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Gesualdo Bufalino: lo scrittore siciliano che uscì dall’ombra a sessant’anni

Gesualdo Bufalino: vita, opere e libri da leggere

C’è uno scrittore siciliano che per trent’anni visse nell’ombra quasi totale: insegnante negli istituti superiori della provincia di Ragusa, lettore compulsivo, traduttore di Baudelaire e Hugo nel silenzio della sua biblioteca. Poi, a sessant’anni, esplose sulla scena letteraria italiana con un romanzo di tale potenza stilistica da lasciare attoniti critici e lettori.

Quell’uomo era Gesualdo Bufalino, nato a Comiso il 15 novembre 1920.

Lo conosco da quando mi è capitata tra le mani una copia sgualcita di Diceria dell’untore in una libreria dell’usato. Le prime dieci pagine mi hanno fermato: non perché la storia fosse particolarmente avventurosa, ma perché quella prosa, barocca, densa, ricca di lampi e di ombre, non somigliava a nient’altro che avessi letto prima.

Bufalino scriveva come se ogni frase potesse essere l’ultima, come se le parole fossero la sola cosa reale in un mondo fatto di morte e di memoria. E lo faceva con una gioia oscura, quasi con un compiacimento nell’ornamento, che da molte pagine siciliane non mi aspettavo.

Questo articolo è il mio tentativo di raccontare chi era, cosa ha scritto e perché, se ami la letteratura italiana, dovresti assolutamente leggerlo.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino nacque a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre 1920. Suo padre, Biagio, era fabbro ferraio ma possedeva una cultura non comune e una profonda passione per i libri. Fu proprio nella piccola biblioteca paterna che il giovane Gesualdo cominciò a familiarizzare con dizionari, antologie, romanzi e poesia.

Il rapporto con le parole nacque molto presto. Bufalino non fu soltanto un lettore precoce: fu un uomo affascinato dal suono dei vocaboli, dalla loro storia, dalla capacità che possiedono di evocare mondi, ricordi e presenze scomparse.

Studiò prima a Ragusa e poi al liceo classico di Comiso. Nel 1940 si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma la guerra interruppe gli studi e lo trascinò lontano dalla Sicilia.

Fu chiamato alle armi, visse i disordini seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943 e riuscì a sfuggire alla cattura dei tedeschi. Poco dopo, però, la sua vita fu segnata da un evento ancora più decisivo: la tubercolosi.

La guerra, la malattia e il sanatorio

Nel 1944 Bufalino si ammalò di tubercolosi e venne ricoverato in un sanatorio dell’Emilia. Successivamente fu trasferito in una struttura della zona di Palermo.

La malattia lo costrinse a vivere a lungo in uno spazio sospeso, separato dalla vita ordinaria e dominato dalla vicinanza quotidiana della morte. In sanatorio lesse moltissimo. Tra i libri che lo segnarono più profondamente ci fu la Recherche di Marcel Proust, letta in francese grazie alla biblioteca di un medico.

Quell’esperienza sarebbe diventata, molti anni dopo, il nucleo autobiografico di Diceria dell’untore.

Il sanatorio non fu soltanto un luogo di sofferenza. Fu anche una scuola dello sguardo. Bufalino imparò a osservare l’esistenza dalla sua soglia estrema, là dove amore, malattia, memoria e morte smettono di essere concetti astratti e diventano presenze concrete.

La sua letteratura nacque anche da quella esperienza: dalla sensazione che la vita fosse fragile, provvisoria e irrimediabilmente destinata a scomparire, ma che proprio per questo meritasse di essere salvata attraverso la bellezza della parola.

Il ritorno in Sicilia e gli anni dell’insegnamento

Dopo la guarigione, Bufalino riprese gli studi e si laureò in Lettere all’Università di Palermo nel 1947. Tornò quindi a Comiso, la città dalla quale non si sarebbe più realmente allontanato.

Dopo alcune esperienze iniziali, insegnò all’Istituto magistrale di Modica e successivamente a Vittoria, dove rimase fino al pensionamento nel 1975.

