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Guerra in Medio Oriente: 8,5 miliardi di dollari in sette giorni. Mentre la gente non arriva a fine mese

I numeri della guerra non sono solo statistiche militari. Sono scelte politiche, priorità di bilancio, decisioni su cosa conta e cosa no.

I numeri della guerra non sono solo statistiche militari. Sono scelte politiche, priorità di bilancio, decisioni su cosa conta e cosa no. E quando li metti accanto allo stipendio medio di un operaio italiano, o al pensiero di chi non sa come pagare la bolletta, diventano qualcosa di difficile da digerire.

Voglio parlarvi di numeri. Non di vittime, non di strategia militare, non di equilibri geopolitici. Di numeri. Di quelli che riguardano il denaro, perché il denaro, alla fine, è il termometro più onesto delle priorità di chi governa il mondo.

Nelle ultime settimane ho seguito con attenzione i dati che emergono sulle spese militari legate al conflitto in Medio Oriente, in particolare al coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle operazioni contro l’Iran. E più li leggevo, più mi tornava in mente una cosa semplice: quanti ospedali ci compreresti con quei soldi? Quante scuole? Quante famiglie riusciresti a togliere dalla povertà?

Non è retorica. È aritmetica. Ed è un’aritmetica che, come cittadino prima ancora che come blogger, trovo insopportabile.

I conti della guerra: 100 ore, 3,7 miliardi di dollari

Le prime 100 ore del coinvolgimento militare statunitense nelle operazioni in Medio Oriente sono costate, secondo le stime disponibili, 3,7 miliardi di dollari. Tre virgola sette miliardi. In meno di cinque giorni.

Proviamo a scomporli, perché i dettagli sono ancora più eloquenti della cifra totale.

VOCE DI SPESAIMPORTO
Munizionamento impiegato3,1 miliardi $
Supporto e operazioni193 milioni $
Danni subiti da reazione iraniana359 milioni $
TOTALE prime 100 ore3,7 miliardi $

La voce che colpisce di più è quella del munizionamento: 3,1 miliardi di dollari spesi in missili, bombe, proiettili. Non in medicine, non in cibo, non in infrastrutture. In oggetti il cui unico scopo è distruggere.

Il dettaglio giorno per giorno: una macchina bruciasoldi

Guardando i dati più nel dettaglio, emerge il costo quotidiano di questa guerra, quello che si accumula ogni giorno in cui le operazioni continuano.

Le operazioni aeree, condotte con F-35, F-15, F-16, B-1B e B-2A, sono costate nelle prime 100 ore 125,2 milioni di dollari. Significa circa 30 milioni al giorno. Al settimo giorno di operazioni, la stima arriva a 216 milioni di dollari solo per i voli.

Le operazioni navali, compresi i lanci dai cacciatorpediniere nel Mediterraneo e nel Golfo, sono costate 64 milioni nelle prime 100 ore, con un rateo di 15 milioni al giorno, per un totale stimato di 109 milioni al settimo giorno.

Le operazioni terrestri, inclusi i lanci da sistemi HIMARS, ammontano a 7 milioni nelle prime 100 ore, circa 1,6 milioni al giorno, per un totale di 11,8 milioni dopo sette giorni.

Ma il dato che lascia senza parole è quello sul munizionamento quotidiano. Secondo le stime, solo le bombe e i missili impiegati, dagli HARM agli ATACMS alle bombe JDAM, valgono 758 milioni di dollari al giorno. In un solo giorno. Al settimo giorno di guerra, solo per il munizionamento, si stimano 5,3 miliardi di dollari bruciati.

VOCE OPERATIVA (7 giorni)STIMA TOTALE
Operazioni aeree216 milioni $
Operazioni navali109 milioni $
Operazioni terrestri (HIMARS)11,8 milioni $
Munizionamento (758 mln/giorno)5,3 miliardi $
Difese aeree (THAAD, Patriot, SM)2,9 miliardi $
Danni subiti359 milioni $
TOTALE stimato 7 giorni8,9 miliardi $

Le difese aeree meritano un capitolo a parte. L’Iran ha risposto agli attacchi con un numero significativo di droni e missili balistici, e gli Stati Uniti li hanno intercettati attraverso i sistemi THAAD, Patriot e missili SM lanciati da navi. Il costo complessivo di queste intercettazioni è stato stimato in 1,66 miliardi di dollari nelle prime 100 ore, con una proiezione al settimo giorno di 2,9 miliardi. Ogni missile intercettato costa milioni. Ogni drone abbattuto vale più di quanto la maggior parte delle famiglie guadagni in anni.

Il totale complessivo stimato per i sette giorni di operazioni supera gli 8,5 miliardi di dollari, a cui vanno sommati i 359 milioni per i danni subiti. Siamo intorno ai 9 miliardi di dollari in una settimana.

