Nelle Madonie palermitane, a quattrocentoventitre metri sul mare, una fortezza medievale racchiude sette secoli di storia siciliana, una cappella barocca di stupefacente bellezza e un teschio d’oro che i castelbuonesi venerano ogni luglio da cinquecentosettant’anni. Ci sono posti in Sicilia che sembrano custodire il tempo invece di subirlo. Il Castello dei Ventimiglia è uno di questi.
Arrivare a Castelbuono significa salire. La strada che sale dalle Madonie porta con sé una luce diversa, più densa, più antica, e a un certo punto tra i tetti di pietra color miele appare lui: il Castello dei Ventimiglia, compatto e solido sulla sommità del colle di San Pietro, come se fosse sempre stato lì e non avesse mai avuto intenzione di andarsene. In un certo senso, è esattamente così.
Non è uno di quei castelli siciliani ridotti a rudere romantico, buono per una fotografia e poco più. È un edificio vivo, abitato dalla storia e dall’arte, che oggi ospita uno dei musei civici più interessanti e meglio curati dell’intera provincia di Palermo. Entrarci è fare un passo indietro di sette secoli, e scoprire che quei secoli hanno lasciato qualcosa di straordinariamente concreto.
Il Castello dei Ventimiglia non è un monumento al passato. È il passato che ha deciso di restare, e lo ha fatto con stile.
Una storia che nasce da una sconfitta
Per capire il Castello bisogna capire prima la famiglia che lo ha voluto, e per capire quella famiglia bisogna partire da una sconfitta. Nel 1269 il re Carlo d’Angiò confisca lo stato feudale di Geraci agli Ventimiglia, accusandoli di aver giurato fedeltà alla dinastia sveva degli Hohenstaufen invece che alla nuova corona. Alduino Ventimiglia si ritrova senza la sua sede principale, con gli abitanti del villaggio di Fisaulo da sistemare da qualche parte.
La scelta cade su Ipsigro, un antico casale di origine greco-bizantina sulle Madonie, nel punto più sano e più difendibile della zona. Nasce così Castelbuono, e nasce così la necessità di una fortezza. Non subito, però. Ci vuole quasi mezzo secolo prima che il conte Francesco I Ventimiglia, nel 1317, ponga le fondamenta del castello sul colle di San Pietro, costruendo su una torre di guardia preesistente che risaliva al dodicesimo secolo.
La posizione è scelta con cura militare: quattrocentoventitre metri sul livello del mare, visuale libera in tutte le direzioni, accesso difficile per chi arriva dall’esterno. La pianta è quadrangolare, con quattro torri angolari che presidiano gli angoli, una delle quali cilindrica, richiamo evidente all’architettura militare sveva che ancora dominava il paesaggio costruttivo della Sicilia medievale. I merli a coda di rondine, di forma ghibellina, coronavano le mura fino al terremoto del 1818 e 1819, quando le scosse distrussero l’ultimo piano e gran parte delle strutture difensive. Quello che si vede oggi è comunque imponente: un cubo di pietra massiccia che non chiede permesso al paesaggio, lo comanda.
Da fortezza a capitale: l’ascesa dei Ventimiglia
Per tutto il Trecento e il Quattrocento il Castello cresce insieme alla famiglia che lo abita. I Ventimiglia non sono signori di provincia qualunque: sono una delle casate più potenti e ambiziose della Sicilia medievale, con possessi territoriali immensi e ambizioni politiche che li portano a ricoprire i ruoli più importanti dell’amministrazione isolana. Francesco II siede tra i Quattro Vicari che reggono la Sicilia. Giovanni I diventa marchese di Geraci, vicerè e grande ammiraglio.