Per circa trent’anni condusse la vita apparentemente ordinaria di un professore di scuola superiore. Insegnava, leggeva, ascoltava musica, frequentava il cinema, traduceva, scriveva versi e lavorava in silenzio alle proprie pagine.

Non apparteneva ai salotti letterari. Non cercava editori. Non sembrava desiderare la notorietà.

La sua biblioteca era il suo vero territorio. Lì si accumulavano i classici francesi e russi, Baudelaire, Proust, Hugo, i poeti, i dizionari, i libri d’arte, le memorie locali e tutto ciò che poteva alimentare il suo inesauribile rapporto con la parola.

Bufalino fu uno scrittore prima di diventare un autore pubblicato. Scrisse per decenni senza un pubblico, quasi proteggendo le proprie opere dal rumore del mondo.

Un esordio letterario tardivo e folgorante

La svolta arrivò quasi per caso.

Negli anni Settanta Bufalino si occupò di alcune iniziative culturali legate a Comiso. Collaborò alla realizzazione di un volume fotografico dedicato alla città e scrisse un’introduzione che attirò l’attenzione di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia: coscienza critica d’Italia.

I due compresero subito di trovarsi davanti a una voce fuori dal comune. Gli chiesero se avesse altri testi nel cassetto.

Bufalino aveva un romanzo iniziato negli anni Cinquanta, ripreso e riscritto a lungo. Quel libro era Diceria dell’untore.

Quando Sellerio lo pubblicò nel 1981, Gesualdo Bufalino aveva sessant’anni. Il successo fu immediato. Critici e lettori rimasero colpiti dalla qualità della prosa, dalla ricchezza linguistica e dalla capacità di trasformare una storia di malattia e morte in una celebrazione oscura della vita.

Nello stesso anno il romanzo vinse il Premio Campiello.

La letteratura italiana scoprì improvvisamente uno scrittore già pienamente formato, colto, maturo e dotato di uno stile inconfondibile.

Diceria dell’untore: il romanzo della malattia e della sopravvivenza

Diceria dell’untore è ambientato nel 1946, in un sanatorio situato sulle alture di Palermo. Il protagonista, reduce dalla guerra e malato di tubercolosi, vive insieme ad altri ricoverati in una comunità sospesa tra la speranza della guarigione e la certezza della morte.

Nel sanatorio incontra Marta, una giovane donna bellissima e misteriosa, anch’essa gravemente malata. Tra i due nasce una relazione segnata fin dall’inizio dalla precarietà, dal desiderio e dalla consapevolezza della fine.

La trama, però, è soltanto la superficie.

Il vero centro del romanzo è la lingua. Ogni frase sembra lavorata come un oggetto prezioso. Bufalino accumula immagini, metafore, arcaismi, invenzioni, suoni e riferimenti letterari. La sua prosa avanza lenta e musicale, come se volesse opporsi con la bellezza alla dissoluzione dei corpi.

Il romanzo parla della morte, ma non è un libro privo di vita. Al contrario, è attraversato da sensualità, ironia, desiderio, pietà e persino da una forma di allegria tragica.

Bufalino non racconta soltanto chi muore. Racconta soprattutto il senso di colpa di chi sopravvive.

Una prosa barocca contro la semplicità obbligatoria

Gesualdo Bufalino entrò nella letteratura italiana in un periodo in cui molti autori cercavano una lingua asciutta, diretta e quotidiana. Lui scelse la direzione opposta.

La sua scrittura è barocca, preziosa, colta, piena di metafore e parole rare. Ma non si tratta di una decorazione superficiale. La complessità linguistica è il cuore della sua visione del mondo.

Per Bufalino la realtà è insufficiente. Il mondo è governato dalla morte, dal tempo e dalla perdita. Soltanto la memoria e la parola possono tentare di opporsi alla distruzione.

Scrivere significa allora ricostruire ciò che scompare, dare una seconda vita alle persone e ai luoghi, trasformare il dolore in forma.

