalla stessa radice del processo di tostatura del caffè: un verbo che descrive una trasformazione, non una semplice cottura.

Per secoli, nelle famiglie siciliane dove il caciocavallo era un lusso che si vedeva solo nei giorni di festa, la muddica atturrata era il formaggio dei poveri: la spolverata finale sul piatto di pasta che dava sapidità, croccantezza, profondità. Lo stesso gesto del formaggio, la stessa funzione, lo stesso momento. Ma con il pane di ieri invece che con il latte stagionato. La tradizione vuole che sia nata nelle cucine dei pescatori, che la usavano sulla pasta c’anciova, quella con le acciughe e l’estratto di pomodoro, e che poi sia salita dalle case dei contadini alle cucine dei palazzi, dove i cuochi cominciarono ad aggiungere pinoli, uvetta, prezzemolo, pepe nero, trasformando la mollica povera in qualcosa di elaborato e ricercato.

Oggi la muddica atturrata è ovunque. È negli scaffali dei negozi di specialità siciliane di mezza Europa, confezionata in barattoli di vetro con l’etichetta artigianale. È nei menu dei ristoranti contemporanei come elemento di texture, come ha imparato a chiamarsi nel gergo della cucina moderna. È nelle ricette dei food blogger che la presentano come scoperta recente, come se le nonne siciliane non la usassero da quattrocento anni. La differenza tra il formaggio dei poveri di ieri e l’elemento di texture di oggi è solo narrativa: il gesto è identico, la bontà è identica, il pane è identico.

Il macco di fave: la minestra dell’imperatore e del contadino

C’è un piatto che ha l’imperatore Federico II e il contadino siciliano come testimoni della sua storia lunga almeno otto secoli. Il macco di fave, fave secche lessate e ridotte in purea densa, era il piatto preferito di Federico II secondo quanto riportato nel Liber de Coquina del XIII secolo: il più grande imperatore medievale mangiava la stessa cosa che i contadini dell’entroterra siciliano mettevano in tavola ogni inverno per sfamarsi con quello che avevano. Questa convergenza tra la tavola imperiale e quella contadina dice qualcosa di preciso sulla natura del macco: è un piatto buono, non un piatto povero per mancanza di alternative.

Il macco di San Giuseppe, che si prepara il 19 marzo in tutta l’isola, è la versione rituale e collettiva di questa tradizione. Le fave secche vengono messe a bagno la sera prima, lessate per ore, condite con olio buono, finocchietto selvatico, a volte cicoria amara o un filo di peperoncino. Il risultato è una purea densa, quasi cremosa, che profuma di terra e di verde e che si mangia con il pane, o con la pasta corta spezzata dentro, o con una cucchiaiata di ricotta fresca sopra. Non ha bisogno di altro perché non ha bisogno di altro: è già completo così.

Le fave di Leonforte, presidio Slow Food della Sicilia centrale, sono oggi tra i prodotti di punta delle botteghe gourmet dell’isola. Si vendono a un prezzo che trent’anni fa sarebbe sembrato assurdo per un legume di campo. Non perché siano cambiate le fave: è cambiata la nostra capacità di riconoscere la loro qualità eccezionale. Il terreno della Sicilia centrale, il clima, la varietà locale selezionata in secoli di coltivazione: tutto questo produce una fava che non ha confronti, e il macco fatto con quelle fave non ha confronti. La povertà non ha inventato il macco: ha riconosciuto nella fava il valore che c’era sempre stato.

I tenerumi: la verdura che non si esporta

Ci sono piatti siciliani che sono diventati famosi fuori dall’isola e piatti che non lo diventeranno mai, non per mancanza di qualità ma per mancanza di possibilità fisiche di replica. La pasta con i tenerumi è nel secondo gruppo. I tenerumi sono le foglie e i germogli della cucuzza longa, la zucchina serpente di Sicilia, e si raccolgono freschi al mattino, quando sono tenerissimi e hanno ancora la rugiada sopra, e vanno cucinati nel giro di poche ore perché dopo appassiscono e cambiano. Non si trasportano, non si confezionano, non si vendono fuori dalle campagne dove crescono. Esistono solo in Sicilia, solo d’estate, solo freschi.

La pasta con i tenerumi è una zuppa estiva palermitana per eccellenza: brodo leggero di acqua, aglio, pomodoro fresco, spaghetti spezzati a mano e i tenerumi che cuociono brevemente, rilasciando una dolcezza acquosa e vellutata che non assomiglia a niente di conosciuto. È il piatto più povero che si possa immaginare: acqua, verdura dell’orto, pasta. Non ha proteine, non ha grassi importanti, non ha elaborazione. Ha il sapore di agosto in Sicilia, di un caldo pesante fuori e di una pentola sul fuoco che profuma di estate dentro casa. Nessuno chef di nessun ristorante del mondo può replicarlo fuori da queste coordinate.

