L’Osservatorio Fisco 2025 della CNA certifica quello che chiunque faccia impresa in Sicilia sa già da tempo. Agrigento è la provincia più tartassata d’Italia. Il 12 luglio è il giorno a partire dal quale un artigiano siciliano inizia a lavorare per sé. Intanto Amazon, Google e Meta ridono.
Immaginate di alzare la serranda ogni mattina di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno. Immaginate di lavorare sei mesi filati, clienti, fornitori, fatture, dipendenti, caparre, imprevisti, il caldo, il maltempo, la burocrazia, e di sapere che tutto quello che state guadagnando non è ancora vostro. Che state lavorando per qualcun altro. Per lo Stato. Per il Comune. Per l’INPS. Per l’Agenzia delle Entrate. Fino al 12 luglio.
Ecco cos’è il Tax Free Day in Sicilia: il giorno a partire dal quale, dopo sei mesi e mezzo di lavoro, un piccolo imprenditore, un artigiano, un negoziante inizia finalmente a guadagnare per se stesso. E quest’anno, dati Osservatorio Fisco 2025 della CNA, presentati a Palermo il 21 ottobre 2025, quel giorno cade il 12 luglio. Due giorni in più rispetto alla media nazionale, che pure non è esattamente un paradiso fiscale.
I numeri, quelli che «nessuno dovrebbe ignorare», come dice la CGIA di Mestre, sono spietati. In Sicilia il Total Tax Rate medio, ovvero la percentuale del reddito d’impresa che finisce in imposte, tasse e contributi, si attesta al 53,1%. Sopra la media italiana del 52,3%. E già questo basterebbe a indignarsi. Ma il dato che veramente fa male è un altro: Agrigento, al 57,4%, è la provincia con la pressione fiscale più alta di tutta Italia. Maglia nera assoluta. Peggio di tutte le 107 province italiane.
Mezzo reddito. Un piccolo imprenditore di Agrigento, un falegname, un ristoratore, un tour operator, un muratore, su ogni euro guadagnato ne cede più della metà allo Stato. In cambio di cosa, esattamente, bisognerebbe chiedere.
I dati provincia per provincia: sette punti di forbice tra un nissorino e un agrigentino
Una delle cose più interessanti, e più scandalose, che emerge dal Rapporto CNA è la disparità interna alla Sicilia stessa. Non esiste in Italia un’altra regione con una tale eterogeneità nei carichi fiscali locali. Dalla provincia relativamente meno oppressa a quella peggiore, la forbice tocca i sette punti percentuali. Sette punti che possono fare la differenza tra sopravvivere e chiudere.
📊 Total Tax Rate 2024 per provincia – Osservatorio CNA
Quanta parte del reddito d’impresa va in tasse nelle province siciliane
- 🔴 Agrigento 57,4%
- 🔴 Catania ~55%
- 🔴 Trapani ~54–55%
- 🟡 Palermo ~53–54%
- 🟡 Media Sicilia 53,1%
- 🟡 Media Italia 52,3%
- 🟢 Ragusa 51,9%
- 🟢 Enna 50,9%
Fonte: Osservatorio Fisco 2025 CNA · «Comune che vai, fisco che trovi» · 7ª edizione · ottobre 2025
I dati più virtuosi, Enna al 50,9% e Ragusa al 51,9%, sono un magro conforto. Anche qui il TTR supera il 50%. Mentre nel Nord-est molte province si fermano abbondantemente sotto quella soglia. Il Trentino-Alto Adige, con un Total Tax Rate del 46,7%, è la regione più virtuosa d’Italia. Seguono Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, tutte sotto il 50%. Noi arranchiamo sopra il 53, con picchi da brividi.
«Abbiamo voluto mettere in evidenza le differenze che ci sono sul nostro territorio: Agrigento è fanalino di coda sul fisco, le nostre imprese pagano il 57% sul guadagno a fronte di una media nazionale del 52%. Non è possibile vedere una provincia che paga più o meno di altre e che i nostri imprenditori abbiano costi superiori rispetto ad altre regioni» – Piero Giglione, segretario regionale CNA Sicilia.
Un’affermazione sacrosanta. Ma che, temo, resterà carta stampata. Come le sette edizioni precedenti di questo stesso rapporto.
Perché succede: IMU, TARI e un federalismo incompiuto che punisce il Sud
La risposta alla domanda “perché?” non è semplice, ma qualche indicazione chiara l’abbiamo. L’analisi della CNA sottolinea che per le imprese individuali e artigiane il peso maggiore non deriva tanto dalle imposte sui redditi, l’IRPEF, per intendersi, quanto dai tributi comunali e dai contributi previdenziali. IMU e TARI, in particolare, sono i principali responsabili del divario tra Nord e Sud, e all’interno della Sicilia stessa.