Nel 1450 Giovanni I compie il passo decisivo: promuove Castelbuono a capitale del suo stato feudale, sottraendo quel ruolo alla vicina Geraci. Nel 1454 l’intera corte feudale si trasferisce qui, e con essa arriva qualcosa di ancora più prezioso di qualsiasi bene materiale: la reliquia di Sant’Anna, il teschio della madre della Vergine Maria, custodito in un’urna d’argento artisticamente lavorata. Da quel momento Sant’Anna diventa la patrona di Castelbuono, e il suo culto si intreccia indissolubilmente con le sorti del castello e della famiglia che lo abita.
Nel 1595, Giovanni III ottiene da Filippo II di Spagna l’elevazione del marchesato in principato. Nel 1632 Castelbuono diventa ufficialmente città. Il castello, nel frattempo, si è trasformato: da struttura puramente militare a residenza di rappresentanza, con ambienti nobili, cortili, scale monumentali e uno scalone interno che ancora oggi si percorre con il senso preciso di stare attraversando qualcosa di importante.

La Cappella Palatina: il barocco che toglie il fiato
Se c’è una sola ragione per venire a Castelbuono e salire fino al Castello, è questa: la Cappella Palatina di Sant’Anna, al piano nobile dell’edificio, è una delle più straordinarie espressioni del barocco siciliano, e pochissimi la conoscono come meriterebbero.
Nel 1684 Francesco Rodrigo Ventimiglia commissiona la decorazione della nuova cappella ai fratelli Giuseppe e Giacomo Serpotta, due scultori palermitani che in quegli anni stanno cambiando per sempre il volto dell’arte sacra siciliana. I lavori durano tre anni. Il risultato è qualcosa che, ancora oggi, lascia senza parole chi lo vede per la prima volta.
Entrare nella Cappella Palatina è come entrare in un sogno barocco costruito in stucco e oro. Ci vuole un momento per capire dove finisce la parete e dove inizia l’arte.
L’interno è interamente rivestito di stucchi su fondo oro zecchino. Putti giocosi, figure virili, angeli in volo, drappeggi che sembrano mossi da un vento invisibile, creature zoomorfe e fitomorfe che animano ogni centimetro delle superfici. I due fratelli lavorano con stili leggermente diversi: Giuseppe tende a forme più arcaiche e pesanti, Giacomo è più agile, più dinamico, più moderno. La differenza si legge leggendola lentamente, da un punto all’altro della cappella, e rende la visione ancora più ricca.

L’apparato figurativo comprende quattro grandi allegorie, tra cui la Presentazione di Maria al Tempio e lo Sposalizio di Giuseppe con Maria, mentre sugli stalli del coro ligneo settecentesco sono intarsiati i ritratti dei signori Ventimiglia e dei personaggi del Vecchio Testamento. Sull’altare maggiore, al centro di tutto, l’urna d’argento con il teschio di Sant’Anna, oggetto di un culto antico e molto sentito che ogni anno, dal 17 al 27 luglio, trasforma Castelbuono in un teatro di festeggiamenti che non hanno niente di formale e tutto di vero.
Nei due altari laterali si trovano due tele di grande interesse: una Discesa di Cristo, copia di un’opera di Rubens, e l’Estasi di San Liborio del pittore castelbuonese Mariano Galbo, opera del diciannovesimo secolo. L’insieme è tale da rendere la cappella non solo un capolavoro di arte decorativa ma un documento storico straordinario sulle ambizioni culturali e religiose di una famiglia nobiliare al culmine del suo potere.
Il museo che racconta sette secoli
Nel 1920 il castello, proprietà del barone Fraccia, passa al comune di Castelbuono grazie a una colletta pubblica che ne rende possibile l’acquisto all’asta. È un gesto che la storia ricorda come il primo esempio documentato di riscatto collettivo di un bene comune in Sicilia: i cittadini si tassano spontaneamente per non perdere il loro castello. Qualcosa di non ovvio, in qualsiasi epoca.
