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Alicudi: l’isola senza strade, senza auto e senza fretta dove il tempo ha smesso di correre

Il cono vulcanico emergente dal Tirreno, la storia delle incursioni saracene e del Timpone delle Femmine, i tremila gradini, i muli, i rifriscaturi, le leggende delle streghe e il pane di segale allucinogeno

Cinque chilometri quadrati nel Mar Tirreno, sessantatré chilometri a ovest di Lipari, la più remota e la più solitaria delle sette sorelle eolie. Ad Alicudi non esistono strade asfaltate, non circolano automobili, non ci sono bancomat né locali notturni. Ci si muove a piedi lungo tremila gradini di pietra lavica o in groppa agli asini, che restano l’unico mezzo di trasporto da secoli. C’è un’isola intera che ha scelto di restare ferma, e quella scelta è diventata la ragione per cui vale la pena andarci.

Il nome greco era Ericusa, dalla parola che significa ricca di erica, la pianta che ancora oggi copre le pendici del vulcano con quel manto viola-rosato che si vede sbarcando dalla barca. Il nome attuale, Alicudi, è la versione storpiata di Ericusa passata attraverso secoli di dialetto siciliano. L’isola è un cono vulcanico quasi perfetto, con la base che parte a millecinquecento metri di profondità dal fondo del Tirreno e la vetta, il Monte Filo dell’Arpa, che emerge a 675 metri sul livello del mare. Il nome Filo dell’Arpa viene dal termine dialettale arpa, che indica la poiana, il rapace che nidifica sulle pareti alte dell’isola. Le eruzioni che l’hanno costruita si sono spente circa ventisette mila anni fa. Da allora il vulcano è quiescente, e il mare e il vento hanno modellato le coste in quella successione di falesie, insenature, grotte vulcaniche e sciare, i valloni di detriti lavici, che si vedono meglio circumnavigando l’isola in barca.

Abitata fin dalla preistoria, con resti di un insediamento dell’età del Bronzo del XVII e XVI secolo avanti Cristo nei pressi dello scoglio di Palumba, Alicudi fu per secoli un punto di riferimento per i navigatori che venivano da Palermo o da Ustica: la sua posizione di sentinella occidentale dell’arcipelago la rendeva visibile da lontano, anche se le coste alte e senza insenature la rendevano difficile da approcciare. L’età romana ha lasciato frammenti ceramici sparsi sulla costa orientale, probabilmente resti di qualche naufragio. I sarcofagi in pietra lavica del IV secolo avanti Cristo trovati nei fondali vicini contenevano maioliche in perfetto stato di conservazione, custodite oggi al Museo di Lipari.

I secoli del terrore, il Timpone delle Femmine e il ripopolamento

La storia medievale di Alicudi è una storia di terrore e di fuga. Per secoli l’isola fu bersaglio delle scorrerie dei pirati saraceni, che arrivavano senza preavviso, razziavano quel poco che gli abitanti avevano e deportavano le persone, vendute come schiavi nei mercati del Mediterraneo. Il terrore era tale che gli isolani avevano smesso di vivere vicino al mare e avevano costruito le loro case in quota, a trecento o quattrocento metri, dove era più difficile essere raggiunti e dove si poteva vedere arrivare le imbarcazioni nemiche con abbastanza anticipo per nascondersi.

Il Timpone delle Femmine è la testimonianza fisica più eloquente di quella paura: una zona scoscesa e difficilmente raggiungibile, in posizione impervia sulla montagna, dove le donne e i bambini si nascondevano durante le incursioni. Il nome, il colle delle donne, dice tutto sulla funzione di quel posto. Ancora oggi si può raggiungere a piedi, e stare lì, guardando il mare intorno, aiuta a capire cosa significasse vivere sull’isola in quei secoli.

Le incursioni rese Alicudi quasi completamente disabitata per tutto il Medioevo, fino al Seicento. Il ripopolamento posteriore al 1600 portò sull’isola un numero esiguo di famiglie, con pochi patronimici che si ripetono: a causa dei matrimoni tra parenti, nel corso delle generazioni è diventato difficile distinguere i gruppi familiari originari. Il Novecento fu un secolo di ulteriore spopolamento: l’isola, che a inizio Novecento contava settecento abitanti, vide partire la maggior parte della sua gente verso l’Australia e le Americhe in cerca di una vita migliore. Oggi gli abitanti stabili sono meno di centoventi.

I tremila gradini, gli asini e i rifriscaturi

Quello che colpisce di più arrivando ad Alicudi non è il paesaggio, che pure è straordinario, ma il silenzio. Un silenzio vero, senza il rumore dei motori, senza clacson, senza musica proveniente dai locali. La risacca del mare, lo stormire del vento tra l’erica, il cigolìo di un asino che sale lungo la mulattiera con il suo carico. Poi il rumore dei propri passi sulle pietre.

