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Fonte Aretusa: dove l’acqua dolce incontra il mare e il mito incontra la realtà

  • Sicilia
Fonte Aretusa a Siracusa: il mito che diventa acqua, tra papiri e tramonto

A pochi metri dal mare salato, uno specchio d’acqua dolce ospita le uniche piante di papiro selvatico d’Europa. Intorno, una storia di amore e fuga che i Greci raccontavano tremila anni fa e che qui, in qualche modo, è ancora visibile. La Fonte Aretusa non è solo un monumento. È il cuore antico di Ortigia. E ha il potere raro di far sentire il mito come qualcosa di vero.

C’è qualcosa di strano e di bello nella Fonte Aretusa. Non è maestosa come il Duomo di Siracusa, non è imponente come il Castello Maniace, non ha la forza visiva silenziosa delle colonne del Tempio di Apollo. Eppure è il luogo di Ortigia che più di qualsiasi altro resta nella memoria. Forse perché è piccolo. Forse perché è inaspettato. Forse perché la sua esistenza fisica, acqua dolce che sgorga a pochi metri dal mare salato, sembra già di per sé qualcosa che ha bisogno di una spiegazione straordinaria. I Greci quella spiegazione la trovarono. E la storia che inventarono è una delle più belle dell’antichità.

La Fonte Aretusa a Ortigia

La Fonte Aretusa è uno specchio d’acqua che affiora nell’isola di Ortigia, a Siracusa, nel punto in cui la falda freatica del siracusano trova un varco e sgorga liberamente prima di riversarsi nel mare. La stessa falda alimenta anche il Fiume Ciane, dall’altro lato del porto. La forma è circolare, con una struttura concentrica che contiene al suo interno piante di papiro, anatre, pesci. L’acqua è leggermente salmastra, probabilmente a causa dei terremoti che nei secoli hanno modificato i percorsi sotterranei della falda. Ma è acqua dolce, in mezzo al Mediterraneo, a qualche metro dal mare. E questo, anche senza i miti, è già abbastanza per fermarsi.

La Fonte Aretusa è il fenomeno naturale più poetico della Sicilia. Acqua dolce a bordo del mare. Come se il mondo avesse deciso di non seguire le sue regole, proprio qui.

Il mito: Aretusa, Alfeo e la fuga che diventa fonte

Per capire la Fonte Aretusa bisogna prima ascoltare la storia che i Greci le hanno cucito intorno, e che i poeti dell’antichità, da Pindaro a Ovidio, da Virgilio a Mosco, hanno raccontato in versi immortali. È una storia d’amore e di fuga, di inseguimento e trasformazione, del tipo che solo la mitologia greca sa costruire con quella precisione emotiva che la rende ancora attuale dopo tremila anni.

Aretusa era una ninfa al seguito di Artemide, dea della caccia, della luna e della verginità. Un giorno, durante una battuta di caccia nel Peloponneso, si ritrovò sola sulle sponde del fiume Alfeo. Le acque erano limpide e la giornata calda, e la ninfa decise di tuffarsi. Fu in quel momento che le acque cominciarono ad agitarsi e a ribollire, e Alfeo, spirito del fiume, appare davanti a lei con le sembianze di un giovane bello e innamorato. Aretusa non ricambiava quel sentimento. Spaventata, cominciò a correre, e Alfeo a inseguirla attraverso pianure e boschi, per colline e vallate.

Stremata e senza scampo, Aretusa implorò l’aiuto di Artemide. La dea la avvolse in una nube fitta e la trasformò in una sorgente, facendola sprofondare nel sottosuolo e facendola riemergere nell’isola di Ortigia, a Siracusa. Alfeo, disperato per la perdita, chiese aiuto agli dèi. Zeus ne ebbe pietà e gli aprì un canale sotterraneo attraverso il mare, permettendogli di scorrere fino alla Sicilia per ricongiungersi con la sua amata. E Aretusa, commossa da quella prova d’amore infinita, cedette infine ai sentimenti di Alfeo. Le loro acque si unirono per sempre.