Quando ho sentito per la prima volta uno chef romano parlare dei tenerumi come di un ingrediente che avrebbe voluto usare nella sua cucina, ho capito il paradosso di questi piatti: il loro valore sta esattamente nell’impossibilità di esportarli. La pasta con i tenerumi vale quanto vale perché la puoi mangiare solo lì, solo allora, solo con quell’ortaggio che non sopporta la distanza. È la definizione più precisa di lusso che conosco: qualcosa che i soldi non possono comprare, se sei nel posto sbagliato.

Le panelle: farina di ceci e il segreto che viene da lontano

Le panelle sono farina di ceci, acqua e prezzemolo. Tre ingredienti. Si mescolano a freddo, si cuocono come una polenta finché il composto non si stacca dalle pareti della pentola, si stendono su un piano e si lasciano raffreddare, si tagliano a fette e si friggono in olio caldo fino a quando sono dorate e croccanti fuori, morbide dentro. Si mettono nel pane caldo, con una spruzzata di limone. È una delle cose più buone che si possano mangiare a Palermo.

Le panelle vengono dalla dominazione araba del IX secolo: gli arabi avevano portato in Sicilia l’abitudine di lavorare la farina di ceci, che nel bacino mediterraneo orientale e nel subcontinente indiano era già un ingrediente consolidato da secoli. I siciliani presero quella tecnica, la adattarono, la friggono nell’olio invece di cuocerla sulla pietra, la misero nel pane e ne fecero uno dei cibi di strada più iconici dell’isola. Per mille anni le panelle sono state il pasto degli operai, degli studenti, di chi aveva pochi soldi e voleva qualcosa di caldo e sostanzioso. Oggi le panelle hanno seguito le orme di tutti i grandi cibi poveri del mondo: sono diventate un’identità, un marchio di qualità, un motivo di orgoglio. Pirandello, Sciascia e Camilleri le hanno celebrate nella loro scrittura. Palermo è stata incoronata quinta città al mondo per il cibo di strada, e le panelle sono parte di quella classifica.

Il segreto delle panelle non sta in ingredienti costosi né in tecniche elaborate. Sta nella qualità della farina di ceci, nella temperatura giusta dell’olio, nell’esperienza delle mani che mescolano la polenta il tempo esatto. Tre cose che si imparano solo stando accanto a chi le sa fare. La semplicità estrema non perdona: una panella fatta male è una panella fatta male, e si sente subito. Una panella fatta bene è qualcosa di quasi perfetto, e si sente subito anche quella.

Il pane cunzato: il pane della disgrazia che non era una disgrazia

Si chiamava pane della disgrazia, e il nome dice tutto sulla condizione di chi lo mangiava. Era il pasto dei contadini nei campi e dei pescatori al ritorno dalla battuta: una pagnotta di pane casareccio, tagliata in due, strofinata con un pomodoro maturo fino a che la polpa rossa non si assorbiva nella mollica, condita con olio buono, sale, origano, qualche acciuga se c’era, capperi se erano disponibili, forse un pezzo di tuma fresca. Niente di più, niente di meno. Si preparava al mattino e si consumava a mezzogiorno, seduti su una pietra o con la schiena appoggiata a un muro, con le mani che profumavano di campo o di mare.

Questa combinazione di ingredienti non era casuale: era il risultato di secoli di selezione naturale gastronomica. Il pomodoro ammorbidisce il pane e lo aromatizza, l’olio lo rende ricco, le acciughe danno sapidità e proteine, il sale e l’origano completano. Ogni ingrediente ha una funzione precisa, e tutti insieme producono qualcosa che è più della loro somma. Il pane della disgrazia era stato ingegnerizzato dalla necessità in modo che funzionasse: che nutrisse, che conservasse, che fosse buono abbastanza da rendere sopportabile una giornata difficile.

Oggi il pane cunzato è nelle botteghe gourmet, nelle bracerie di design, nei chioschi della Sicilia più turistica. Si chiama ancora pane cunzato, non ha cambiato nome, ma ha cambiato prezzo e contesto. Quello che non ha cambiato è la qualità: funziona ancora esattamente come funzionava ai tempi dei contadini di Trapani, perché la combinazione è perfetta e le combinazioni perfette non invecchiano. Si mangia in piedi, si unge le mani, sa di estate e di Sicilia. Il fatto che lo si paghi adesso più di quanto costasse cinquant’anni fa non cambia quello che è: pane, pomodoro, olio, sale. Tutto quello che serve.