Il suo stile non vuole semplificare il mondo. Vuole restituirne il mistero.

Leggere Bufalino richiede attenzione. Le sue frasi non si attraversano in fretta. Vanno ascoltate, assaporate e talvolta rilette. Ma proprio questa lentezza è parte della loro bellezza.

La memoria come difesa dalla morte

Uno dei grandi temi di Bufalino è la memoria.

Nelle sue opere, ricordare non significa semplicemente recuperare il passato. Significa combattere contro la cancellazione. Ogni ricordo è un tentativo di strappare qualcosa al nulla: un volto, una strada, un’abitudine, una parola dialettale, una fotografia, un gesto scomparso.

La memoria, però, non è mai fedele. Trasforma, inventa, abbellisce, inganna.

Bufalino lo sapeva bene. Per questo i suoi libri oscillano spesso tra autobiografia e immaginazione. Il ricordo diventa teatro, sogno, menzogna necessaria.

Anche Comiso, nelle sue pagine, non è soltanto una città reale. È una città interiore, costruita attraverso frammenti di infanzia, immagini, ombre, fotografie e voci perdute.

Comiso, città dell’anima

Il legame tra Gesualdo Bufalino e Comiso fu profondissimo. Pur avendo raggiunto una fama nazionale, lo scrittore non abbandonò il proprio paese e continuò a vivere in quella parte della Sicilia sud-orientale che aveva alimentato la sua memoria e il suo immaginario.

Comiso compare direttamente o indirettamente in molte sue opere. È la città dell’infanzia, delle strade conosciute, dei personaggi popolari, dei cortili, delle chiese e delle fotografie ingiallite.

Ma il rapporto di Bufalino con la sua terra non è celebrativo. La Sicilia è per lui bellezza e lutto, luce e ombra, seduzione e condanna.

Questa doppiezza è già racchiusa nel titolo di una delle sue opere più note, La luce e il lutto. La Sicilia appare come una terra splendida e dolorosa, capace di generare insieme incanto e malinconia.

Bufalino non descrive l’isola come una cartolina. La trasforma in una metafora della condizione umana.

Le menzogne della notte e il Premio Strega

Dopo il successo di Diceria dell’untore, Bufalino pubblicò numerosi libri in pochi anni.

Nel 1988 vinse il Premio Strega con Le menzogne della notte, un romanzo ambientato in un’isola-prigione durante una notte che precede l’esecuzione di quattro condannati a morte.

I prigionieri, accusati di aver complottato contro un tiranno, raccontano le proprie vite nella speranza di ottenere una possibilità di salvezza. Ma, come spesso accade in Bufalino, verità e menzogna si confondono.

Il romanzo è costruito come un gioco di specchi. Ogni racconto può essere autentico oppure falso; ogni identità può nascondere un’altra identità.

Ancora una volta, la parola diventa insieme salvezza e inganno. Gli uomini raccontano per sopravvivere, ma raccontando riscrivono se stessi.

Argo il cieco e la nostalgia dell’amore

Tra i romanzi più affascinanti di Bufalino c’è Argo il cieco ovvero I sogni della memoria.

Il libro racconta il ritorno immaginario alla giovinezza e a una storia d’amore vissuta nella Sicilia del dopoguerra. Il protagonista ricostruisce il passato attraverso ricordi incerti, fantasie e deformazioni.

È un romanzo sulla nostalgia, ma anche sull’impossibilità di recuperare davvero ciò che è stato.

Il passato non torna mai nella sua forma originaria. Torna come racconto, sogno, invenzione.

In Argo il cieco, Bufalino mostra forse il lato più tenero e ironico della propria scrittura. La malinconia resta, ma è attraversata da leggerezza, gioco e autoironia.

Museo d’ombre e la Sicilia scomparsa

Museo d’ombre è uno dei libri più strettamente legati alla memoria di Comiso.