La deducibilità completa dell’IMU dal reddito d’impresa, introdotta nel 2022, ha attenuato solo parzialmente il problema: nelle città dove l’IMU è più alta, come Agrigento, Catania e Trapani, i livelli di pressione fiscale restano insostenibili. I Comuni che hanno i conti in rosso alzano le aliquote locali per fare cassa. E chi paga? Il bar all’angolo. Il meccanico sotto casa. Il parrucchiere. Non Amazon.
Una nota sul paradosso siciliano: la CGIA di Mestre segnala un dato quasi surreale. Ad Agrigento, la provincia con il reddito medio più basso della Sicilia (17.540 euro l’anno per contribuente), le piccole imprese pagano la percentuale di tasse più alta d’Italia. Non è solo ingiusto. È fisiologicamente assurdo: stai tassando al massimo chi ha di meno. È come decidere di pesare con la bilancia più pesante proprio chi è già il più magro. Questa è la Sicilia, questa è l’Italia: gente che vive con ventimila euro al mese strozza chi con mille euro al mese non sa dove sbattere la testa per arrivare a fine mese.
La CNA chiede «un equilibrio tra livello delle aliquote e tendenza all’elusione». Un sistema che «premi la fedeltà fiscale degli imprenditori onesti». Un «tavolo tecnico» con le istituzioni. Tutte richieste giuste. Tutte richieste che si ripetono da almeno sette anni, tante quante le edizioni di questo rapporto. E la situazione peggiora.
Il vero scandalo: i giganti del web pagano meno della metà
Fin qui, il quadro è già abbastanza pesante. Ma c’è un capitolo che trasforma l’indignazione in rabbia vera. Lo apre la CGIA di Mestre con una denuncia che merita di essere letta e riletta ad alta voce.
«I colossi del web continuano a macinare profitti miliardari, “scaricando” sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilità.»
I numeri, ancora una volta quelli che nessuno dovrebbe ignorare: secondo i dati dell’Area Studi di Mediobanca, l’aliquota fiscale media effettiva registrata sui profitti delle principali big tech mondiali è pari al 14,8%. Quattordici virgola otto. Le nostre imprese in Sicilia pagano il 53,1%. In media. Ad Agrigento arrivano al 57,4%.
Il falegname di Agrigento 57,4%
del suo reddito d’impresa finisce in tasse, contributi e tributi comunali. Ha aperto la serranda alle 7 del mattino. Non ha uffici alle Cayman.
Amazon / Google / Meta 14,8%
di aliquota fiscale media effettiva. Profitti miliardari. Migliaia di ingegneri fiscali. Sedi legali a Dublino, Lussemburgo, Amsterdam.
Il differenziale medio italiano (31,9%) è di 17,1 punti superiore a quello dei giganti del web (14,8%). Tradotto: un’impresa italiana ordinaria paga più del doppio di quello che paga in proporzione una delle grandi multinazionali tecnologiche mondiali. E un’impresa siciliana di Agrigento paga quasi quattro volte tanto.
Il meccanismo è noto, e per questo ancora più irritante. Quando una multinazionale opera in diversi Paesi, può «incrementare fittiziamente i costi delle controllate» in quelle nazioni dove il carico fiscale è elevato come l’Italia, abbassando artificialmente gli utili. La gran parte dei profitti si sposta poi nelle filiali ubicate in giurisdizioni a fiscalità di vantaggio: Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo. Tutto perfettamente legale. Tutto moralmente indecente.
«È un fenomeno che continua a consumarsi ogni anno, silenziosamente», CGIA di Mestre. Silenziosamente. Mentre il bar di piazza Vittoria ad Agrigento paga il 57,4%. Silenziosamente. Mentre il falegname di Caltanissetta lavora fino al 12 luglio per il fisco. Silenziosamente. Mentre il meccanico di Trapani si chiede se aprire la partita IVA valga ancora la pena.
Il colpo di grazia: gli USA bloccano la tassa minima globale
Se pensavate che la storia finisse qui, c’è ancora un capitolo. E fa più male degli altri.
Durante il G7 svoltosi in Canada nel giugno del 2025, gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto un’esenzione fiscale a favore delle proprie grandi aziende, vanificando di fatto la Global Minimum Tax, la tassa minima globale al 15% sulle multinazionali che 147 Paesi avevano faticosamente concordato nel 2021 nel G20. L’accordo che avrebbe obbligato Amazon, Google, Apple, Meta e Microsoft a pagare almeno un minimo ovunque operino è ora a rischio concreto.