Da questa leggenda nasce la tradizione secondo cui gettando un oggetto nel fiume Alfeo in Grecia, esso riapparà nella Fonte Aretusa. E nasce anche una tradizione più tenera e locale: per gli innamorati di Siracusa, toccare insieme le acque della fonte porta fortuna e sigilla un legame eterno. Il viale che costeggia la fonte si chiama ancora oggi Lungomare Alfeo.

Aretusa fuggì, si trasformò, sprofondò nel sottosuolo e riemerse dall’altra parte del Mediterraneo. Non è solo un mito. È la descrizione più poetica che esista di ciò che fanno le falde acquifere.

La storia: da sorgente vitale a monumento dell’umanità

La Fonte Aretusa non è sempre stata il luogo contemplativo e romantico che è oggi. Per secoli è stata innanzitutto una risorsa vitale per la città. Durante gli assedi di Siracusa, tra i più celebri dell’antichità, la fonte garantiva acqua dolce agli abitanti quando ogni altra risorsa era tagliata fuori. Plinio il Vecchio la menziona come fonte di pesce abbondante. Cicerone la descriveva con ammirazione. Ovidio le dedicò pagine delle sue Metamorfosi. Era, letteralmente, uno dei luoghi più famosi del mondo antico.

Nel corso dei secoli la fonte è stata modificata più volte. Nel 1540, durante la dominazione spagnola, Carlo V volle inglobarla nelle nuove mura difensive dell’isola, riducendone l’estensione di circa duecento metri. Le mura furono poi abbattute nel 1847, e su quei basamenti fu costruito l’attuale belvedere che offre una delle viste più belle sul Porto Grande di Siracusa. L’aspetto attuale della fonte, con la struttura circolare che la contiene, risale proprio a quei lavori ottocenteschi.

Nel Settecento, come documentano i viaggiatori dell’epoca, l’acqua della fonte veniva raccolta in vasche sotterranee che alimentavano i lavatoi del quartiere e le concerie presenti nei sotterranei degli edifici limitrofi. Il barone von Riedesel, nel 1767, la descrive come un “pietoso lavatoio del popolino siracusano”, un po’ deluso dalla distanza tra il mito e la realtà che aveva trovato. Vivant Denon, nel 1778, è più affascinato e ne descrive con cura l’afflusso di acqua e i resti romani ormai scomparsi. Orazio Nelson, nel giugno del 1798, si rifornì qui di acqua prima di affrontare Napoleone ad Abukir, e scrisse poi che, avendo attinto alla Fonte Aretusa, la vittoria non poteva mancargli.

Fonte Aretusa, il papiro

Il papiro: una rarissima meraviglia botanica

Tra tutte le caratteristiche che rendono la Fonte Aretusa unica nel suo genere, quella botanica è forse la meno nota ma non la meno straordinaria. Nell’acqua della fonte e lungo le rive del vicino Fiume Ciane crescono le uniche piante di papiro selvatico di tutta Europa. Il papiro, Cyperus papyrus, è una pianta originaria dell’Africa subsahariana e dell’Egitto, dove cresceva in abbondanza lungo le rive del Nilo e veniva usata per produrre il materiale su cui gli antichi Egizi, e poi i Greci e i Romani, scrivevano. In Europa il papiro selvatico esiste solo a Siracusa, in due siti, la Fonte Aretusa e le rive del Ciane, e questo fatto è straordinario e ancora parzialmente inspiegabile.

Si ipotizza che il papiro sia arrivato in Sicilia nell’antichità, forse portato dai Fenici o dagli Egizi, e che le condizioni particolari del microclima siracusano abbiano permesso alla pianta di sopravvivere nei secoli. I fusti alti e sottili che si muovono nel vento al di sopra della fonte, con le chiome a ventaglio che filtrano la luce del sole, danno alla Fonte Aretusa un aspetto esotico e vagamente irreale. La tradizione locale chiama ancora la fonte con il nome dialettale di “a funtana re papiri”, la fontana dei papiri, a testimonianza di quanto questa presenza vegetale sia parte integrante dell’identità del luogo.