Bufalino vi raccoglie parole, mestieri, soprannomi, figure popolari, abitudini e oggetti appartenenti a un mondo ormai scomparso. È un piccolo museo costruito non con oggetti materiali, ma con vocaboli e ricordi.

Il libro dimostra quanto lo scrittore fosse sensibile alla perdita delle culture locali. La modernizzazione non cancella soltanto edifici o paesaggi: cancella anche linguaggi, gesti e modi di vivere.

Bufalino tenta di salvarli con la scrittura.

Ogni parola recuperata diventa una stanza del museo. Ogni personaggio ricordato ritorna per qualche istante alla vita.

Poeta, aforista, saggista e traduttore

Ridurre Bufalino ai suoi romanzi sarebbe un errore. Fu anche poeta, saggista, critico, traduttore e maestro dell’aforisma.

Nelle raccolte poetiche, tra cui L’amaro miele, emerge una voce dominata dagli stessi temi della narrativa: il tempo, il corpo, la morte, la memoria e il desiderio.

Ne Il malpensante raccolse riflessioni brevi, paradossi e aforismi capaci di condensare in poche righe una visione disincantata e ironica dell’esistenza.

Fu inoltre un raffinato traduttore. Si confrontò con autori come Charles Baudelaire, Victor Hugo, Terenzio e Jean Giraudoux. La traduzione non era per lui un’attività secondaria: era un modo per entrare nei meccanismi profondi della lingua e misurarsi con gli scrittori che avevano formato il suo immaginario.

La passione per Baudelaire, in particolare, lo accompagnò fin dalla giovinezza. Nei Fiori del male Bufalino trovava quella stessa unione di bellezza e corruzione, splendore e dolore che avrebbe attraversato tutta la propria opera.

Bufalino e Leonardo Sciascia

Il rapporto con Leonardo Sciascia fu decisivo per la pubblicazione di Diceria dell’untore, ma anche importante dal punto di vista umano e culturale.

I due scrittori appartenevano alla stessa Sicilia e alla stessa generazione, ma avevano stili e sensibilità differenti.

Sciascia tendeva alla chiarezza razionale, all’indagine civile, alla precisione illuministica. Bufalino amava invece l’ombra, il barocco, la memoria e il labirinto della lingua.

Eppure entrambi vedevano la Sicilia come qualcosa di più di un luogo geografico. Per loro l’isola era una chiave per interpretare la storia, il potere, il dolore e la condizione umana.

Sciascia ebbe il merito di riconoscere il valore di Bufalino prima che il pubblico lo conoscesse. Senza quell’incontro, forse Diceria dell’untore sarebbe rimasta ancora a lungo chiusa in un cassetto.

Il successo senza abbandonare Comiso

Dopo il 1981 Bufalino divenne rapidamente uno dei protagonisti della letteratura italiana. Pubblicò romanzi, poesie, racconti, saggi e articoli. Ricevette premi e riconoscimenti e fu invitato a partecipare al dibattito culturale nazionale.

Eppure non trasformò la notorietà in una fuga dalla provincia.

Rimase a Comiso, continuando a vivere tra la propria casa, la biblioteca, le passeggiate e le abitudini quotidiane. La fama arrivò tardi e non riuscì a cambiare del tutto la sua identità di professore appartato e lettore instancabile.

Questo contribuisce al fascino della sua figura. Bufalino non appare come uno scrittore costruito dall’industria culturale, ma come un autore che aveva già accumulato dentro di sé una vita intera di libri prima di entrare nella scena pubblica.

Quando arrivò al successo, non aveva bisogno di cercare una voce: la possedeva già.

La morte improvvisa

Gesualdo Bufalino morì il 14 giugno 1996 in seguito a un incidente stradale nei pressi di Vittoria.

La sua morte fu improvvisa e interruppe una stagione creativa ancora intensa. Negli anni precedenti aveva continuato a pubblicare romanzi, racconti e riflessioni, dimostrando che il tardivo esordio non era stato un episodio isolato, ma l’inizio di una produzione ricchissima.