L’unica strada pianeggiante di Alicudi è quella che costeggia il mare e conduce al pontile. Tutto il resto è scale: circa tremila gradini di pietra lavica che si inerpicano dalle case vicino al porto fino alla contrada di San Bartolo a trecento metri, e da lì continuano verso la vetta. Le contrade si chiamano Fucile, Vallone, Lisca, Serro Zagami, Tonna, con Tonna alta e Tonna bassa, Serro Pagliaro, San Bartolo. Quest’ultima era in passato il principale abitato dell’isola, che permetteva ai contadini di raggiungere le campagne coltivate in quota al riparo dai pirati. Oggi è quasi abbandonata, con quella chiesa riedificata nel 1821 sui resti della sacrestia seicentesca che resta l’unico monumento storico dell’isola. A quota 500 metri, quasi in cima, c’è il villaggio abbandonato di Montagna, costruito in alto per meglio difendersi dalle incursioni e oggi in rovina, con le case sommerse dalla vegetazione e un silenzio così assoluto da sembrare irreale.

Gli asini, gli scecchi come li chiamano i locali, sono stati sostituiti dai muli, più robusti e capaci di trasportare pesi maggiori dal molo ai vari punti dell’isola. Sono l’unico mezzo di trasporto per le merci: generi alimentari, bombole del gas, materiali da costruzione. Tutto arriva dalla barca, tutto sale sulla groppa di un mulo. E le strade si misurano in gradini, non in chilometri.

Una delle rarità più inaspettate di Alicudi sono i rifriscaturi, soffioni freddi che emergono da cavità sotterranee del vulcano. A differenza dei soffioni di Vulcano, che sono caldi e sulfurei, questi emettono aria fresca. Gli abitanti li usavano anticamente come frigoriferi naturali per conservare i cibi e raffreddare le bevande nelle stagioni calde. Nessun’altra isola delle Eolie ha questa particolarità.

Le leggende delle streghe, il pane di segale e le visioni collettive

Alicudi ha una tradizione folklorica densa di streghe, animali parlanti e spiriti dei morti, comune a tutto il folklore eoliano e siciliano ma particolarmente radicata in quest’isola isolata dal mondo. Le storie parlano di donne che volavano di notte, di presenze soprannaturali nelle grotte, di voci che arrivavano dal mare. Una teoria affascinante, avanzata da alcuni studiosi e poi dibattuta a lungo, vuole che all’origine di queste storie ci sia un’intossicazione collettiva da Claviceps purpurea, il fungo parassita della segale che tra il 1903 e il 1905 avrebbe contaminato il pane dell’isola causando stati allucinatori nella popolazione. La segale cornuta, così chiamata per le escrescenze a forma di corno che il fungo lascia sulla spiga, è la stessa sostanza da cui deriva l’LSD. Una teoria che spiega molto, forse troppo: altri studiosi la respingono, notando che le storie di streghe ad Alicudi coprono un lasso di tempo molto più lungo di quei due anni e si ritrovano in tutta la Sicilia. Il mistero resta aperto, e contribuisce al fascino oscuro dell’isola.

Il mare, le spiagge e come si arriva

Le coste di Alicudi sono alte e frastagliate, con poche spiagge accessibili via terra. Quella del porto è di ciottoli, non grande ma sufficiente. Per raggiungere le altre calette bisogna noleggiare una barca, il che è anche il modo migliore per vedere l’isola dal mare, con le pendici terrazzate coperte di erica e fichi d’India, le sciare di detriti lavici, i precipizi a picco sull’acqua. I fondali sono tra i più puliti delle Eolie, con una visibilità eccezionale e una fauna marina ricca. Chi fa snorkeling o immersioni trova qui quello che non trova nelle isole più frequentate: pesci che non hanno paura dell’uomo.

Sull’isola ci sono tre ristoranti, pochissime strutture ricettive, un piccolo ufficio postale e nessun bancomat. Portare contanti è obbligatorio. L’isola non è illuminata di notte: la torcia elettrica è uno strumento essenziale dal tramonto in poi. La corrente elettrica è arrivata nelle case solo a partire dagli anni Novanta. Il telefono cellulare prende in alcune zone e non in altre. Tutto questo non è un disagio: è il prezzo per stare in uno dei pochi posti al mondo dove il silenzio è ancora intatto.

COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: aliscafo o traghetto da Milazzo (porto principale per le Eolie). Alicudi è la fermata più lontana: circa 3 ore di aliscafo. Verificare gli orari stagionali su Siremar o Liberty Lines.
Portare sempre contanti: nessun bancomat sull’isola.
Portare una torcia: l’isola non è illuminata di notte.
Scarpe comode e suola antiscivolo: i tremila gradini di pietra lavica sono ripidi.
I traghetti e aliscafi possono essere sospesi per maltempo senza preavviso: calcolare sempre margini di tempo.
Periodo migliore: maggio-giugno e settembre. Luglio-agosto è più affollato ma l’isola resta silenziosa rispetto alle altre Eolie.
La Festa di San Bartolomeo si tiene nella seconda metà di agosto: la statua di ulivo viene portata a spalla sulle mulattiere.

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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