La salute del papiro è strettamente legata alla salute della fonte. Negli ultimi decenni, alcune siccità prolungate e forse i lavori per la costruzione di nuove infrastrutture hanno ridotto la portata d’acqua, mettendo a rischio le piante. La situazione è monitorata, e la tutela del papireto è considerata una priorità dalle autorità locali, consapevoli che perdere quel piccolo ecosistema significherebbe perdere qualcosa di unico e irriproducibile.

Il papiro della Fonte Aretusa è una pianta africana che ha deciso di sopravvivere a Siracusa da millenni, in spregio a ogni regola botanica. Come se anche le piante avessero capito che questo posto è speciale.

Il tramonto: il momento più bello

Chi ha visitato la Fonte Aretusa al tramonto difficilmente dimentica quello che ha visto. Il lungomare che la costeggia si apre sul Porto Grande di Siracusa, uno dei porti naturali più belli del Mediterraneo, e quando il sole comincia a scendere dietro i Monti Iblei il cielo si tinge di colori che sembrano progettati per questo preciso angolo di mondo. La luce colpisce le piante di papiro dall’alto, attraversa i fusti sottili, si riflette nell’acqua della fonte. Le anatre scivolano tranquille sulla superficie. I pesci guizzano in basso. I siracusani passeggiano sul lungomare con quella lentezza particolare che hanno i pomeriggi siciliani.

Vista del Porto Grande di Siracusa

Non a caso Cicerone, che governava la Sicilia come questore nel 75 avanti Cristo, descriveva il passeggio serale lungo la fonte come una delle gioie più grandi della vita pubblica siracusana. Non a caso D’Annunzio, Ovidio, Virgilio e decine di altri poeti hanno dedicato versi a questo luogo. C’è qualcosa nell’insieme della fonte e del suo contesto, l’acqua dolce accanto al mare, il papiro africano nell’isola siciliana, il mito che ancora si respira nell’aria, che produce un effetto difficile da spiegare e facile da sentire.

Come visitare la Fonte Aretusa

La Fonte Aretusa si trova sul lungomare di Ortigia, in prossimità del Porto Grande, ed è visibile e accessibile gratuitamente dall’esterno in ogni momento della giornata. Il percorso interno alla fonte, con audioguide in più lingue che raccontano il mito e la storia del monumento, è accessibile in determinati orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 10 alle 13. Il biglietto intero costa cinque euro, il ridotto tre euro per residenti, gruppi, scuole e giovani fino ai diciotto anni. È possibile prenotare aperture straordinarie per visite al di fuori degli orari ordinari.

La Fontana di Diana in Piazza Archimede

Vicino alla fonte, in piazza Archimede, si trova la Fontana di Diana, realizzata nel 1906 dallo scultore Giulio Moschetti. L’opera ritrae la dea della caccia, protettrice di Ortigia, con arco e faretra, circondata da ancelle, sirene e tritoni, e trae direttamente ispirazione dal mito di Aretusa e Alfeo. È un bel modo di chiudere il cerchio narrativo: dalla fonte al monumento che la celebra, dal mito alla sua rappresentazione artistica, dalla storia greca all’interpretazione Liberty di primo Novecento.

A poca distanza si trova anche una statua in bronzo realizzata nel 1992 dall’artista siracusano Biagio Poidomani, che raffigura il giovane Alfeo nell’atto di rincorrere Aretusa. I lineamenti del giovane dio del fiume, l’urgenza del gesto, la tensione del momento immortalato nel bronzo, tutto contribuisce a tenere vivo il mito in un luogo dove il mito non ha mai smesso di essere parte del paesaggio.

La Fonte Aretusa si visita bene in qualsiasi ora, ma il mattino presto, quando i turisti non sono ancora molti e la luce è radente e quasi nordica, ha una qualità di silenzio che avvicina di più a quello che questo posto deve essere stato per chi lo ha descritto per la prima volta. E il tramonto, come si è detto, è un capitolo a sé. Uno di quelli che si rileggono volentieri.

Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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