La muddica come filosofia: fare tutto con quasi niente

C’è un filo che lega tutti questi piatti, e non è la povertà come condizione materiale. È la povertà come metodo: la capacità di guardare quello che si ha, anche se è poco, e chiedersi cosa si può fare di meglio con questo. La muddica atturrata è mollica di pane, ma tostata nell’olio con pazienza diventa croccante e profumata come un formaggio stagionato. Il macco è fave secche e acqua, ma cotto lentamente con finocchietto diventa una crema densa che nutre nel profondo. I tenerumi sono le foglie di uno scarto dell’orto, ma messi in brodo con il pomodoro diventano la zuppa più estiva che esista. Le panelle sono farina e acqua, ma fritte nell’olio diventano uno dei migliori street food del mondo.

Questo metodo ha un nome nella gastronomia contemporanea: cucina del recupero, zero waste, cucina di territorio. Ha molti nomi diversi nelle dispense dei cuochi che ci scrivono libri sopra. In Sicilia non ha nessun nome perché non ne ha bisogno: è semplicemente il modo in cui si cucina da secoli, senza filosofia, senza manifesto, senza la necessità di spiegarlo a nessuno. Si cucina con quello che si ha. Si cucina bene. Fine.

Il lusso della cucina contemporanea sta nella ricerca dell’autenticità. L’autenticità siciliana non si cerca: è rimasta lì, nella ricetta della nonna, nell’ortaggio di stagione, nel pane raffermo di ieri che diventa qualcosa di nuovo domani.

Perché questi piatti sono oggi più preziosi di ieri

C’è qualcosa di paradossale e di giusto insieme nel fatto che i piatti più poveri della cucina siciliana siano diventati gli oggetti del desiderio della gastronomia contemporanea. Paradossale perché chi li ha inventati non avrebbe capito perché qualcuno li cercasse: erano quello che si mangiava, non quello che si sceglieva. Giusto perché la loro qualità era reale da sempre, solo che nessuno aveva il lusso di riconoscerla come tale.

Oggi li riconosciamo perché il contesto è cambiato. Viviamo in un’epoca in cui il cibo industriale ha reso normale il mediocre, e in questo contesto il semplice autentico diventa eccezionale. Una pasta con la muddica fatta con pane di grano duro siciliano, olio extravergine di qualità e acciughe salate del Mediterraneo è oggettivamente migliore di quasi tutto quello che si compra confezionato. Non perché sia cara, ma perché è fatta di ingredienti buoni, trattati nel modo giusto, senza intermediari.

La cucina povera siciliana ci insegna una cosa che la cucina ricca spesso dimentica: la qualità degli ingredienti conta più della loro quantità e del loro costo. Un pomodoro maturo siciliano, strofinato su pane caldo e condito con olio buono, è più buono di un’insalata di gamberoni surgelati con salsa a base di prodotti chimici difficili da pronunciare. Non c’è ricchezza che compensi la mediocrità degli ingredienti. Non c’è povertà che sminuisca la bontà di quello che è buono davvero.

I contadini siciliani che hanno inventato il pane cunzato non stavano facendo una scelta gastronomica: stavano sopravvivendo. Ma nel sopravvivere, con intelligenza e con il rispetto per quello che avevano, hanno creato qualcosa che dura. Questo è il vero lusso: non la rarità, non il prezzo, non la difficoltà di esecuzione. Il lusso è la durabilità. Il lusso è sopravvivere a secoli di storia e restare buono, esattamente com’eri. I piatti poveri siciliani sono lussi perché sono eterni. E l’eternità non ha prezzo.

NATI POVERI, OGGI PREZIOSI Muddica atturrata mollica di pane raffermo tostata in olio, era il formaggio dei poveri, oggi è nei ristoranti stellati Macco di fave fave secche in purea con finocchietto, piatto imperiale e contadino da otto secoli Pasta con i tenerumi germogli di cucuzza longa in brodo estivo, non si esporta, esiste solo in Sicilia d’estate Panelle farina di ceci, acqua, prezzemolo fritte, mille anni di storia, simbolo di Palermo nel mondo Pane cunzato il pane della disgrazia, pomodoro, olio, acciughe, origano: la perfezione senza aggettivi Pasta c’anciova spaghetti con acciughe, strattu di pomodoro e muddica atturrata, la cucina dei pescatori Frittedda fave, piselli e carciofi in padella con finocchietto, il piatto della primavera siciliana Broccoli arriminati broccoli, pinoli, uvetta, acciughe, lo scarto del campo diventato primo piatto ricco Sarde a beccafico sarde ripiene di pangrattato, uvetta e pinoli, la variante popolare degli uccellini dei nobili Stigghiola budella di agnello sulla brace con cipollotto, prodotto agroalimentare tradizionale PAT

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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