Cosa ci compreresti, con 9 miliardi di dollari

Facciamo un esercizio di immaginazione. Non per essere ingenui, non per ignorare la complessità delle relazioni internazionali. Ma per ricordarci che il denaro pubblico ha sempre un costo alternativo, e che chi governa sceglie ogni giorno come usarlo.

Con 9 miliardi di dollari potresti costruire circa 900 ospedali di medie dimensioni nei Paesi in via di sviluppo. Potresti garantire acqua potabile a 50 milioni di persone per un anno intero. Potresti finanziare per dieci anni la ricerca sul cancro in tutta Europa. Potresti azzerare, secondo alcune stime, la fame acuta in Africa subsahariana per un anno.

Non lo dico per sembrare buonista. Lo dico perché questi numeri esistono, sono reali, e vengono ignorati ogni volta che si discute di bilanci militari come se fossero una necessità naturale, inevitabile, senza alternative.

E l’Europa? Sta già cercando i soldi

Il coinvolgimento americano in Medio Oriente non è un fatto lontano che riguarda solo Washington. Rimbalza direttamente sulle scelte politiche europee, e italiane in particolare. Da mesi il dibattito nei parlamenti europei è dominato da un tema: aumentare le spese per la difesa, portare i bilanci militari al 2% o addirittura al 3% del PIL, acquistare nuovi sistemi d’arma, fare scorte di munizioni.

L’Italia spende oggi intorno all’1,5% del PIL per la difesa. Portarlo al 2% significherebbe aggiungere circa 8 miliardi di euro l’anno. Portarlo al 3%, come chiedono alcuni alleati NATO, significherebbe circa 18 miliardi in più ogni anno. Soldi che dovranno uscire da qualche parte: da servizi sociali già ridotti all’osso, da una sanità pubblica che fatica, da fondi per l’istruzione che non bastano mai, da pensioni che non tengono il passo con l’inflazione.

I soldi per le armi si trovano sempre. Per le liste d’attesa negli ospedali, un po’ meno. Per i contratti a tempo indeterminato dei precari, un po’ meno. Per gli asili nido nelle aree interne del Sud, un po’ meno. Questa non è una mia opinione: è una constatazione che emerge dai dati di bilancio di qualsiasi governo europeo degli ultimi vent’anni.

La gente che non arriva a fine mese

Mentre scrivo questo articolo, in Italia ci sono 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, secondo i dati ISTAT più recenti. Sono persone che non riescono a garantirsi beni e servizi essenziali per condurre una vita dignitosa. Non sono statistiche astratte: sono famiglie reali, bambini reali, anziani reali.

Lo stipendio medio italiano, al netto delle tasse, si aggira intorno ai 1.500 euro al mese. In molte regioni del Sud è significativamente inferiore. Il costo della vita è aumentato negli ultimi tre anni in modo drammatico: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto di chi guadagna poco, che non ha azioni in borsa da rivalutare né immobili da affittare a prezzi di mercato. Ha solo quello stipendio, o quella pensione, e deve farci quadrare tutto.

A questi milioni di persone, ai quali si chiede ogni giorno di essere resilienti, di stringere la cinghia, di capire che le risorse sono limitate, si sta dicendo implicitamente una cosa: i soldi ci sono, ma per i missili, non per voi. Le priorità sono chiare, anche se nessun politico le dichiara in questi termini.

Una vergogna che va chiamata con il suo nome

Non sono un pacifista ingenuo. So che il mondo ha conflitti reali, che esistono minacce reali, che la sicurezza ha un costo. Non è di questo che sto parlando.

Sto parlando di proporzioni. Di scelte. Di un sistema in cui la produzione e l’uso di armamenti è diventato un’industria, con i suoi lobbisti, i suoi contratti plurimiliardari, i suoi azionisti che guadagnano quando scoppiano le guerre. Un sistema in cui i Paesi si indebitano per comprare cacciabombardieri e poi trovano un motivo per non rinnovare i contratti agli insegnanti.

Sto parlando di un’economia globale in cui le prime cento ore di un conflitto costano 3,7 miliardi di dollari, una cifra che potrebbe risolvere problemi umanitari di dimensioni enormi, e in cui questa notizia viene riportata nelle pagine interne dei giornali, tra i bollettini di guerra, come se fosse normale. Come se non ci fosse nient’altro da dire.

C’è invece molto da dire. E il primo passo è non abituarsi. Non accettare che questi numeri siano ovvi, inevitabili, naturali. Non smettere di chiedersi: e se quei miliardi li avessimo spesi diversamente?

È una domanda scomoda. Ma è la domanda giusta.

Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi

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