Da quel momento il castello diventa sede del Museo Civico, che oggi si articola in quattro sezioni permanenti, ciascuna capace di raccontare un pezzo diverso della stessa storia lunga. La sezione archeologica espone i reperti emersi dagli scavi effettuati nel castello: ceramiche, strumenti, monete, l’epigrafe di fondazione, oggetti della vita quotidiana che restituiscono la dimensione umana e domestica di ciò che dall’esterno sembra solo pietra e potere.
La sezione urbanistica ricostruisce l’evoluzione di Castelbuono attraverso i secoli, seguendo il filo del rapporto tra la famiglia Ventimiglia e lo sviluppo della città che aveva voluto e costruito. Mappe, disegni, documenti, fotografie storiche: un viaggio attraverso il tempo che aiuta a capire come uno dei borghi più belli delle Madonie sia diventato quello che è.
La sezione di arte sacra custodisce il Tesoro di Sant’Anna: ori, argenti, pietre preziose, ex voto, paramenti sacri, testi liturgici. È una collezione che racconta la devozione di un’intera comunità verso la sua patrona, accumulata nel corso di secoli e conservata con la cura di chi sa che certe cose non hanno prezzo.
La quarta sezione, quella di arte moderna e contemporanea, è forse la più inaspettata e per questo la più interessante. La pinacoteca ospita una collezione permanente in continua crescita, con opere che dialogano con gli spazi storici del castello senza alcun timore reverenziale. Il museo ha una programmazione di mostre temporanee attiva e ambiziosa, ed è stato capace di costruirsi nel tempo una reputazione che va ben oltre i confini provinciali.
Un borgo che vale il viaggio
Il Castello si trova in cima al borgo, ma il borgo merita altrettanta attenzione. Castelbuono è uno di quei posti in cui camminare senza meta è già un’esperienza: vicoli stretti, chiese barocche, fontane antiche, botteghe di prodotti locali dove il miele delle Madonie e i dolci di Natale del Fiasconaro sono cose serie, non souvenir da aeroporto.
Il centro storico si percorre a piedi in meno di un’ora, ma ci si mette molto di più perché ci si ferma, si guarda, si torna indietro per rivedere qualcosa. La Matrice Vecchia, la Chiesa di San Francesco, la Fontana Venere Ciprigna: ogni angolo racconta qualcosa che vale la pena ascoltare.
Castelbuono è il tipo di posto che ti fa rimpiangere di non aver portato più giorni. Il castello è il punto di partenza, non quello di arrivo.
Come visitare il castello
Il Museo Civico del Castello dei Ventimiglia è aperto tutti i giorni con orario continuato dalle 9.30 alle 16.45 nella stagione invernale, con estensione pomeridiana nella stagione estiva fino alle 18.30. Il biglietto intero costa cinque euro, il ridotto tre euro per over sessantacinque, ragazzi dagli otto ai diciotto anni, scolaresche e gruppi oltre le dodici persone. L’ingresso è gratuito per i bambini fino a sette anni, per i portatori di handicap con accompagnatore e per le categorie convenzionate tra cui i soci Touring Club e i membri ICOM.
Da Palermo il percorso è di circa novanta chilometri: autostrada A20 Palermo-Messina, uscita Castelbuono, poi la Statale 286 per dodici chilometri. Da Catania sono circa centottanta chilometri: autostrada A19 Catania-Palermo fino all’uscita Scillato, poi direzione Collesano, Isnello e Castelbuono. In entrambi i casi, la strada che sale verso il borgo attraversa un paesaggio delle Madonie che da solo vale il viaggio.
La visita si completa con la Cappella Palatina, raggiungibile dalla scala quattrocentesca del cortile interno, quella rimontata più volte nel corso dei secoli ma ancora capace di trasmettere il senso preciso di chi ci passava ogni giorno, secoli fa, con i piedi che toccavano le stesse pietre. Portare scarpe comode, tempo sufficiente e la disponibilità a fermarsi davanti a qualcosa senza sapere esattamente cosa stia dicendo. I posti come questo funzionano meglio così.
Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