Il risultato pratico: l’artigiano di Agrigento continuerà a pagare il 57,4%. Google continuerà a pagare il 14,8%. E i governi europei, compreso il nostro, si sono inchinati all’ultimatum americano con la stessa velocità con cui normalmente si inchinano davanti ai piccoli contribuenti quando c’è un F24 da riscuotere.
- 2021 G20 approva la Global Minimum Tax al 15% 147 Paesi firmano l’accordo per una tassazione minima uniforme sulle multinazionali. L’obiettivo è chiudere i paradisi fiscali e fermare il trasferimento artificiale di profitti. Sembra una svolta storica.
- 2022–2024 Implementazione lenta e parziale L’Unione Europea recepisce la direttiva. Ma molti Paesi rimangono indietro. Le big tech continuano a spostare profitti verso l’Irlanda e i Paesi Bassi. Il 14,8% di aliquota effettiva media non cambia.
- Giugno 2025 Gli USA ottengono l’esenzione al G7 Washington chiede e ottiene l’esenzione per le proprie grandi aziende. Anni di negoziati internazionali rischiano di essere vanificati. L’accordo del 2021 è messo in discussione. Il falegname di Agrigento rimane al 57,4%.
- Ottobre 2025 L’Osservatorio CNA certifica il disastro Il Rapporto viene presentato nella Sala Mattarella del Palazzo dei Normanni. Agrigento maglia nera. Sicilia sopra la media nazionale. Tax Free Day al 12 luglio. Poi tutti tornano ai propri impegni.
Cosa chiedono le imprese, e cosa probabilmente non otterranno
Le associazioni di categoria non si limitano a denunciare: avanzano anche proposte. La CNA chiede una revisione di IMU e TARI a livello comunale, una maggiore uniformità fiscale tra le province siciliane, misure di decontribuzione per favorire le nuove assunzioni e l’avvio di nuove imprese. L’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino ha parlato di possibili interventi «già nella prossima legge di stabilità».
Bene. Lo aspettiamo. Con la stessa fiducia con cui aspettiamo le sei edizioni precedenti di questo stesso rapporto, durante le quali lo scenario non è migliorato.
Il paradosso del “tutti devono pagare”: uno degli obiettivi dichiarati della revisione fiscale locale è «far pagare tutti i cittadini per abbassare la pressione fiscale individuale». Concetto giusto in teoria. In pratica, chi non paga non è certo il bar di piazza Vittoria. Chi non paga è chi può permettersi i software fiscali, i paradisi offshore e le sedi legali a Dublino. Colpire i piccoli evasori locali per usare i proventi a ridurre le tasse che pagano i piccoli onesti non è una riforma: è ridistribuire povertà tra poveri.
La CGIA di Mestre dice che i giganti del web «scaricano sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilità». È esattamente così. È uno spostamento del peso: da chi è grande e mobile a chi è piccolo e radicato. Il falegname di Agrigento non può spostare la propria sede a Dublino. Il ristoratore di Trapani non può dichiarare i profitti in Lussemburgo. Il tour leader di Sicilia non ha una controllata nei Paesi Bassi.
Paghiamo. Paghiamo il 57,4%. Paghiamo perché siamo qui, visibili, con una partita IVA italiana, un conto corrente italiano, una serranda italiana. E proprio perché siamo qui, perché restiamo, veniamo trattati come il soggetto ideale su cui scaricare tutto ciò che gli altri non pagano.
Fin quando?
La settima edizione del Rapporto CNA dice le stesse cose della sesta, della quinta e della quarta. I dati cambiano di qualche decimale, ma la sostanza è immobile: in Sicilia le piccole imprese pagano più di tutti. I grandi non pagano abbastanza. E nessuno cambia niente.
Non scrivo questo articolo con la speranza di cambiare la legge fiscale. Lo scrivo perché almeno sia detto chiaramente, senza eufemismi burocratici e senza il tono neutro delle comunicazioni stampa. Lo scrivo perché chi alza la serranda alle 7 del mattina ad Agrigento meriti almeno che qualcuno dica ad alta voce che quello che gli sta succedendo è ingiusto. Non è colpa sua. È il sistema.
E il sistema, fin quando non ci sarà la volontà politica di cambiarlo davvero, non con le promesse di legge di stabilità, ma con riforme strutturali che colpiscano gli evasori veri, i grandi, i mobili, quelli che si spostano, continuerà a funzionare esattamente così: duro con i deboli, cieco davanti ai forti.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
Fonti: Osservatorio Fisco 2025 CNA, «Comune che vai, fisco che trovi» (7ª edizione, ottobre 2025) · CGIA di Mestre, nota sulla fiscal service tax e le big tech · Area Studi Mediobanca, dati aliquote fiscali big tech · Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2025 · Sicilianews24 · Hashtagsicilia · QdS.it