La sua opera, concentrata in poco più di quindici anni di vita pubblica, possiede la densità di una scrittura maturata per decenni.

Bufalino arrivò tardi alla pubblicazione, ma non arrivò tardi alla letteratura. Era stato scrittore per tutta la vita.

Quali libri di Gesualdo Bufalino leggere

Chi si avvicina per la prima volta a Bufalino dovrebbe iniziare da Diceria dell’untore. È il libro che contiene già quasi tutto il suo universo: la malattia, la memoria, l’amore, la morte e la potenza salvifica della parola.

Dopo Diceria dell’untore, si può proseguire con:

Le menzogne della notte

Un romanzo perfetto per comprendere il rapporto tra verità, racconto e identità. È anche l’opera che gli valse il Premio Strega.

Argo il cieco

Un libro più intimo, ironico e nostalgico, costruito intorno ai sogni della memoria e a un amore giovanile.

Museo d’ombre

Un’opera breve ma fondamentale per capire il legame con Comiso e con il mondo siciliano scomparso.

La luce e il lutto

Una raccolta indispensabile per conoscere il pensiero di Bufalino sulla Sicilia, sulla cultura, sulla memoria e sul proprio mestiere di scrittore.

Il malpensante

Il libro ideale per scoprire il Bufalino aforista, ironico, disincantato e capace di trasformare una riflessione in una lama.

Perché leggere Gesualdo Bufalino oggi

Leggere Bufalino oggi significa opporsi alla fretta.

La sua scrittura chiede tempo, attenzione e disponibilità a perdersi nelle parole. In un’epoca dominata da testi rapidi, linguaggi semplificati e letture frammentarie, Bufalino ci ricorda che la letteratura può essere anche complessità, musica e resistenza.

I suoi libri parlano della morte, ma insegnano ad amare la vita. Parlano della perdita, ma tentano di salvare ciò che scompare. Parlano della menzogna, ma cercano una verità più profonda di quella dei fatti.

Bufalino non è uno scrittore facile, ma non è neppure uno scrittore freddo. Dietro la sua ricchezza stilistica c’è sempre un’emozione: paura, desiderio, pietà, nostalgia, ironia.

La sua lingua è elaborata perché elaborato è il modo in cui l’uomo tenta di difendersi dal tempo.

Gesualdo Bufalino tra i siciliani famosi

Gesualdo Bufalino merita pienamente un posto tra i siciliani famosi.

Non soltanto perché vinse il Premio Campiello e il Premio Strega, ma perché seppe costruire una delle prose più originali della letteratura italiana del Novecento.

La sua vicenda personale è inoltre straordinaria: un professore di provincia, rimasto per decenni lontano dalla notorietà, che a sessant’anni pubblicò un capolavoro e divenne in pochi mesi uno dei grandi nomi della narrativa italiana.

Bufalino portò Comiso e la Sicilia iblea nella letteratura nazionale senza trasformarle in folklore. Raccontò una Sicilia interiore, fatta di memoria, luce, lutto, parole e ombre.

È uno di quegli autori che dimostrano come la provincia non sia necessariamente lontananza dalla cultura. Talvolta è proprio nel silenzio della provincia che una voce può maturare con maggiore libertà.

Conclusione

Gesualdo Bufalino fu uno scrittore tardivo soltanto per il pubblico. Dentro di sé era scrittore da sempre.

Per decenni accumulò libri, parole, traduzioni, ricordi e pagine non pubblicate. Quando finalmente Diceria dell’untore uscì dal cassetto, la letteratura italiana scoprì una voce già completa, antica e modernissima allo stesso tempo.

La sua prosa può inizialmente intimidire, ma basta accettarne il ritmo per scoprire una scrittura capace di trasformare la morte in bellezza, la memoria in teatro e la Sicilia in una metafora universale.

Gesualdo Bufalino resta uno dei più grandi scrittori siciliani del Novecento. Un uomo appartato, innamorato dei libri e delle parole, che attese sessant’anni prima di mostrare al mondo ciò che aveva costruito nel silenzio.

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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